CORRI E RACCOGLI TRA UNO SCATTO E UNA RIPETUTA

Si tratta di una nuova tendenza ideata nel 2016 dallo svedese Erik Ashtrom che ha iniziato a ripulire, correndo, le strade della sua città, Stoccolma. La sua esperienza inizialmente condivisa sul suo profilo Facebook è diventata pian piano virale in tutto il mondo e anche in Italia. Il neologismo Plogging nasce dall'unione di due concetti, jogging e “plokka upp” che in svedese vuol dire raccogliere. Lo sport si unisce così ad una causa nobile come quella del rispetto e della tutela dell'ambiente.

Il Plogging si dà dunque come obiettivo quello di raccogliere i rifiuti, presenti nel percorso del corridore, che inquinano strade e parchi cittadini, ma anche zone rurali e boschi. L'allenamento, certamente divertente e ancor più motivante, risulta anche più proficuo di un semplice "lungo", perché si trasforma in una sorta di interval training o in una seduta di ripetute o di variazioni di movimenti che apportano importanti benefici al corpo con effetti sul dimagrimento: i numerosi piegamenti e sollevamenti, necessari per raccogliere i rifiuti, conosciuti con il termine tecnico di squat e stacchi (ideali per rafforzare glutei, cosce, lombari, muscoli dorsali e cintura addominale) abbinati alla corsa continua e variata, non sono altro che elementi caratterizzanti un circuit training che è il metodo di allenamento brucia grassi per eccellenza. Questa nuova attività ha avuto il grande merito di creare una nuova comunità che si identifica in quello che fa e che sa come ampliare il suo bacino d'utenza attraverso i social network. Oggi su Instagram, sotto l'hashtag #plogging, si trovano oltre 60 mila post. I social rappresentano certamente un cassa di risonanza fondamentale, ma altrettanto lo è la semplicità che caratterizza questa attività. Per far parte della squadra speciale dei “ploggers” basta poco: serve solo buona volontà, spirito sportivo e rispetto per l'ambiente. Non è un caso che tutto questo sia nato in Svezia, uno dei paesi più all'avanguardia nella lotta contro l'inquinamento, la nazione da cui è partita anche la battaglia di Greta Thunberg, la sedicenne conosciuta per la sua lotta contro il “climate change” e in favore dello sviluppo sostenibile.

L'importanza del Plogging è evidente: il salvataggio dell'ambiente per chi fa questa attività è una vera e propria missione e non solo un passatempo. Le prime città italiane ad aderire al nuovo “movimento” sono state Casale Monferrato (con i suoi "spazzorunners"), Milano, Bologna, Bergamo, Firenze, Monza. Ad oggi in sempre più città non c'è da meravigliarsi se ogni tanto si incontrano nugoli di runners che oltre alle scarpe da corsa, pantaloncini e maglietta indossano anche guanti da lavoro e uno zainetto per raccogliere i rifiuti. Tra le principali eco-maratone italiane merita risalto la ”Keep clean and run+” che può essere definita come il Plogging più lungo d'Italia ma anche il più inclusivo: dalla divulgazione del programma e fino al giorno prima della partenza è sempre possibile unirsi per accompagnare di corsa (o in bici) tutti gli eco-atleti dell’iniziativa, aiutandoli a pulire l’ambiente con decine di azioni diverse di pulizia che verranno organizzate lungo il percorso attraverso, grazie alle associazioni locali, le scuole e le pubbliche amministrazioni. Non a caso il gruppo Kcr+ ha scelto quest'anno il fiume Po per ribadire il concetto che il 75 per cento dei rifiuti che troviamo in mare provengono dall’entroterra e sono trasportati dai fiumi.

Nell'ultima edizione dello scorso maggio gli eco-atleti del Kcr+ hanno inoltre prelevato durante il percorso campioni di acqua fluviale per analizzare le contaminazioni da inquinanti e microplastiche. “L’idea centrale è parlare di rifiuti in modo diverso”, ha spiegato in un'intervista Roberto Cavallo, ideatore dell’iniziativa e divulgatore ambientale. “Eravamo alla ricerca di un modo per comunicare il viaggio di un rifiuto dall’entroterra al mare e da un incontro casuale con un amico, che aveva corso da Aosta a Ventimiglia, è nata l’idea del Keep clean and run, che nel tempo è diventato un format. Grazie a questa iniziativa ogni anno incontriamo dai tre ai settemila studenti che chinano la schiena per raccogliere i rifiuti, ma riusciamo anche a raggiungere milioni di persone tramite l’attenzione dei media”.

Il Plogging non è solo l'espressione di un nobile connubio tra lo sport e l'ambiente, ma è anche lo strumento che relaziona la propria salute con la “salute” del pianeta.  

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Mercoledì, 09 October 2019 11:46

Faleev, un “vecchio” che ritorna

Una rievocazione della tradizionale metodica sovietica di allenamento progressivo

Per i più appassionati (e forse attempati) il nome rievoca sensazioni da “cortina di ferro”, ma il dato di fatto è che Faleev è comunque ancora oggi frutto di infinite interpretazioni e applicazioni.

Faleev (1970) è un maestro dello sport russo che ha gettato le basi di una delle metodiche ancora oggi più usate. A volte è anche difficile individuare quelle che sono state le sue indicazioni originarie a causa di tante e quali modifiche hanno subito nel corso degli anni; lo stesso Pavel Tsatsouline ne ha utilizzato i principi per creare i suoi metodi di allenamento.

Volendo semplificare e dandone una mia applicazione (nella versione originale il lento avanti non rientra nello schema), il metodo è fondato sugli esercizi base da ripetere mediamente 2 volte a settimana. Su questi esercizi si esegue un 5x8 con un 60%, quindi un carico che virtualmente potrebbe permetterci di eseguire 12/14 ripetizioni. Ma a fronte di questa apparente semplicità iniziale si crea un processo incrementale che può andare con % del massimale o più pragmaticamente con un peso fisso; esempio: ad ogni seduta (o ogni settimana) stabilire un incremento di + 5 su squat e stacco e + 2,5 kg su panca e lento. Logico che proseguendo di settimana in settimana con questo incremento si arriverà ad un punto in cui le 5x8 non sono più fattibili (in pratica si falliscono 1 o più serie). A questo punto si passa a prevedere un 5x6, ma questo continuando a mantenere la progressione dei carichi. Con tale processo incrementativo si arriverà presto anche a fallire il 5x6. Non rimane che passare all’ultimo step, il 5x4, ma anche qui mantenendo l’incremento dei carichi. Nel giro di poche sedute (o settimane) anche il 5x4 arriverà a saturazione.

Giunti a questo punto non rimane che prendersi un attimo di pausa, riprovare i nuovi massimali e tonare al 60% con 5x8. Nella versione originale. Questa metodica può essere proposta in monofrequenza o multifrequenza.
Personalmente mi piace dividere in:

• Lunedì: panca e squat
• Martedì: lento e stacco
• Giovedì: panca e squat
• Venerdì: lento e stacco

Da notare che il giovedì e il venerdì potrebbero essere fatti in “scarico” tecnico facendo un 65/70% con 3/4x4 reps. Nella mia personale interpretazione possono essere inseriti esercizi “di contorno” per braccia, trapezi, deltoidi posteriori, polpacci, addominali. Comunque lo schema lo trovo semplice (anche da spiegare) ed efficace. Il limite è la possibile “noia” soprattutto per gli atleti che non hanno ancora capito che “le basi si costruiscono con i base”, scusate il gioco di parole ma è proprio così. Poi c’è il problema del: mi fa male il ginocchio, la schiena, la spalla ed in tal caso addio approccio ad alta efficacia. A mio avviso occorre adattarsi alle esigenze del cliente ma anche fargli capire di individuare bene se le sue problematiche sono reali o frutto di approcci sbagliati.

Posso dirvi che l’aumento della performance con un FALEEV si ottiene anche sostituendo lo squat con la pressa ed il lento con un Shoulder press, lo stacco con un ROW da seduto (ora so che in molti avranno “strani contorcimenti”e li capisco...), ma vi assicuro che già avere approcciato il cliente ad un metodo progressivo è un passo avanti per fargli capire cosa significa una programmazione vera che non sia il classico 3x10 e 5x6 senza alcun senso logico.  

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DUE DOCENTI PER DUE SCHEDE A CONFRONTO RIVOLTE SIA AL PUBBLICO MASCHILE CHE A QUELLO FEMMINILE

a cura di Mirko Orrù
IPERTROFIA DEI PETTORALI

Il programma di allenamento iniziale che ho scelto di proporre è della durata di 6 settimane.

Per aumentare “volume/dimensioni“ dei muscoli in generale dovremmo stimolare ed allenare tutto ciò che si trova all’interno della cellula muscolare. Sono molte le componenti, sia la parte contrattile, sia la componente non contrattile del muscolo. Ogni singola parte occupa uno spazio e la crescita di ogni singola componente contribuirà all’aumento generale del nostro “muscolo“. La parte più significativa in termini di “spazio“ è rappresentata dalla componente miofibrillare e sarcoplasmatica (l’ipertrofia del sarcoplasma determinata dall’esaurimento del glicogeno muscolare e dalla successiva super compensazione grazie al surplus di zuccheri), a seguire mitocondri, capillari, tessuto connettivo, lipidi, ecc. L’aumento del volume o maggiore sezione trasversa del muscolo rappresenta in termini di risultati, (ipertrofia miofibrillare - ipertrofia sarcoplasmatica) la vera ipertrofia muscolare. Il variare quindi ripetizioni, tempi sotto tensioni, enfatizzare fasi eccentriche, fasi concentriche ed infine modificare i tempi di recupero serviranno a stimolare ogni singola parte del nostro muscolo.

In tabella vengono riportate le diverse tipologie di fibre con lo stimolo più appropriato, sia in termini di % di carico, sia per quanto riguarda il TUT (time under tension), l’abbassamento delle riverse di fosfati e di ATP, il danno muscolare (micro-lesioni tissutali), lo stress metabolico con il conseguente innalzamento dell’acido lattico ed infine il tempo di recupero.

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Dalle tabelle si evince come, oltre al carico ed al numero di ripetizioni, la velocità esecutiva del gesto influenzi notevolmente il tipo di fibra coinvolta dall’esercizio. Esercizi eseguiti in modo esplosivo comporteranno, a parità di ripetizioni, un minor TUT e, di conseguenza, una maggior attivazione delle fibre di tipo 2. Esercizi eseguiti in modo lento e controllato comporteranno viceversa, a parità di ripetizioni, un TUT più elevato e, di conseguenza, una maggior attivazione delle fibre di tipo 1. A questi fattori determinati dall’allenamento possiamo aggiungere il ruolo chiave dall’alimentazione. Il variare invece l’esercizio (panca piana, croci inclinate e cavi alti) ci permetterà di modificare lo stimolo in termini di angoli di lavoro, andando a stimolare di versi fasci: Clavicolari, adduce, flette e intraruota l’omero; Sternocostali, adduce e intraruota l’omero; Addominali: adduce, intraruota ed estende l’omero dalla posizione di massima flessione (partenza con braccio sopra la testa). Semplificandola molto parleremo di fasci centrali del pettorale, fasci superiori e infine fasci inferiori. La differenza tra “programma uomo/donna”, a parità di obiettivo, si differenzierà per un minor numero di serie (volume) per andare incontro ad una “produzione ormonale”.

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a cura di Carlo Dolzan
L’ALLENAMENTO DEL DORSO

Molte persone non rivolgono particolare attenzione all’allenamento del dorso per il fatto che quando si guardano allo specchio o si fanno dei selfie questa area del corpo non si vede; come risultato, al mare ed in piscina, vaga un buon numero di “addominalizzati e pettoralizzati” che si portano dietro una schiena che ha lo stesso spessore di un A4 con inevitabile effetto “Fante di picche”. Allenare questa zona nascosta al nostro sguardo, ma non a quello degli altri, oltre ad evitarci di far parte dei “bidimensionali”, risulta utile per i seguenti motivi:
- una caratteristica che accomuna gli atleti più performanti in diverse discipline è possedere una schiena forte
- una schiena muscolosa risulta fondamentale per dare al corpo un aspetto massiccio
- allenando e sviluppando in modo armonico tutta la schiena si ottiene un miglioramento della postura
- mantenere forte e allenata la parte posteriore del tronco riduce l’incidenza delle problematiche articolari alle spalle e al rachide.

A mio avviso un armonico sviluppo funzionale di quest’area si ottiene associando allenamenti per il miglioramento della forza e allenamenti per l’ipertrofia. Per questo motivo la proposta che segue prevede entrambi questi stimoli all’interno della stessa settimana senza indicare una specifica differenziazione tra uomo e donna; le uniche differenze sono insite nella scelta di voler sviluppare, oppure no, anche il muscolo trapezio medio alto (vedi esercizi con asterisco) e nell’essere in grado di eseguire o meno le trazioni alla sbarra. Evidenze di massa dimostrano che la donna tende a scegliere di non allenare il trapezio e presenta maggiori difficoltà ad eseguire le trazioni!

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NOTE:
• Non sono indicate le serie allenanti, queste sono a vostra discrezione; il mio suggerimento è fare, almeno per il primo esercizio, 3-4 serie da 5-3 ripetizioni con carichi gradualmente più pesanti. Ricordatevi 2 cose:
1) vi dovete riscaldare, non affaticare
2) l’acido lattico interferisce con l’espressione di forza massima.
Esempio di riscaldamento: una prima serie (opzionale, per “provare il movimento”) con un carico molto basso 20-25%) da 10 ripetizioni, riposo, appena vi sentite pronti una seconda serie da 5 ripetizioni con il 50% del carico che si utilizzerà nella prima serie allenante, riposo, una terza serie da 3-4 ripetizioni con il 70-75% del carico che si utilizzerà nella prima serie allenante, riposo, una quarta e ultima serie da 2-3 ripetizioni con l’85-90% del carico detto prima.
• Il Pulley è indicato solo per chi non è in grado di fare almeno 2-3 trazioni, stessa cosa dicasi per la Lat Machine.
• Il simbolo * indica gli esercizi da NON fare se temete di sviluppare anche la parte medio/alta del trapezio; questi stessi esercizi sono invece fortemente consigliati se vi interessa un dorso con “effetto 3D”.
• Il simbolo # indica che per questa esecuzione non bisogna portare mai le serie ad esaurimento se non solo quando mancano poche ripetizioni al traguardo; consiglio pertanto di:
- iniziare con serie da 3-7 ripetizioni (a seconda del vostro livello),
- riposare 15-30”, verso la fine vanno bene anche serie da 1-2 ripetizioni, sempre con recuperi “brevi”
- se arrivate a 40 ripetizioni in 4 serie o meno o se ci impiegate meno di 4 minuti è il caso che usiate un sovraccarico.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019
Venerdì, 30 August 2019 12:27

Calisthenics allenamento puro

IL TUO CORPO È IL MIGLIORE ATTREZZO CREATO DA MADRE NATURA DA UTILIZZARE DOVE, QUANDO E COME E VUOI

Con il termine Calisthenics ci si riferisce ad un insieme di esercizi svolti a corpo libero e finalizzati a potenziare il fisico contrastando il solo peso del proprio corpo e sfruttando la dinamica delle leve. Esso rappresenta un allenamento molto efficace per aumentare la forza, la resistenza, l’equilibrio, la coordinazione e presta, inoltre, grande attenzione alla mobilità articolare. Si avvale sia di esercizi isometrici che dinamici in grado di allenare tutti i gruppi muscolari e di sviluppare un corpo tonico, definito ed armonioso.

Questo metodo nasce dalla cultura classica: i soldati greci lo usavano per condizionare il proprio fisico e sviluppare forza e coordinazione, qualità essenziali in battaglia (come testimoniato dagli scritti di un antico esploratore persiano che ci parla di come gli spartani si allenassero eseguendo “strani movimenti e strane pose”); pertanto, si può affermare che un soldato spartano del 480 a.c. si allenava in maniera molto simile ad un moderno atleta di calisthenics. Ciò dà prova del fatto che da sempre l’uomo abbia cercato di migliorare la propria forma fisica grazie all’utilizzo del proprio corpo come attrezzo ginnico. Dall’antica Grecia fino ad oggi, l’allenamento a corpo libero è sempre stato alla base dei programmi di preparazione di militari, combattenti, acrobati, ballerini, ginnasti e di tutti coloro che volessero migliorarsi fisicamente.

Tale disciplina è alla portata di tutti poiché prevede allenamenti progressivi ed è praticabile da qualsiasi soggetto poiché segue la logica di adattamento dell’individuo, che si compone di vari esercizi progressivi che porteranno ad un adattamento articolare e neurofisiologico. I risultati saranno:
• aumento della densità ossea con conseguente aumento del volume muscolare e diminuizione della massa grassa
• miglioramento notevole delle componenti connettive articolari e della postura con molti esercizi di mobilità e flessibilità articolare e muscolare
• aumento dell’efficienza neuromotoria e delle capacità coordinative, miglioramento dei sistemi energetici e del metabolismo.

Questa disciplina si adatta molto bene anche a persone che presentano limitazioni dal punto di vista motorio (come nel caso di soggetti anziani o convalescenti) che possono eseguire specifici esercizi a scopo riabilitativo. Ciò è reso possibile dal fatto che nel Calisthenics l’allungamento muscolare e la mobilità costituiscono capisaldi inamovibili e seguono in tal modo un’ottima via di prevenzione per infortuni, oltre a sviluppare una elasticità corporea unica nel suo genere. All’inizio della pratica molti elementi (come per esempio restare paralleli al suolo contando soltanto sulla forza delle proprie braccia appesi ad una sbarra) sembreranno impossibili da realizzare; tuttavia, con allenamento costante e cura qualitativa del lavoro, ci si accorgerà come in breve tempo la resistenza e la forza fisica aumenteranno notevolmente e si riusciranno ad eseguire esercizi progressivamente più complessi e che sino a poco tempo prima nemmeno immaginavamo che il nostro fisico potesse sostenere. Ciò che conta veramente in questo sport è la forza di volontà, la costanza e la perseveranza, elementi chiave per raggiungere ottimi risultati nel tempo. Il neofita che si cimenta per le prime volte in questa disciplina è solitamente spaventato e pieno di dubbi: “ma è impossibile per me realizzare quel movimento”, “con la mia scarsa preparazione ci vorranno secoli prima che io riesca a sostenere questo tipo di allenamento”, “non avrò mai quella forza ed elasticità..”. In qualità di tecnico ed istruttore, posso affermare che queste sono le frasi che si sentono quasi sempre al primo allenamento di un allievo. La mia risposta è sempre la stessa: “se seguirai le indicazioni tecniche corrette, eseguendo passo dopo passo le propedeutiche necessarie, in meno tempo di quello che immagini stupirai te stesso con ciò che il tuo corpo sarà in grado di fare”. Questo non significa che il percorso sia semplice; si richiede infatti grande dedizione, lavoro, cura e tanta costanza negli allenamenti; posso assicurare, tuttavia, che con il progredire degli allenamenti, non si tratterà più di un sacrificio ma di un vero e proprio “bisogno”, dato il grande benessere fisico e mentale che è in grado di apportare.

Il “bello” del Calisthenics sta proprio nel fatto che ci si mette continuamente in sfida con se stessi, ponendosi obbiettivi sempre più alti; ciò che fino a tre mesi prima sembrava irrealizzabile ora fa parte della routine base e della preparazione quotidiana per aspirare già ad un allenamento di livello più alto o ad un movimento più complesso. Allenare il corpo con la ginnastica calistenica è un’opportunità per tutti, uomini o donne: ognuno si allenerà con esercizi propedeutici scelti in base al proprio livello; non servono grandi attrezzi, pesi o macchine, abbiamo bisogno solo del nostro corpo e di tanta forza di volontà. Il Calisthenics si può praticare ovunque: nella classica palestra, a casa o all’aperto. Per smentire, poi, coloro che ritengono e sostengono che tale sport sia prettamente maschile, posso affermare che vi sono molti vantaggi che anche il gentil sesso può ottenere praticandolo: un miglioramento dell’aspetto fisico e posturale, una maggiore coordinazione ed un’ottima elasticità e mobilità articolare. Attualmente, esistono dei veri e propri gruppi di appassionati che si allenano insieme nei parchi di tutto il mondo, delle vere e proprie crew, motivo per cui il calisthenics è diventato sinonimo di “street workout”, potenziamento da strada libero che per essere praticato non necessita di grandi attrezzi. Con una semplice sbarra a cui appendersi e due appoggi che fungano da parallele si può fare tutto: uno sport per tutti e per tutte le tasche quindi, perché per praticarlo non si spende nulla. E se il clima non lo permette, perché piove o fa troppo freddo, basta procurarsi una sbarra da montare in casa e due parallele mobili; questo permetterà di allenarsi anche tra le mura domestiche. Tale incredibile disciplina ha dato il via ad un processo di modernizzazione dell’allenamento a corpo libero senza precedenti. Tutto è iniziato con i video di alcuni ragazzi americani che grazie alle loro evoluzioni su sbarre e parallele hanno ispirato migliaia di coetanei in tutto il mondo. Il nostro corpo è il miglior attrezzo che abbiamo per allenarci, basta imparare ad utilizzarlo nella maniera giusta e ciò ci permetterà di elevare le nostre prestazioni fisiche e raggiungere livelli atletici impensabili. Chiunque può allenarsi in chiave calistenica, sia chi si allena con il solo scopo di tonificarsi, di perdere grasso corporeo, di migliorare la propria postura, di migliorare la propria coordinazione motoria, di aumentare la propria mobilità articolare, arrivando in sostanza ad un benessere fisico generale, sia l’atleta già evoluto che vuole mettersi alla prova cimentandosi di continuo in nuovi movimenti isometrici e dinamici in cui servirà grande forza, coordinazione e controllo corporeo.

Con la sola pratica scoprirai che non si tratta affatto di un allenamento di seconda categoria e ti accorgerai che grazie ad esso potrai fare cose impensabili con il tuo solo corpo. Avrai nuovi stimoli fisici e mentali e potrai allenarti dove più ti piace.

Per queste sue caratteristiche uniche, il Calisthenics si potrebbe definire “allenamento allo stato puro”, in grado di esaltare le qualità fisiche sfruttando il proprio peso come mezzo allenante.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019
Venerdì, 30 August 2019 12:11

Come ti warm-up?

L’IMPORTANTE È RISCALDARSI O SI PUÒ OTTENERE DI PIÙ?
LE DIVERSE ATTIVAZIONI NELLA FASE DEL RISCALDAMENTO SECONDO LA BIBLIOGRAFIA DEI PIÙ GRANDI PREPARATORI ATLETICI

Con la parola warm-up o riscaldamento intendiamo quella serie di attività che eseguiamo prima dell’allenamento o della performance. Innanzitutto è importante sapere che riscaldarsi è fondamentale prima di svolgere un training, non solo per ridurre la possibilità di infortunarsi, ma per la corretta efficacia dell’allenamento stesso. Anche se il tempo che abbiamo a disposizione è poco, iniziamo sempre con il warm-up! Infatti aiuta l’atleta nella transizione dal mondo esterno al compito specifico che sta per svolgere in palestra o sul campo di gara, e la preparazione deve essere sia mentale che fisiologica. Per alcuni si tratta di una vera e propria routine, quasi scaramantica, che consente di entrare nel giusto mood tramite una ripetizione costante degli stessi gesti. La definizione che più mi piace di warm-up è: “ottimizzare la performance riducendo la possibilità di infortuni durante la competizione o l’allenamento”.

Gli obbiettivi fisiologici comunemente riconosciuti del warm-up sono:
• l’incremento della temperatura corporea;
• l’aumento della frequenza cardiaca e della frequenza ventilatoria;
• la maggior efficacia degli scambi di O2-CO2 sia a livello tissutale che polmonare;
• l’ottimizzazione della velocità della produzione energetica e delle reazioni sia per il metabolismo aerobico che anaerobico;
• l’aumento dell’escursione articolare sia grazie a un miglior rendimento meccanico, che grazie alla riduzione della viscosità muscolo-connettivale.

Vediamo insieme com’è strutturato un Warm-up tradizionale, o meglio come dovrebbe essere strutturato un warm-up tradizionale. In primis si esegue un’attività aerobica di basso impatto ad esempio jogging, bike, rowing o movimenti base a corpo libero in continuità sequenziale per ottenere un incremento della temperatura corporea e un minor senso di costrizione delle articolazioni per circa 10-15’. Alcuni a questo punto inseriscono dello stretching dinamico o statico. Per molti allenatori e atleti si potrebbe concludere qui e iniziare con la parte centrale dell’allenamento. In realtà anche nella modalità più tradizionale bisognerebbe andare oltre e curare meglio la nostra preparazione al movimento.

Grandi Autori si sono cimentati nella riorganizzazione del Warm-Up. Ian Jeffreys, autore del libro ‘The Warm-up’, ci insegna l’acronimo R.A.M.P. (che sta per Raise, Acivate, Mobilize, Potentiate) per dare un’idea di ordine organizzativo del riscaldamento.

Raise, ovvero solleva, innalza, questo termine racchiude la parte dedicata all’attività cardio-polmonare e metabolica; activate significa attivare, e sposta l’attenzione sull’aspetto neuro-muscolare, puntando all’attivazione dei gruppi muscolari specifici che più saranno stimolati nella seduta; il termine Mobilize è riferito all’incremento della mobilità articolare; con Potentiate c’è la chiave di svolta, infatti l’autore a questo punto suggerisce una serie di possibili attività che spesso si inseriscono direttamente nel corpo centrale dell’allenamento.

Sono previste esecuzioni pliometriche, accelerazioni e sprint, e altre attività ad alto impatto neurale come esercizi di azione-reazione con un partner, con led luminosi o con stimoli visivi, uditivi o cinestetici impartiti dal coach stesso. Quindi si ricerca intensità simile a quella di gara e una preparazione del sistema neuro-muscolare sfruttando l’effetto P.A.P. (post activation potentiation). Michael Boyle ci suggerisce un altro sistema preparatorio. Secondo Boyle, per prima cosa, ancora da “freddi”, bisogna iniziare con il self myofascial release. Ovvero massaggiare tramite l’ausilio di foam roller, grid, mattarelli e AcuBall la muscolatura, in modo da rilasciare le fasce e consentire un miglior afflusso di sangue, ossigeno e nutrienti al muscolo, nonché una miglior ricettività nervosa. Si parte dalla pianta del piede e si prosegue a salire, lungo tutta la muscolatura della gamba, il gluteo, la fascia lata e la zona dorsale. Discorso a parte e più delicato, che richiederebbe maggior approfondimento, per quanto riguarda la zona lombare e cervicale. In seguito si passa allo stretching statico (si avete letto bene), allo stretching dinamico eseguito sempre in un’ottica joint by joint, e alle andature preparatorie lineari, laterali e/o verticali o multidirectional (a seconda del focus dell’attività principale del giorno di allenamento che seguirà).

Mark Verstegen si avvicina molto al modello di Boyle e partendo dal presupposto che ai tradizionali metodi di riscaldamento manca specificità del movimento, coordinazione e velocità esecutiva, innanzitutto lui cambia il termine Warm-up in Movement Preparation, suggerendo una nuova definizione del warm up: “un approccio integrato per preparare l’atleta fisicamente e mentalmente alle richieste dell’allenamento o della competizione attraverso un progressivo e specifico percorso preparatorio.”

Il percorso da lui suggerito si sviluppa in 5 momenti ben definiti, che vengono attuati in sequenza dopo aver “rullato” fasce e muscoli con foam roller e AcuBall.
1. Movimento generale
2. Hip Activation
3. Dynamic Stretching
4. Movement integration
5. Neural Activation


APPROFONDIAMOLI UN PO’ LE CARATTERISTICHE DEI SINGOLI

1. Movimento generale
Il focus è l’incremento della temperatura corporea, frequenza cardiaca e ventilatoria. Bisogna scegliere la tipologia di pattern motori che più si avvicina a quello che faremo nella fase centrale dell’allenamento.

2. Hip activation
Si possono sfruttare le miniband e, come suggerisce il titolo, il focus è incentrato su estensori, flessori, abduttori e adduttori dell’articolazione principalmente coinvolta negli sport. Ovviamente anche il core ha la sua parte in questo andandosi ad aggiungere e a svolgere prima ancora della movement preparation, ma ne parleremo al corso di Preparatore Atletico.

3. Dynamic stretching
Un insieme di movimenti ad ampio raggio d’azione atti a raggiungere ROM articolari più adeguati alla performance, scelti sulla base della specifica esigenza della seduta che seguirà, tenendo conto sia delle direzioni (lineare, laterale, rotazionale/multidirezionale) che della muscolatura maggiormente coinvolta. Risulta più utile ai fini preparatori alla performance dello stretching statico.

4. Movement integration
Questa parte è molto interessante ed è forse la più rivoluzionaria suggerita dall’ approccio di Verstegen. Infatti giunti a questo punto, ci si deve dedicare a riprodurre (... e correggere dove necessario) una progressione che metta in gioco tutte le componenti di movimenti globali quali Sprint e balzi. Partendo dal miglioramento della posizione del piede nella marcia lineare, fino alla flessione della coscia sull’ anca nello skip; dal “push off” del contatto a terra alla posizione del braccio rispetto al tronco. Grazie a questo, il riscaldamento diventa il primo momento in cui lavorare sul miglioramento tecnico. Anche in questa parte si terrà conto dell’obbiettivo della seduta per decidere le esercitazioni più congeniali al proseguimento dell’allenamento, ad esempio se la seduta sarà dedicata ai cambi di direzione, ci si concentrerà di più sui movimenti rotazionali che portino attenzione al mantenimento dell’asse longitudinale ad angoli consoni ad un corretto cambio di direzione.

5. Neural activation
Questa parte è interamente dedicata al P.A.P. Movimenti rapidi, riflessi e repentini, a ridotto o ampio ROM, di brevissima o breve durata e che possono essere di tipo reattivo a ad attivazione autonoma. Il tutto con il solo obbiettivo di attivare al meglio il sistema Neuro-Muscolare del nostro atleta.


PER CONCLUDERE QUALCHE LINEA GUIDA

La parte dedicata all’attivazione generale può essere di 5-6 minuti ed avere 3-4 tipologie di movimenti diversi ma specifici (movimenti calistenici, jogging o rowing).

Hip Activation avrà una durata di 2/3 set da 10/15 ripetizioni con 2 o 3 movimenti scelti sulla base della direzione principale decisa per l’allenamento.

Dynamic Stretching, da eseguire sul posto o in avanzamento non deve superare i 6-8 movimenti, 2 set, 5 o 6 ripetizioni, anche perché non si tratta di una seduta dedicata al miglioramento della mobilità articolare in assoluto, che richiede ben altre specifiche, ma di un momento di attivazione che si concluda in 4-5 minuti.

Movement integration, 4 o 5 movimenti, 1 set, 10 -15 metri lineari o 10-15 ripetizioni a seconda della tipologia di esercizi.

Neural Activation, 4 o 5 movimenti, 1 o 2 set da 3”/7”, con un partner in modalità “challenge” o con partenza in risposta a stimoli indotti dal coach o altri strumenti.

Quindi ...Warm Up prima della performance? Assolutamente sì!

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019
Venerdì, 30 August 2019 12:08

Cosa spinge ad alllenarsi in palestra?

UN VERO E PROPRIO DUELLO TRA LA MOTIVAZIONE ESTETICA E QUELLA PRESTAZIONALE

La riflessione che nasce da questa domanda aperta ci porta ad affermare che in molti soggetti la motivazione all’impegno fisico risulta essere prima di tutto estetica e narcisista e solo di riflesso tecnica–atletica e prestazionale. Il mondo del fitness ci conferma infatti che tra gli assidui frequentatori di palestre esistono due categorie di allievi che identificano la teoria del “tutto o niente” del momento storico che stiamo vivendo. Ci sono coloro che sono letteralmente “dipendenti” dall’esercizio fisico, incuranti dell’orario, predisposti alla fatica, anche ad alte intensità, e desiderosi di poter avere ancora più tempo per allenarsi. E poi ci sono tutti quelli molto poco sensibili al richiamo dell’attività fisica e che spesso, se costretti a farla, si sentono inquieti finché non hanno terminato la seduta di allenamento.

Uno studio Svedese ritiene che la motivazione all’esercizio fisico in palestra sia psicologicamente qualcosa di più complesso rispetto ai due casi estremi appena citati. Basando il loro approccio sulla teoria dell’Autodeterminazione i ricercatori svedesi hanno evidenziato un quadro in cui i nostri obiettivi possono essere suddivisi tra quelli che sono intrinsecamente ed estrinsecamente controllati. Le principali finalità intrinseche risultano essere: il senso di appartenenza sociale, la gestione dello stato di salute, lo sviluppo di abilità fisiche. Quando si raggiunge una di esse l’attività fisica piace fine a sé stessa. Quando al contrario si è spinti da una motivazione estrinseca, come ad esempio la riconoscibilità di uno status sociale e la valorizzazione della propria immagine, l’obiettivo non sta nell’attività in sé, ma nel come essa ci può aiutare a raggiungere il risultato che si desidera. La chiara conclusione è che le motivazioni che spingono all’esercizio fisico in palestra tendono a mescolarsi e a sovrapporsi le une alle altre: non ci si muove soltanto per una soddisfazione puramente personale, senza che ci sia un riconoscimento tangibile esterno al proprio impegno.

Non esiste dunque un obiettivo migliore di tutti per motivare l’essere umano all’attività fisica, ma fino a quando si sta cercando di migliorare effettivamente la propria salute, le proprie abilità o le proprie amicizie, l’esercizio fisico può diventare un’area motivazionale di completamento della vita. Esistono poi le priorità: se a 20, 30, 40 anni il fattore estetico riveste la principale motivazione per andare in palestra verso i 50 prende piede l’esigenza di mantenersi in salute e in forma. Dai 60 anni il fattore estetico cede sempre più il passo a quello del benessere e della prevenzione, anche se il corpo tonico e modellato aggiunge gratificazione alla nuova motivazione salutistica. Trovare dunque la motivazione più giusta alle proprie caratteristiche ed esigenze sembra essere l’azione che anticipa la scelta dell’allenamento; è interessante capire quali strumenti e strategie si possono adottare per motivarsi. Da quanto analizzato finora una primordiale motivazione sta chiaramente nella scelta e formulazione dell’obiettivo; a questa si affiancano le tradizionali motivazioni che alloggiano nello scegliere una musica di supporto che se adeguata all’intensità dell’obiettivo può aumentare la prestazione fisica; ed ancora trovare un compagno di allenamento: allenarsi in coppia o anche in gruppo diventa uno stimolo quando la voglia è sotto zero, aumenta lo spirito competitivo ed aiuta a non mollare e a superare i propri limiti rafforzando la propria competenza sociale. Le soluzioni che nell’epoca moderna risultano maggiormente motivazionali sono ovviamente da riscontrarsi nel mondo dei social media. Lo sviluppo tecnologico di internet ha permesso di condividere il proprio interesse per un’attività sportiva con grandi comunità di persone e attraverso le loro storie, che documentano i successi ed insuccessi dei loro allenamenti, si possono trovare gli stimoli più giusti per allenarsi.

Ai primi tre posti della nostra classifica dei social network più motivanti troviamo:

1. You Tube attraverso i numerosi canali italiani ed inglesi che si occupano di fitness, alimentazione ed integrazione alimentare sportiva i cui protagonisti (youtubers) con i loro discorsi motivazionali incuriosiscono e spronano a provare subito il prossimo allenamento.
2. Instagram hashtag “Fitness Motivation” attraverso i modelli ed atleti (influencers) che con le loro fotografie entusiasmano ed incoraggiano i followers a seguire il loro stile di vita e a condividerlo nella community.
3. Facebook In cui si possono trovare numerosi video motivazionali di settore in cui l’alternarsi di un ritmo musicale serrato ad immagini suggestive agisce come una vera e propria “bomba motivazionale”.

Basta con le scuse, niente più alibi! Per ogni tipologia di persona esiste una giusta motivazione all’allenamento. Qualsiasi sia l’obiettivo scelto estetico, prestazionale o salutistico, qualsiasi sia il target di età a cui si appartiene, c’è sempre e solo una motivazione vincente: la spinta interiore!

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019

VALUTIAMO QUALI SONO I SUOI REALI VANTAGGI E I BENEFICI

Every Minute On the Minute, uno dei metodi più utilizzati per allenare la forza resistente e la potenza nei “functional workout” per le donne. Per quelle poche atlete che ancora non lo conoscono vediamo intanto come funziona. Tradotto in pratica significa che bisogna realizzare un workout di un dato numero di minuti suddivisi in singoli minuti all’inizio dei quali eseguire una serie tradizionale di uno o al massimo due esercizi (scelti in base all’obiettivo che si vuole allenare); finita la serie predefinita, tutto il tempo che avanza fino al completamento del minuto funge da recupero: in teoria meno tempo si impiega a fare gli esercizi e più recupero si ha a disposizione, ma in pratica la miglior strategia per affrontare questo tipo di Workout è quella di trovare un tempo per completare le ripetizioni e quindi mantenerlo costante per tutti i minuti del EMOM; in questo modo per i primi minuti avremo la sensazione di faticare poco, ma già dal terzo minuto inizieremo a pensare che non è poi così facile mantenere il ritmo; se al contrario sceglieremo di partire troppo veloci sarà molto alto il rischio di non riuscire a recuperare in tempo e ci ritroveremo ben presto sopraffatti dalla stanchezza. Sulla base della esperienza vissuta in campo e della bibliografia dedicata, consiglio di partire con un workout di 12 minuti totali fino ad arrivare a 18-20 minuti quando il livello di condizionamento sarà più alto. Le ripetizioni devono rimanere in un range medio basso (4-6 al minuto) in modo da dare priorità al carico, le esecuzioni devono essere sempre “decise” ed esplosive in fase concentrica, evitando di raggiungere l’esaurimento.

Dopo questa facile analisi del metodo procediamo con l’analisi dei suoi principali vantaggi. Innanzitutto è un metodo stimolante perché riesce ad allontanare dalla nostra mente ogni tipo di pensiero relativo all’organizzazione del workout; Il Timer agisce per noi permettendoci di monitorare facilmente il tempo di lavoro e il tempo di recupero e ad ogni minuto successivo saremo sempre più stimolati a confrontare il nostro tempo di lavoro e l’intensità con il risultato del round precedente. è un allenamento misurabile perché ci consente appunto di misurare i nostri progressi, facilmente confrontabili da una seduta all’altra, da una settimana all’altra consentendoci di migliorare le nostre performance aumentando il tempo complessivo del workout o il numero di ripetizioni nei singoli minuti. è un sistema di allenamento versatile: si può decidere di allenare qualsiasi capacità condizionale ed abilità prestazionale variando, oltre al numero delle ripetizioni, i carichi, gli esercizi e i minuti si possono. è un metodo che impone un recupero di tipo attivo, intendendo il tempo di pausa “non sprecato”, ma funzionale ad una autovalutazione da parte dell’atleta del suo rendimento che gli permetta di decidere quanto poter spingere o quanto dover curare la tecnica nel set successivo. Dopo ogni set possiamo rifare questa autoanalisi e partire per il minuto successivo con le idee molto più chiare!

Dal punto di vista fisiologico l’utilizzo del metodo EMOM provoca diversi ed importanti benefici; questo dipende dal fatto che rappresenta nella sua applicabilità un perfetto compromesso per avere una alta densità sistemica ed una bassa densità locale; questo ci permetterà di usare dei carichi più elevati sui singoli gruppi muscolari e al contempo di godere di un maggior consumo calorico, sia durante la seduta sia nelle ore successive (EPOC), un’accelerazione della frequenza cardiaca ed un maggior rilascio di catecolamine; tutti fattori da cui consegue l’ossidazione del grasso corporeo. In questo senso realizzare l’EMOM alternando 2 movimenti tra loro che utilizzino catene muscolari antagoniste oppure distali tra loro (in Jump Set) ci porta diversi vantaggi:

• Miglior recupero tra le serie
• Maggior ottimizzazione del tempo di lavoro
• Alta densità di lavoro (rapporto lavoro/riposo)
• Un miglioramento metabolico e cardiovascolare come conseguenza di un maggior adattamento muscolare
• Maggior EPOC

Riporto alcuni esempi di workout per allenare il pubblico femminile stimolando la sua competitività attraverso l’essenza della verstilità del EMOM.

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Pubblicato in Performance n. 2 - 2019
Venerdì, 30 August 2019 11:51

Kettlebell unconventional complex

L’ALLENAMENTO FUNZIONALE CON IL KETTLEBELL ORGANIZZATO IN UN CIRCUITO A RIPETIZIONI CON ESERCIZI “NON STANDARD”

Che cos’è un complex?

Per chi non lo sapesse, un Complex è “una serie di esercizi svolti uno di seguito all’altro senza pause dove si devono eseguire tutte le ripetizioni di un esercizio prima di passare a quello successivo”. L’attrezzo lascia le mani o “si riposa” a terra solo dopo che tutti gli esercizi e tutte le ripetizioni sono state eseguite. O ancora: “un Complex è un circuito in cui si usa un solo attrezzo, un solo carico ed un solo spazio”. Solitamente un Complex è formato da 5-8 esercizi scelti in modo da poter essere eseguiti tutti con un unico attrezzo (bilanciere, manubri, kettlebell o corpo libero) e disposti in una sequenza logica che permetta di passare da un esercizio al successivo in modo “fluido e naturale”. I campi di applicazione del metodo “Complex” sono i più svariati, come al solito la metodologia è una “scatola”e ciò che mettiamo dentro farà in modo di rendere il contenuto più finalizzato ad un obiettivo rispetto ad un altro.


Analizziamo la struttura della mia proposta di Complex non convenzionale

In questo caso particolare ho preparato un Complex con Kettlebell, costituito da 6 esercizi diversi. Ogni esercizio dovrà essere ripetuto 3 volte partendo con il Kettlebell impugnato a dx e altre 3 volte con il Kettlebell impugnato a sx. Recuperare 30’’ e poi ripartire eseguendo 6 ripetizioni per esercizio/per lato. Recuperare 1’ e ripartire arrivando a 9 reps/esercizio/lato. Recupero 1’30’’ e ripartire da capo. La stimolazione generata dalla sequenza degli esercizi è di tipo “Total Body”, io la utilizzo come modalità di warm up sia in lezioni specifiche del Kettlebell Training sia di lezioni di Functional Training classiche. I 6 esercizi che compongono il Complex sono:

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A te, che ami allenarti in modo non convenzionale, buon allenamento!

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019

 

QUANDO IL SONNO NON È RIGENERATIVO!
CERCHIAMO DI SCONFIGGERE QUESTA SINDROME CON L’ALLENAMENTO ED IL CAMBIAMENTO DELLO STILE DI VITA

 

Sempre più frequentemente (e da gente sempre più giovane) sento parlare di sonno disturbato, risvegli notturni, apnee notturne e russamento; una delle principali patologie del sonno è la cosiddetta Apnea Ostruttiva Notturna (OSA); vediamo di fare luce su questa patologia poco conosciuta e molto sottovalutata. Il primo consiglio nel caso si creda di poter soffrire di questa sindrome è quello di interpellare un medico specializzato in medicina del sonno o un altro specialista come neurologo, pneumologo, otorinolaringoiatra, chirurgo maxillofacciale, odontoiatra e altri. L’apnea ostruttiva notturna (OSA) è una condizione clinica cronica molto diffusa caratterizzata dal ricorrere, durante il sonno, di episodi ciclici di ostruzione completa (apnea) o parziale (ipopnea) delle vie aeree superiori per più di 10 secondi, con persistenza dei movimenti toraco-addominali. L’assenza o riduzione del flusso oro-nasale determina un calo di ossigeno (4-3% del valore basale). Al termine degli eventi si verificano risvegli, definiti “arousal elettroencefalografici” (alterazione della struttura del sonno) ed “arousal autonomici” (attivazione del sistema simpatico con temporaneo aumento della pressione arteriosa e frequente tachicardia).

sonno image

La prevalenza di OSA nella popolazione adulta generale è del 24% della popolazione, circa il 20-30% dei maschi e tra il 10 e 15% nelle donne;in Italia si stima che i pazienti affetti da OSA necessitanti di terapia siano circa un milioneseicentomila. Quando all’OSA si associa la sonnolenza diurna soggettiva ed altri sintomi questa viene definita OSAS (sindrome delle apnee ostruttive durante il sonno (OSAS).

La divisione generale dei principali sintomi si divide in:

Sintomi Notturni: Russamento abituale e persistente, pause respiratorie nel sonno riferite dal partner (se c’è…), risvegli con sensazione di soffocamento, sonno agitato con numerosi movimenti, poliuria (grande produzione di urine).
Sintomi Diurni: Sonnolenza, valutata con questionari ad hoc, cefalea, secchezza delle fauci e sensazione di sonno non riposante, astenia, modificazione del tono dell’umore in senso depressivo come disturbi della memoria, difficoltà di concentrazione, irritabilità, perdita di interessi, calo della libido, modificazioni delle abitudini di vita e peggioramento della vita di coppia.

I fattori di rischio si dividono in Fattori propriamente identificati e Fattori potenziali.

I fattori di rischio Propriamente Identificati per l’OSA includono:

Età: in prevalenza dalla giovane età all’età adulta fino ai 60-70 anni;
Sesso: due o tre volte più frequente nei maschi rispetto alle femmine (il divario si restringe all’età della menopausa nelle donne);
Obesità: in entrambi i sessi aumentando progressivamente con l’aumento dell’indice di massa corporea e dei marcatori associati come la Circonferenza del collo e il rapporto vita-fianchi;
Anomalie craniofacciali e delle vie aeree superiori: anomalie dei tessuti molli craniofacciali e delle vie aeree superiori aumentano la probabilità di sviluppare questa patologia; ad esempio l’anormale dimensione mascellare o mandibolare, un’ampia base craniofacciale, ipertrofia tonsillare e ipertrofia adenoidea.

I fattori di rischio Potenziali invece includono:

Congestione nasale: aumenta la resistenza all’ingresso di aria dovuta ad una minore pervietà nasale;
Fumo: ne aumenta il rischio e ne aggrava i sintomi se preesistenti;
Menopausa: aumenta il rischio soprattutto se vi è un contemporaneo aumento del BMI;
Storia familiare: potrebbe esserci una predisposizione genetica attraverso diversi fattori anatomofisiologici come ad esempio la struttura craniofacciale.

Dal punto di vista fisiopatologico l’OSA dipende dalla concomitanza di due fattori patologici, uno anatomico caratterizzato da una riduzione del calibro delle vie aeree superiori, l’altro invece è funzionale, derivato da una ridotta attività e perdita di tono dei muscoli dilatatori del faringe, in particolare il genioglosso (muscolo linguare).

Fisiologicamente il sonno rilassa la muscolatura dell’organismo; se vi è un importante perdita del tono muscolare le pareti delle vie aeree superiori vibrano producendo in questo modo il ben noto fenomeno del russamento; in casi gravi si verifica un collasso delle pareti, questo porta l’interruzione completa del respiro. In questa specifica condizione, per motivi di sicurezza, il cervello interrompe il sonno con un brusco risveglio aumentando il tono muscolare, ponendo fine all’apnea, alterando però la qualità del sonno.

Purtroppo chi soffre di OSA molto frequentemente non è consapevole della patologia perché le interruzioni del respiro avvengono durante il sonno e non ci si accorge del breve risveglio causato dal dover inspirare profondamente. Purtroppo al risveglio spesso si ha la sensazione di aver riposato male, di conseguenza si avrà un eccessiva sonnolenza, stanchezza, irritabilità ed altre conseguenze correlate ad una cattiva qualità del sonno. La polisonnografia in laboratorio è lo studio diagnostico basilare quando si sospetta OSA, molto utilizzato anche il test di apnea del sonno a casa (HSAT), ovviamente sarà il medico a scegliere quale strumento utilizzare per la diagnosi e l’elaborazione dei dati e successivamente elaborare la prognosi.

A grandi linee per la diagnosi ci si basa sul numero di eventi di apnea ostruttiva durante il sonno e segni/sintomi di sonno disturbato durante il giorno, ad esempio: 5 o più eventi respiratori prevalentemente ostruttivi (apnee ostruttive e miste, ipopnee o risvegli legati allo sforzo respiratorio) ogni ora di sonno in concomitanza ad uno o più sintomi quali:

• Sonnolenza, stanchezza, sintomi di insonnia,
• Svegliarsi con il respiro trattenendo, ansimando o soffocando,
• Russamento abituale, interruzioni respiratorie o entrambi,
• Ipertensione,
• Disturbi dell’umore,
• Disfunzione cognitiva,
• Malattia coronarica,
• Ictus,
• Insufficienza cardiaca,
• Fibrillazione atriale
• Diabete mellito di tipo 2.

Oppure 15 o più eventi respiratori prevalentemente ostruttivi (apnee, ipopnee o risvegli legati allo sforzo respiratorio) per ora di sonno. Si devono valutare altri fattori che possono essere considerati dei veri e propri campanelli d’allarme per l’OSA, quali:

- BMI elevato
- Circonferenza del collo >43 cm nei maschi, >41 cm nelle femmine,
- Dismorfismi cranio-facciali o anomalie oro-faringee che determinano una riduzione di calibro delle prime vie aeree,
- Presenza di malattie concomitanti come l’ipertensione arteriosa, le malattie cardiovascolari, cerebrali e che riguardano l’apparato respiratorio.

Se si soffre di questa patologia inoltre si ha maggior rischio di:

Peggiorata funzione diurna, di cognizione e psicologica associandola ad un eccessiva sonnolenza diurna, disattenzione e affaticamento, che possono compromettere la funzionalità quotidiana, indurre o esacerbare i deficit cognitivi.
Sonnolenza alla guida e incidenti automobilistici, statisticamente gli incidenti automobilistici sono da due a tre volte più comuni tra i pazienti con OSA mettendo a rischio la propria vita e quelle altrui.
Morbilità cardiovascolare, aumenta il rischio di patologie cardiovascolari tra cui ipertensione sistemica, ipertensione arteriosa polmonare, malattia coronarica, aritmie cardiache, insufficienza cardiaca e ictus.
Sindrome metabolica e diabete di tipo 2, aumenta la probabilità di sviluppare un’ insulino-resistenza (di conseguenza il diabete di tipo 2) che le cosiddette sindrome metabolica (in particolare quelle legate all’ aumento dei livelli di glucosio e trigliceridi nel sangue) con tutte le ripercussioni di infiammazione, rigidità arteriosa e aterosclerosi che comportano.
Obesità e malattia fegato grasso non alcolico
Mortalità, in condizioni di OSA grave non trattata (con frequenza di apnea superiore ai 30 eventi all’ora) hanno un rischio da due a tre volte maggiore di mortalità per tutte le cause sopraelencate rispetto ai soggetti senza OSA.

Per la guarigione è fondamentale ridurre o eliminare le apnee e le ipopnee, migliorare la qualità del sonno e di conseguenza la funzione diurna. I principali obiettivi quindi saranno:

- Modificare e migliorare lo stile di vita
- Riduzione del peso corporeo
- Migliorare il rapporto massa grassa/massa magra
- Riduzione della pressione arteriosa
- Miglioramento del profilo lipidico
- Miglioramento della glicemia
- Miglioramento dell’aspetto fisico (immagine corporea e impatto psicologico più favorevoli).

Per aiutare i nostri utenti a raggiungere questi obiettivi consiglieremo uno stile di vita attivo con 2/3 allenamenti settimanali con i sovraccarichi (a circuito) e possibilmente altrettante sedute Cardiofitness alternando alta e bassa intensità. Dovremo evitare di far svolgere le sedute allenanti nel tardo pomeriggio o nella serata per evitare che l’aumento fisiologico dell’adrenalina durante l’attività intensa peggiori la qualità del sonno.

scheda sonno

Nei giorni di cardiofitness ci sono 3 alternative:
1. 30/60 min di aerobica (65/70% FC Max)
2. HIIT x 20/25 min con 150 sec al 70% FC Max e scatto di 30 sec
3. PAC tipo tabella:

scheda sonno2

A fine allenamento 3 min di defaticamento al 60% FC Max, a seguire 2 esercizi per l’addome in superset con 30” di pausa tra un superset e l’altro. L’OSA è una patologia molto seria, poco conosciuta e sicuramente sottovalutata. Considerato che (giustamente) negli ultimi anni la medicina dedica sempre più attenzione all’argomento sarà sicuramente corretto dedicare anche per l’allenamento una maggiore attenzione per limitare o curare questa sindrome, in certi casi, se necessario il medico potrà utilizzare terapie specifiche come apparecchi che aumentano la pressione delle vie aeree (CPAP), dispositivi intra-orali e o nasali ed infine si può ricorrere alla chirurgia.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019

L’EVOLUZIONE DEL MONDO DELLA TONIFICAZIONE IN UNA NUOVA FORMULA DELL’INTRAMONTABILE CORSO DI TBW

Il Total Body Workout della FIF è l’emblema dei corsi creati per il condizionamento muscolare e rappresenta uno dei sistemi di allenamento più completi da praticare nelle lezioni di Fitness Group su base musicale. La sua versatilità permette di adattare l’intensità delle lezioni ai diversi livelli di allenamento dei partecipanti; si possono così creare diverse forme di total body in modo da migliorare complessivamente la forma fisica generale e il benessere psico-fisico. L’acronimo TBW sta dunque ad indicare un allenamento completo su base musicale che va a stimolare tutto il corpo e comprende all’interno di sé molte strategie di allenamento differenti tra loro quali:

• esercizi a corpo libero, dove si utilizza solo il sovraccarico del nostro corpo;
• esercizi con i piccoli attrezzi, quindi applicando un carico esterno al nostro corpo come ad esempio i manubri, lo step, il bilanciere e gli elastici;
• esercizi con piccoli attrezzi non convenzionali come la fitball, la ovalball, il bosufit ecc.;
• esercizi di aerobica, che richiedono un grande lavoro muscolare e una frequenza cardiaca massima che rientra in un range tra il 60-80%.

Il nuovo corso di Total Body Workout ha lo scopo di specializzare l’istruttore di Fitness Group attraverso le più innovative tecniche e metodologie di allenamento per il condizionamento muscolare garantendo una applicazione in tutti i settori del fitness e non soltanto nell’ambito musicale. Lo studio della musica, come da tradizione, resta il primo argomento importante, ma non fondamentale del corso e il workshop pratico sul suo utilizzo in abbinamento al movimento, avrà l’obiettivo di insegnare esclusivamente ad eseguire, con la cadenza più adeguata, gli esercizi base della tonificazione generale. A partire dalla struttura musicale, si susseguiranno una serie di workshop teorico-pratici che porranno l’attenzione sui momenti che caratterizzano una lezione di total body. La lezione di Total Body Workout ha una durata media tra i 50 e 60 minuti e la sua struttura standard si compone di da tre fasi che andremo di seguito ad analizzare singolarmente.


1. FASE DI RISCALDAMENTO (WARM UP)

In un allenamento total body il riscaldamento è fondamentale, ha una durata media tra i 10-20 minuti ed è utile per preparare la muscolatura in modo da non incorrere nel rischio di infortuni.


2. FASE CENTRALE (FOCUS)

Durante la fase attiva dell’allenamento, che dura mediamente 40 minuti, si può decidere di eseguire fasi di lavoro aerobico per favorire il miglioramento della capacità cardiovascolare che includono nella loro struttura di base esercizi di tonificazione generale; una seconda opzione consiste al contrario nella scelta di eseguire stazioni di tono dove si eseguono esercizi statici per la tonificazione di braccia, gambe, glutei e addominali; oppure si possono creare allenamenti che prevedono l’alternanza di fasi di lavoro cardiovascolare a fasi di lavoro di tonificazione muscolare. Il focus della fase centrale corrisponde all’obiettivo principale della lezione che l’istruttore sceglie in base al risultato da raggiungere e a sua volta definisce l’applicazione delle numerose varianti con cui si propone.

Distinguiamo ad esempio:

• l’allenamento total body per il potenziamento muscolare degli arti superiori (Upper Body);
• l’allenamento total body per il potenziamento muscolare degli arti inferiori e della cintura addominale (GAG);
• l’allenamento total body brucia grassi (Total Body Metabolico e/o High Intensity Interval Training);
• l’allenamento total body per aumentare la resistenza e la velocità (Total Body Atletico);
• l’allenamento total body per il miglioramento dell’equilibrio di forza delle catene cinetiche (Total Body Funzionale);
• l’allenamento total body a circuito (Circuit Training).

Durante l’analisi della fase centrale in cui si combina il lavoro aerobico al lavoro muscolare con o senza piccoli attrezzi, verranno studiati ed eseguiti gli esercizi base a corpo libero quali squat e affondi, piegamenti sulle braccia (push up), le diverse tipologie di crunch e numerose variazioni di plank; solo dopo aver affinato la loro tecnica esecutiva verranno analizzati tutti gli esercizi base e complementari per gli arti superiori ed inferiori con i piccoli attrezzi e con l’applicazione delle strategie per aumentarne progressivamente l’intensità.


3. FASE DI DEFATICAMENTO (COOL DOWN)

Alla fine dell’allenamento è fondamentale fare all’incirca 5-10 minuti di defaticamento e rilassamento con semplici esercizi di stretching per riportare il corpo e la mente ad un adeguato stato di calma, ossigenando i tessuti attraverso facili tecniche di respirazione.

Al termine di questo breve viaggio nel nuovo corso di T.B.W. risaltano in modo chiaro i suoi benefici:

• potenziamento muscolare, respiratorio e cardiovascolare grazie ad un mix di sessioni esercizi statici, dinamici e sessioni cardio;
• incremento della resistenza muscolare; incremento delle abilità motorie;
• incremento delle prestazioni fisiche e atletiche.

Gli stessi benefici qui sopra elencati rappresentano al contempo delle valide motivazioni per decidere di iscriversi al corso di Istruttore di Total Body Workout e migliorare, insieme alle le proprie competenze tecniche, la propria capacità di offrirsi, con maggiore successo, nel mercato dei centri fitness, con una varietà di protocolli di allenamento che più rispondono alle esigenze attuali dei clienti.

Il corso di TBW incentra i suoi contenuti secondo un massimo comune denominatore del mondo del Fitness: l’importanza del ruolo dell’istruttore che trova la sua chiave di successo nell’acquisire una buona conoscenza tecnica, da trasmettere agli allievi.

L’istruttore infatti è al centro della sua lezione, al centro della sua classe e diventa per tutti i suoi allievi un leader, un punto di riferimento. L’istruttore deve saper trasmettere con entusiasmo e professionalità le proprie conoscenze, deve saper educare la sua classe al rispetto reciproco e alla collaborazione, nonché motivarla adattando la propria lezione ai livelli delle persone che ha di fronte.

La Federazione risponde in modo esauriente a tali esigenze in tutti i suoi corsi, mettendo a disposizione gli strumenti necessari per poter svolgere il proprio ruolo di istruttore con successo, allargando le sue conoscenze attraverso l’aggiornamento costante e proponendo corsi di formazione sempre più validi e al passo con le mode e le evoluzioni del mondo del Fitness.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019
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