Nella prima parte dell’articolo ho cercato di creare le fondamentali nozioni sulla colonna vertebrale, affrontando contenuti essenzialmente biomeccanici, che ci conducono ad una migliore comprensione sulle disfunzioni e disequilibri della nostra colonna, particolarmente in esiti post lombalgia… per la cervicalgia dovrete aspettare il prossimo articolo.

Tramite un approccio globale ma di sicuro interesse, oggi vi parlerò delle differenti strategie di contrasto della lombalgia attraverso tre livelli che dovremmo conoscere tutti:
• PREVENZIONE
• TRATTAMENTO
• MANTENIMENTO

Noi, specialisti sull’attività motoria, interveniamo sicuramente nella PREVENZIONE PRIMARIA (in assenza di patologia) e nel MANTENIMENTO, ed a seconda delle proprie qualifiche di professionalità nella PREVENZIONE SECONDARIA (con la comparsa dei primi esiti disfunzionali dello sbilanciamento muscolare, proponendosi di contrastarne la sua evoluzione).


Entriamo nello specifico

La prevenzione del dolore della colonna vertebrale viene sistematizzata dalle numerosissime revisioni Cochrane (sono definite revisioni sistematiche , veri e propri progetti di ricerca che sintetizzano e valutano criticamente tutte le prove disponibili in letteratura riguardo l'efficacia degli interventi sanitari. Si tratta di un'efficiente e valida fonte di informazione per professionisti impegnati in scelte di governo clinico, utili nell'orientare le attività mediche e  infermieristiche, nell'educazione continua e nell'organizzazione dei servizi. il più alto riferimento di evidenza scientifica), grazie a queste analisi raccogliamo una deludente esposizione dei risultati ossia nessuna metodica dall’uso di esercizi, terapia manuale, terapia comportamentale, applicazione caldo e freddo, uso di farmaci, strategie alternative quali yoga, pilates e back school, nessuno di questi strumenti terapeutici e’ capace in maniera risolutiva di modificare la storia naturale del dolore, ancor di più se sensibilizzato a livello centrale (SNC), quindi cronico.

ATTENZIONE
Vi è allo stesso tempo una doppia considerazione, tali studi non riescono a ricreare e a codificare un’omogenea analisi sintomatologica ovvero, ogni lombalgia ha il suo percorso, ha la sua storia individuale, la mia esperienza da chinesiologo e poi da osteopata, mi porta a dire con convinzione che i nostri clienti, pazienti con dolore vertebrale ricevono benefici dal trattamento o dal programma di recupero funzionale, quando questo e’ in relazione diretta con le caratteristiche del singolo. La possibilità di raggruppare i pazienti in gruppi con rachialgie coerentemente omogenee e rappresenta la vera chiave di volta per il futuro di noi operatori e terapeuti. Detto questo, alla luce delle attuali evidenze ed in un ragionato buonsenso esperienziale, partiamo dal concreto primo suggerimento.


ERGONOMIA

Nel 1949 lo psicologo K.H.F. Murrel attribuì al termine il significato attuale della IEA (International Ergonomics Association) ossia dal greco “érgon”, che significa lavoro e “némein”, che significa amministrare, governare. È una scienza interdisciplinare che comprende l’antropometria, la biomeccanica, la medicina, la fisiologia del lavoro e dell’allenamento allo sforzo, la progettazione dell’ambiente e degli strumenti di lavoro, la progettazione delle abitazioni e dell’arredamento e l’educazione alla salute.
Di conseguenza, lavorano nel campo dell’ergonomia ingegneri, architetti, medici e fisiologi del lavoro, fisioterapisti, terapisti occupazionali e laureati in scienze motorie, e operatori del movimento.
 I risultati delle ricerche ergonomiche sono fondamentali nel determinare i consigli e i sussidi utili per usare correttamente la colonna vertebrale; permettono di organizzare l’ambiente di lavoro, di studio (sedia, scrivania) e di scegliere correttamente l’arredamento (letto, cuscino, poltrona). Incluso anche quindi l’evitare o diminuire il rischio lesioni dovuto alla movimentazione dei carichi, studi approfonditi in tale direzione hanno mostrato che un intervento regolare su modifiche comportamentali ergonomiche, mantenendo viva l’attenzione sulle modalità di utilizzo ottimale della catena muscolare corretta, caviglia-ginocchio anca, migliora la funzionalità attiva piuttosto che con metodi terapeutici passivi. Tali approcci passivi rilanciano il sistema colonna vertebrale (fase acuta o post acuta), ma spesso senza innescare un strada di rieducazione neuro-funzionale appropriata, la parte terapeutica manuale rilancia il principio di autoguarigione di ogni sistema vivente che in molti casi non e’ sufficiente e va riprogrammata specificatamente... e il nostro operato vive e si organizza in questa border line…ed e’ fondamentale avere gli strumenti di lettura per aiutare correttamente il nostro cliente/paziente.

Le nozioni di Ergonomia aiutano il nostro intervento, queste le principali:


1) Fino a pochi anni fa la terapia più frequentemente prescritta in presenza di lombalgia acuta era il riposo a letto accompagnato dai farmaci analgesici e antinfiammatori. Si temeva che mantenere in carico una  colonna sofferente rallentasse la guarigione. Ora la medicina basata sull’evidenza non ritiene più opportuno il riposo a letto perché è stato dimostrato che diminuire ogni attività rallenta la guarigione.
L’inattività prolungata produce effetti negativi su tutte le strutture del rachide e sulle capacità fisiche: i muscoli si indeboliscono, le ossa vanno incontro ad osteoporosi, i legamenti diventano fragili, le cartilagini degenerano e la nutrizione del disco è scarsa.


Per questi motivi le indicazioni più utili in presenza di lombalgia e cervicalgia acuta sono:


• "stai in attività",
• "continua le normali attività quotidiane"

• "cerca di comportarti il più possibile  normalmente e di muoverti senza provocare dolore".


Le strutture del rachide sono fatte per il movimento e hanno bisogno di movimento per mantenere la loro piena efficienza e funzionalità.
 La salute della tua colonna e’ nello svolgere le normali attività motorie quotidiane, lavorative, del tempo libero, ricreative e sportive.


Tuttavia, occorre fare attenzione perché i movimenti quotidiani eseguiti scorrettamente, aumentano il mal di schiena. Infatti, in fase acuta, in presenza di  un blocco antalgico, i movimenti scorretti diventano impossibili.


Pertanto, è fondamentale precisare che occorre stare in attività con un uso corretto del rachide: le strutture del rachide mantengono la loro piena efficienza e funzionalità quando la colonna vertebrale  viene usata correttamente.

 Pertanto se è vero che in presenza di lombalgia acuta è importante stare in attività e che l’uso scorretto e tra le cause più importanti di algie vertebrali: ne consegue che il miglior  modo di prevenire e curare la lombalgia è stare in attività usando correttamente la colonna vertebrale.

L’uso corretto permette a chi non possiede una colonna vertebrale perfetta, in presenza di scoliosi, ipercifosi, spondilolistesi, artrosi ecc. di condurre una vita pressoché normale senza alcun dolore.


Talvolta la presenza simultanea di diverse patologie del rachide (stenosi, spondilolistesi, ernia discale) ostacola la riduzione della lombalgia cronica e diventa difficile programmare una strategia efficace. In questi casi la miglior soluzione è l’uso corretto del rachide.

Fondamentale è:



- mantenere le curve fisiologiche della colonna vertebrale nelle posture e soprattutto durante gli sforzi;

- scegliere sempre le posizioni e i movimenti che provocano minore pressione sui dischi;

- evitare di mantenere a lungo posture statiche e cambiare frequentemente posizione;

- acquistare la consuetudine a svolgere attività motorie.


Una freccia decisamente importante presente nel nostro arco è la prevenzione con un adeguato, e personalizzato programma di lavoro muscolare per il trattamento del dolore cronico del tratto lombare della colonna vertebrale.

L’abilità, la conoscenza e l’esperienza di strutturare un programma di esercizi, alla luce della notevole quantità di studi che sono stati pubblicati sull’argomento pare ad oggi è la conclusione più concorde, all’interno delle molte revisioni scientifiche.

Fra le tipologie di programmi più usati per questi pazienti, una delle strategie più frequenti prevede l’aumento delle capacità funzionali della muscolatura del tronco con vocazione stabilizzanti (CORE).

Negli ultimi anni, gli studi che hanno affrontato questo argomento sono stati numerosi e sicuramente fra quelli che hanno destato maggiore interesse tra i professionisti sanitari e non che si occupano di lombalgia. Il classico schema di rinforzo della stabilità della colonna vertebrale ha sempre individuato alcuni muscoli come specifici bersagli del trattamento. Questi sono gli onnipresenti traverso dell’addome e multifido, sui quali sono stati eseguiti sufficienti trial da attribuirgli l’aura di muscoli stabilizzatori per eccellenza. E’ sempre stato abbastanza evidente che probabilmente le cose sono più complesse. il motivo consiste semplicemente nel fatto che, fino ad oggi, non sono stati ancora eseguiti studi che hanno indagato a fondo su altri comparti muscolari. Ragionevolmente, questi muscoli dovrebbero costituire le superfici interne dell’ipotetico contenitore muscolare capace di governare la stabilità della colonna lombare. Assodata la funzione dei due comparti super famosi che avvolgono la struttura sul piano traverso, ci mancano all’appello la base e la sommità. Mentre per la sommità si è sempre parlato dell’azione sinergica del diaframma, ancora troppo poco si è indagato sul comparto della base che, senza scendere nel dettaglio dei singoli muscoli, dovrebbe essere ragionevolmente costituita anche dal pavimento pelvico ,dalla gestione della rigidità dorsale che ne determina la posizione della testa. La considerazione d’analisi parte da uno screening attento di compartimenti disfunzionali, non solo sede della sintomatologia dolorosa, altrimenti non ne usciamo vincenti. Prossimamente affronterò’, sempre con prospettiva posturale, l’importanza del lavoro di stabilizzazione (SSV) ricordandoci di non sparare la parola core training come unica panacea, alla soluzione del mal di schiena.

immagine

Tavola anatomica/visione posteriore,collocazione muscoli stabilizzatori direttamente coinvolti

Per concludere diversi studi hanno dimostrato l'effetto degli esercizi nella riduzione di dolore e disabilità nella lombalgia e nella sua prevenzione.


Una delle scoperte recenti più interessanti in questo campo è stata che forme di esercizio differenti sembrano avere effetti simili sul mal di schiena. Nessuna tipologia specifica di esercizio sembra essere migliore delle altre in termini sia di trattamento che di prevenzione.


Secondo il ricercatore di Harvard James Rainville, l'impatto positivo dell'esercizio deriva probabilmente dalla sua influenza sul sistema nervoso centrale piuttosto che sui classici obiettivi degli esercizi quali forza, flessibilità, resistenza e propriocezione.


Il ricercatore John Booth ha notato che i miglioramenti in termini di dolore e disabilità in risposta agli esercizi sono spesso non correlati a miglioramenti della funzionalità fisica. Secondo J. Booth, ad influenzare dolore e disabilità potrebbero essere lo stato psicologico e cognitivo (paura, catastrofizzazione, self-efficacy), l'analgesia indotta dall'esercizio, gli adattamenti strutturali e funzionali del sistema nervoso centrale, piuttosto che la funzionalità.

Uno studio (Naugle KO, Pain, 2017) condotto su 51 adulti tra i 60 e i 77 anni ha analizzato il livello di attività fisica tramite l'utilizzo di un accelerometro e lo ha correlato con i risultati dei test condotti sulla modulazione del dolore condizionato con l'obiettivo di valutare l'abilità di inibire il dolore, e sulla sommatoria temporale, per misurare la capacità di facilitare il dolore.


I risultati hanno mostrato che livelli elevati di attività fisica da moderata a vigorosa sono associati ad una maggiore inibizione del dolore; allo stesso modo, il comportamento sedentario e un basso livello di attività fisica si associano ad una maggiore facilitazione del dolore.
 Questo studio fornisce la prima evidenza circa la relazione esistente tra l'attività fisica e il funzionamento del sistema endogeno di modulazione del dolore negli adulti sani, c'è tuttavia un forte bisogno di approfondire con ulteriori studi i meccanismi che stanno alla base di questa relazione.

Questo articolo pone alcuni capisaldi che spero possano aiutarvi nella gestione dei vostri clienti, e nell’apertura dei vostri orizzonti valutativi… maggiore curiosità, maggiore indagine e conoscenza..no? Per me funziona cosi…

Nel prossimo appuntamento, parlerò di cervicalgia, e di come poter osservare tale problema, da più prospettive…

Buona lettura!

Osteopata D.o.m R.o.i - Docente FIF settore Postura, Laurea in Scienze Motorie e Specializzazione in Scienze e Tecnica dello Sport

 


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TECNICO DI EDUCAZIONE POSTURALE

 

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LE SCIENZE MOTORIE DETTANO LE PRINCIPALI INDICAZIONI DA ATTUARE DURANTE LA DIMOSTRAZIONE DELLA “TECNICA DA IMITARE”

I neuroni specchio sono un argomento in cui non c'è nulla di banale; se ne sono infatti occupati la Piscologia, la Fisioterapia Riabilitativa, dagli esperti di Autismo, andandosi addirittura a fondersi con tematiche importanti come l'empatia.
È fondamentale addentrarsi nella conoscenza delle sue leggi e dei suoi complessi meccanismi per riuscire ad apprezzarne l'efficacia sull'apprendimento motorio attraverso una didattica mirata.
I neuroni specchio sono “un ciuffo” di neuroni motori scoperti all’inizio degli anni novanta del secolo scorso che consentono al nostro cervello di correlare i movimenti osservati a quelli propri e di riconoscerne “il significato”.
Da questa definizione si evince che il nostro sistema motorio non è più da considerarsi un mero esecutore passivo degli impulsi provenienti dagli organi di senso, quanto semmai un sistema adibito alla comprensione degli atti altrui, includendo la possibilità di codificare tipo, modi, tempi di realizzazione e anche l'esecuzione di un'azione. I neuroni specchio consentono quindi di capire la dinamica intenzionale del gesto, anticipando l'esito cui corrispondono i movimenti iniziali del soggetto osservato. Fondamentale per il riconoscimento dell'intenzione è il contesto in cui l'azione avviene. Il Focus del nostro articolo è l'apprendimento via imitazione, attraverso il quale l'allievo ha dunque la possibilità di imitare agevolmente nel momento stesso in cui il gesto da imitare fa parte del suo patrimonio motorio. E' importante dunque che le proposte tecniche di noi Istruttori /Educatori debbano tenere in considerazione questo fattore. E' di fondamentale importanza, per un apprendimento più rapido ed efficace, che i nostri allievi possiedano schemi motori di base già "strutturati", cioè esperiti quanto basta; tale importanza risiede nel fatto che più esperienze motorie sono state fatte, più a queste esperienze motorie si possono legare i nostri insegnamenti, anche specifici della disciplina, che diventano imitabili tanto più l'allievo ne riconosce il senso attraverso un rispecchiamento che avviene al suo interno, che però avviene agevolmente nella misura in cui ciò che viene osservato è in parte conosciuto, in parte dunque esperito, insomma familiare.

A tal fine le Scienze Motorie raccomandano di insistere sin dalla giovane età sulla cosiddetta multidisciplinarietà, vale a dire esercizi, “giochi” non sempre direttamente inerenti l'attività specifica, proprio per fornire agli allievi tutte quegli schemi motori di base ai quali se ne legheranno altri e sui quali costruire in un secondo momento le tecniche specifiche della disciplina.

L'imitazione è la possibilità di apprendere via imitazione ed è data dunque da un rivivere all'interno di noi stessi ciò che stiamo osservando, e questo può avvenire se c'è un patrimonio motorio, almeno in parte, condiviso; ne risulta chiaramente che in vero non si insegna mai qualcosa di completamente nuovo! In età scolare, in pochi eccezionali casi, si potrebbe incorre, in qualità di educatori al movimento, in qualche allievo che capisce e replica con spiccata immediatezza; si tratta di soggetti per i quali esiste la possibilità di apprendere per intuizione, per insight, una caratteristica che non può essere considerata la regola e che implica caratteristiche e meccanismi psicofisici poco comuni, spesso legati ad un patrimonio genetico peculiare di quella persona. Premesso ciò, è importante considerare che non sempre è opportuno ed efficace chiedere ad un allievo di imitare una tecnica: in quel momento potrebbe non essere in grado di riprodurla, né dal punto di vista motorio, né da quello attentivo, specialmente se quella tecnica non rispecchia il suo patrimonio motorio. I neuroni specchio, come già detto, ci danno la possibilità di codificare le intenzioni, e anche il risultato di un'azione, poiché, più che meri gesti staccati da un contesto specifico, i neuroni specchio codificano azioni.

scimmia

A tale scopo le Scienze Motorie hanno stabilito alcune importanti indicazioni inerenti il momento in cui viene mostrata una tecnica da imitare:
1) Far vedere da subito la tecnica per intero senza frammentarla in submovimenti
2) Farla vedere alla "giusta" velocità, né troppo lentamente, né troppo velocemente
3) Far vedere la tecnica dalla "giusta" angolazione, cioè dalla prospettiva dalla quale poi l'allievo la dovrà ripetere
4) Dichiarare che quella tecnica andrà imitata, evidenziando l'obiettivo da raggiungere
5) Cosa avviene nell'insegnamento di un movimento "nuovo", che cioè non fa parte del repertorio motorio dell'allievo
6) La ripetizione dei movimenti e la memoria a lungo termine
7) Come agisce il sistema specchio sull'insegnante
8) Dare spiegazioni verbali chiare, che non siano troppe, e che focalizzino la loro attenzione solo nei punti salienti
9) Lo spazio peripersonale (SPI – Spazio Personale Immediato)
10) I metodi deduttivi e i metodi induttivi
11) Empatia e apprendimento

Analizziamo ogni singolo punto nel dettaglio al fine di creare la migliore strategia comunicativa didattica per un facile ed efficace apprendimento dei nostri allievi.


1- Far vedere da subito la tecnica per intero senza frammentarla in submovimenti
"I neuroni specchio sono interessati più all'obiettivo che al dettaglio"

I neuroni specchio codificano sempre “azioni” e una delle caratteristiche più stupefacenti è la loro capacità di discernere il tipo di azione osservata in riferimento allo scopo, ovvero di codificare le “intenzioni”. Mostrare quindi l'azione per intero dovrebbe aiutare a capire il senso dell'azione, cioà a comprendere l'intenzione di chi mostra l'azione ed infine di prevederne il risultato finale. Un ulteriore aiuto a comprendere le intenzioni dell'esecutore può essere il mostrare l'azione in un contesto generale più ampio. Posso mostrare dunque la tecnica per esempio in un contesto di postural training chiedendo solo di osservare, senza pretendere l'imitazione, ma con il solo scopo ottenere che in questa fase l'allievo si crei una prima immagine del movimento e ne comprenda il senso, il fine, lo scopo. Quando mostreremo la tecnica al fine di riprodurla la mostreremo da fermi, evidenziando pochi input salienti e cercando di portare a focalizzare l'attenzione degli allievi su di essi. Una delle evidenze sperimentali sui neuroni specchio ha mostrato che ogni neurone risponde ad un’intera azione e non a parti della stessa, questo lascia intendere che vi sia una naturale predisposizione ad apprendere unità di senso. Charles Edward Beevor (1854-1908) neurologo e anatomista inglese, oltre a svariate scoperte, coniò il cosiddetto "Assioma di Beevor" secondo cui il cervello non conosce il singolo muscolo e la sua azione, ma il movimento in generale. Ciò non implica che gli esercizi più analitici non debbano andare bene, ma semmai che vengano proposti successivamente, e soprattutto che ne venga via via chiarito il senso e lo scopo, così che l'allievo possa sempre ricollegare l'esercizio alla tecnica completa, cioè ad un'unità di senso compiuto. La corretta giustapposizione delle azioni di base può avvenire solo nell’ambito dell’esecuzione di un’azione complessa.


2- Dimostrare il gesto con la giusta velocità

Mostrare la tecnica alla giusta velocità, quindi né troppo lentamente né troppo velocemente è un ulteriore accorgimento per indurre una giusta percezione nell'allievo, in quanto, se la tecnica è mostrata troppo velocemente l'allievo può non fare in tempo a registrare l'immagine correttamente, lo stesso dicasi di un'esecuzione troppo lenta, che sfalsa la dimostrazione rispetto alla reale immagine che se ne intende dare.


3- Dimostrare il gesto dalla giusta angolazione

Far vedere la tecnica dalla "giusta" angolazione, vale a dire nella prospettiva dalla quale poi l'allievo la dovrà ripetere. Se l'Insegnante si pone frontalmente rispetto agli allievi, questi la ripeteranno dalla parte opposta, cioè in maniera speculare. E' dunque opportuno collocarsi dalla stessa angolazione dell'allievo, oppure far collocare gli allievi nella maniera giusta. Jakson, Meltzoff e Decety (2006), tre ricercatori impegnati da molto tempo nello studio dell’imitazione, da risultati di esperimenti hanno verificato inequivocabilmente che la prospettiva in prima persona è quella che determina la performance migliore, confermando così l’importanza della prospettiva nell’apprendimento motorio.


4- Dichiarare che la tecnica andrà imitata e non solamente osservata, evidenziando l'obiettivo da raggiungere

scudo

È stato sperimentato, attraverso movimenti sconosciuti al patrimonio motorio degli sperimenattori, che sapendo preventivamente che dovrò cercare di riprodurre quanto visto, l'attenzione si attiverà maggiormente rispetto a quanto si possa attivare durante la semplice osservazione di un atto, senza quindi avere la preoccupazione di replicarlo. Ne scaturisce che direzionando il focus attentivo su punti essenziali alla comprensione dell'azione, il sistema specchio viene maggiormente attivato, ma vengono implicati anche processi cognitivi di alto livello attivati dal sistema specchio che portano ad una memorizzazione più stabile della stessa azione. La conseguenza pratica è che l’esperienza motoria deve essere “significativa”, ovvero che il “senso”, quindi l’obiettivo, che l’azione persegue deve essere esposto chiaramente.


5- Consapevolizzare cosa avviene nell'insegnamento di un movimento "nuovo", che cioè non fa parte del repertorio motorio dell'allievo

Il sistema specchio si può attivare anche in presenza di movimenti estranei al nostro patrimonio motorio, creando a livello neurologico una prima immagine, una prima traccia del movimento, ma come detto sopra, ciò implica un'attivazione di processi cognitivi e attentivi che l'allievo deve poter mettere in gioco. La possibilità o disponibilità che riesca a fare quel gesto dipende in parte dalla volontà o meno di farlo, ma soprattutto dal grado di maturazione neurofisiologica che si ha a disposizione in quel momento.

In pratica i neuroni specchio nell'osservazione di un atto motorio non presente nel nostro repertorio si attivano prima spezzettando in più frammenti l'atto osservato, poi ricomponendolo nella sequenza temporale adeguata. "Ogni frame corrisponde ad un movimento già immagazzinato, che sia transitivo o non, e tramite la collaborazione di altre aree frontali, tutti questi frammenti vengono riassemblati per permettere poi la riproduzione del gesto motorio, definendo un nuovo pattern (modello) motorio. Appare dunque evidente come i processi attentivi siano importantissimi durante la visione dell'atto motorio."

Risulta chiaro che in questa fase l'insegnante può influire nel saper direzionare l'attenzione degli allievi, può essere determinante nel sostenere la loro motivazione, ma può anche imbattersi nei limiti motori, attentivi, cognitivi degli allievi, attraverso i quali capire se proseguire su quella strada o magari cambiare direzione, aspettando momenti più favorevoli, agendo nel frattempo in altri modi.


6- La ripetizione dei movimenti e la memoria a lungo termine
“L'apprendimento di una disciplina motoria risiede nella memoria a lungo temine”

Se il sistema specchio è adibito all'imitazione, creando un'immagine, una traccia neurologica di quel movimento nel nostro cervello, il movimento andrà poi sgrezzato, raffinato e perfezionato attraverso le ripetizioni, vale a dire l'apprendimento per prove ed errori.

Questo tipo di apprendimento, richiede una maturità neurofisiologica da parte dell'allievo, il quale si dovrà adoperare ad eseguire “ripetizioni consapevoli” al fine di riuscire ad apprezzare le correzioni dell'insegnante o meglio ancora al fine di autocorreggersi e non incorrere, attraverso una pura ripetizione meccanica, nel fissare errori o vizi motori, abitudini motorie, che saranno poi molto difficili da correggere poiché la traccia neurale creatasi da queste ripetizioni sarà comunque molto forte, magari correggibile, ma con una certa difficoltà.

L'apprendimento dunque non è ascrivibile unicamente al sistema specchio, ma anche al lavoro per prove ed errori, quello che aiuta a passare dalla coordinazione grezza alla coordinazione fine.

Tuttavia risulta altrettanto evidente che sia l'apprendimento via imitazione che quello per prove ed errori hanno un'efficacia comprovata se gli allievi sono neurofisiologicamente maturi per questo tipo di metodi.

Da sottolineare infine il ruolo l'importante dell'Area 46 di Brodmann, in particolare due funzioni di quest'Area:
- una è quella legata alla "ricombinazione dei singoli atti motori e della definizione di un nuovo pattern d'azione, il più possibile corrispondente a quello esemplificato dal dimostratore";
- l'altra è quella di "supervisore" del sistema specchio, che cioè inibisce o facilita l'attivazione del sistema specchio.

L'area 46 di Brodmann è dunque una specie di organismo "esecutivo" del sistema specchio, che "decide" dunque quando questo debba entrare o meno in azione.


7- Valutare come agisce il sistema specchio sull'insegnante
“Anche l’istruttore non si limita ad osservare il gesto di un allievo, ma lo ripete internamente”

Quando analizziamo un gesto in condizioni di attenzione e sufficiente competenza, infatti, contestualmente “carichiamo” e “facciamo girare” sul nostro sistema motorio il programma del movimento esaminato. Grazie all’azione dei neuroni specchio il movimento osservato viene «provato» internamente in maniera automatica. Si comprende come l'Insegnante competente, alla vista di un movimento dell'allievo, abbia, grazie al suo sistema specchio la possibilità di processare l'intero movimento comparandolo con il proprio (cioè rivivendolo al proprio interno) e da ciò scorgere gli errori o le imperfezioni, cioè tutti quegli aspetti che differiscono dalla propria esecuzione, che si suppone sia quella corretta. A tal fine e' di fondamentale importanza che l'Insegnante abbia molto chiaro quel movimento se vorrà apportare le giuste correzioni al movimento dell'allievo.


8- Dare spiegazioni verbali chiare, che non siano troppe, e che focalizzino la loro attenzione solo nei punti salienti

parole

"Ogni atto linguistico è un ATTO COMUNICATIVO, cioè portatore di significato, esattamente come gli ATTI MOTORI FINALIZZATI"
(Attilio Rossi )

Generalmente predomina l'aspetto visivo, dunque va posta la massima attenzione sul fatto che le istruzioni verbali devono essere coerenti con quanto mostrato, altrimenti gli allievi rifaranno quel che vedranno e non ciò che udiranno, anche se quello che vedono contiene un errore. Le indicazioni verbali secondo le Scienze motorie devono all'inizio essere poche e concentrate su pochi aspetti della tecnica, senza insistere sui particolari che verranno proposti ed affinati successivamente. La possibilità di condividere, che si tratti di un gesto motorio o una parola, o un rumore, quindi di rispecchiarsi in essi poiché evocativi di un piano motorio, continua ad essere alla base del funzionamento del sistema specchio. Tanto più quello che dico, e come lo dico, cioè il mio linguaggio, si avvicina a quello dei miei allievi, tanto più essi potranno comprenderne i contenuti, cioè condividerne il senso, il significato.
Pensiamo a come sia più facile carpire l'attenzione dei bambini se la nostra spiegazione si riferisce a giochi, ad animali, ad ambientazioni cioè a loro vicine, familiari, conosciute, piuttosto che se mi esprimo con un linguaggio tecnico, più asettico o semplicemente descrittivo del movimento. Questo ci suggerisce che anche le nostre istruzioni verbali si possano colorare di contenuti a loro vicini, condivisi, nei quali appunto si possano rispecchiare, ritrovare, con i quali ci sia un'assonanza. Anche i rumori e i suoni possono facilmente attivare il sistema specchio: da studi fatti nel basket, ad esempio, c'è un riconoscimento di ciò che sta avvenendo in base alla percezione del suono del pallone, di come rimbalza, del suono dell'afferramento e così via.

Inoltre è importante tener presente che il livello di comprensione di un bambino è differente rispetto a quello di un adulto: l'adulto può poggiare su un pensiero astratto, ipoteticodeduttivo, capace di compiere operazioni complesse, di astrarre appunto concetti e applicarli, il bambino si basa su un pensiero meno complesso delle operazioni concrete, non essendo ancora capace di ragionare su dati presentati in forma puramente verbale. E' chiaro che noi Insegnanti dobbiamo operare una distinzione tra allievi adulti (comunque dall'adolescenza in poi) e bambini, adeguando ad essi il nostro linguaggio, le nostre spiegazioni verbali.


9- Lo spazio peripersonale

spazio

Lo spazio intorno a noi, sia quello più vicino, peripersonale, " a portata di mano", sia quello più lontano, cioè da raggiungere, assume significati diversi a seconda delle azioni che noi possiamo fare o pensare relativamente a questi spazi. Queste diverse percezioni di vicino e lontano possono variare a seconda delle possibilità d'azione che ho all'interno di questo spazio, rimodulando così il concetto di vicino e lontano, a seconda appunto dell'interazione con lo spazio e/o con gli oggetti in esso contenuto. La mia percezione ad esempio di una palla lontana cambierà al momento in cui la palla si avvicina.

La nostra possibilità di interagire con gli oggetti cambia la percezione dello spazio peripersonale ed extrapersonale, un pallone lontano, uno che si avvicina, uno vicinissimo, uno lanciato lentamente, uno lanciato velocemente... Perché lo spazio è anche qui, uno spazio di senso, è uno spazio che evoca azioni potenziali, è dunque uno spazio interpretato, a seconda delle nostre abilità motorie e a seconda della nostra disciplina di riferimento, o più semplicemente a seconda della nostra esperienza di vita.


10- I metodi deduttivi e i metodi induttivi

lente

Parliamo dei metodi didattici e della possibilità di ricezione degli stessi da parte degli allievi.
Si tratta del Metodo induttivo e del Metodo deduttivo

Per rispondere a questa esigenza di seguito presentiamo una prima tabella in cui sono riportate alcune tra le più comuni sintomatologie riferite dai pazienti/clienti all'osteopata per ognuna delle quali indichiamo, in modo naturalmente generico, le principali integrazioni di supporto tecnico del Personal Trainer. 


METODO INDUTTIVO METODO DEDUTTIVO
Della risoluzione dei compiti Prescrittivo-deduttivo
Della scoperta guidata Metodo misto
Della libera esplorazione Dell’assegnazione dei compiti
Sperimentazione - Osservazione - Comparazione
Astrazione - Generalizzazione
Spiegazione – Dimostrazione
Esecuzione - Correzione
Protagonista del processo di insegnamento
apprendimento è l’allievo/atleta
Protagonista del processo di insegnamento apprendimento
è l’istruttore/educatore
EDUCARE= TIRAR FUORI EDUCARE= METTERE DENTRO

Atteggiamento dell’allievo è attivo
molto aderente al principio della polivalenza:
coinvolgimento motorio emotivo-sociale-cognitivo-buono

Atteggiamento dell’allievo
è passivo
poco aderente al principio della polivalenza


Da questa tabella si può sintetizzare la differenza tra metodi induttivi e metodi deduttivi partendo dal presupposto che nei metodi induttivi la conoscenza parte dal soggetto, si dice "dal particolare all'universale", nei metodi deduttivi parte dall'oggetto, si dice “dall'universale al particolare”. Nei metodi deduttivi l'insegnante è al centro, detta il da farsi e come lo si deve fare, attraverso esempi, dimostrazioni da imitare. Nei metodi induttivi viene sostenuto un processo d'apprendimento più libero, dove lo svolgimento del compito è condizionato dalla soggettività dell'allievo, dove l'insegnante da' certamente delle consegne, ma lascia anche la libertà di eseguirle a loro modo. L'apprendimento via imitazione rientra ovviamente nei metodi deduttivi, in quanto si dà per buono che venga replicato, imitato un movimento partendo dalla realtà del movimento mostrato dall'insegnante, dunque dalla tecnica. Mentre nei metodi induttivi il processo è inverso, si arriva alla tecnica (o comunque ad un obiettivo da raggiungere) attraverso un processo di sperimentazione da parte dell'allievo. E' il processo, in questo caso, che ci interessa e che va sostenuto, anche cambiando le consegne di volta in volta.


11- Empatia e apprendimento

teste

In psicologia, l'empatia è la capacità di porsi in maniera immediata nello stato d'animo o nella situazione di un'altra persona, con nessuna o scarsa partecipazione emotiva.

Nella critica d'arte e nella pubblicità, è rappresenta la capacità di coinvolgere emotivamente il fruitore con un messaggio in cui lo stesso è portato a immedesimarsi.

Nelle scienze umane, dunque l'empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell'altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale. Fondamentali, in questo contesto, sia gli studi pionieristici di Darwin sulle emozioni e sulla comunicazione mimica delle emozioni, sia gli studi recenti sui neuroni specchio scoperti da Giacomo Rizzolatti, che confermano che l'empatia non nasce da uno sforzo intellettuale, è bensì parte del corredo genetico della specie.

Perché l'empatia dovrebbe interessare noi istruttori/educatori?
Un insegnante, qualsiasi materia insegni, non potrà in alcun modo non dare anche informazioni su se stesso, su cosa prova, su quello che è. Gli attori sanno bene questo, per poter comunicare devono poter mettere gli spettatori in una situazione empatica.

Paul Watzlawick, un'autorità nella trattazione della comunicazione umana, ci dice che "è impossibile non comunicare", spiegando che la comunicazione ha sempre due aspetti, quello che riguarda la notizia, e quello che riguarda la relazione. Benchè il compito di insegnante imponga di insegnare una qualsiasi materia, non avverrà mai solo questo. I fattori umani che abbiamo citato sopra, fanno si che un insegnante possa venire percepito come simpatico, antipatico, affabile, autoritario, despota, disponibile ecc.; l'insegnante quindi verrà riconosciuto e connotato anche, o forse soprattutto, per le sue caratteristiche umane, oltre che per la sua competenza o meno nella materia che insegna.

Dunque, se noi insegnanti possiamo fare leva sulle capacità empatiche dei nostri allievi, e sulle nostre, per facilitarli nel loro compito di apprendere, possiamo considerare altrettanto seriamente l'altra faccia dell'empatia, quella per cui i nostri allievi molto spesso saranno portati a imitarci anche nelle nostre convinzioni, nei nostri valori, in quello che realmente noi siamo e manifestiamo. Essi si vedranno attraverso i nostri occhi... Una persona che entra a fare parte di un gruppo ha bisogno di essere accettata, e per essere accettata ne deve condividere i valori portanti. Questo comportamento nasce da un fattore biologico: iniziamo con la famiglia, a fare nostro il modello educativo della famiglia non certo per una scelta ragionata e ponderata, quanto per la necessità biologica di fare parte del nostro sistema familiare, poiché quella famiglia ci ha generati, cresciuti, nutriti, accuditi, per cui, a livello profondo è come se il sistema familiare fosse indiscutibile. E' l'istinto di sopravvivenza che ci porta ad adattarci, quello che dai primordi dell'umanità ci ha portati a costituirci in gruppi sociali per poter meglio affrontare le insidie del mondo, perché il genere umano, se fosse stato costituito da singoli individui e non da gruppi non sarebbe sopravvissuto di certo. Oltretutto nasciamo in un primo gruppo sociale naturale, che è appunto quello della famiglia, per cui noi siamo biologicamente predisposti a stare con gli altri, e per fare ciò rinunciamo ovviamente ad una parte, a qualche parte della nostra individualità. Il nostro problema, diciamo il nostro fulcro di interesse sta nel fatto che quando l'apprendimento non riguarda più la sopravvivenza in sé per sé, quando l'insegnamento fa propri anche certi precetti educativi, ci possiamo porre la questione che riguarda la nostra personale influenza sui singoli e sul gruppo, tenendo ben presente , che ci piaccia o no, che SIAMO DEI LEADER E DETENIAMO UN POTERE.

Rossini parla di due maniere, di due stili di potere, di due visioni, una la definisce PRETESA DI DOMINIO, l'altra l'ETICA DEL SERVIZIO.

La Pretesa di dominio parla di un potere che si autoalimenta, che si accresce nel rapporto con gli altri, che si autoconserva e tende a mantenere la propria posizione dominante.

L'etica di servizio viceversa lavora per fare crescere l'effettivo valore degli altri, implicando con ciò una riduzione del proprio dominio, è un potere questo che paradossalmente rema contro se stesso. E' orientato a formare un individuo il più possibile libero e consapevole.

L'arma vincente che può delineare il successo di un educatore sta nella possibilità di scegliere!

Che si tratti di scegliere un metodo didattico, uno stile di conduzione di potere, un atteggiamento da usare nelle più disparate occasioni, tale capacità di scelta fa parte non solo della competenza di un insegnante in quanto portatore di una materia, ma anche e soprattutto nel suo essere persona educante, che come tale avrà una grande influenza,sui propri allievi, sui propri allievi e sulle generazioni a venire.


Conclusioni

Riepilogando...

- Abbiamo evidenziato che se si parla di apprendimento per imitazione al momento in cui l'imitazione non è immediata o comunque relativamente facile (come nel caso di imitazione di movimenti in parte conosciuti, cioè che appartengono almeno in parte ai programmi motori dell'allievo), subentrano processi attentivi e cognitivi importanti, sui quali gli allievi devono poter fare leva.
- Abbiamo altresì aggiunto che imitare non basta, poiché all'imitazione deve poi seguire l'esercitazione, l'apprendimento per prove ed errori, che anch'esso presuppone una maturità da parte dell'allievo, che deve di volta in volta "controllare" il movimento e non ripeterlo automaticamente.
- Abbiamo infine visto come tutto ciò non sia sempre nella disponibilità dei nostri allievi, non tanto perché siano malevoli, maleducati o distratti, quanto semmai perché non hanno ancora maturato quei processi neurofisiologici, attentivi e cognitivi che sottendono a questo tipo di apprendimento. Perciò, per un insegnante, sembrerebbe opportuno ed efficace poter fare leva anche sui metodi induttivi, che partono dalla realtà dell'allievo e su di essa si conformano, attraverso esercizi mirati che siano adatti al loro livello, alle loro reali capacità. Non perché, ovviamente, i metodi deduttivi siano sbagliati, quanto perché a volte sembrano non essere efficaci, sembrano non essere la via migliore per arrivare ad un risultato.  

 


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LA PRIMA PARTE DI UN VIAGGIO VERSO UNA CONSAPEVOLE CONOSCENZA DELLE BASI PER LE PRINCIPALI PROBLEMATICHE POSTURALI

Queste immagini o meglio tavole anatomiche riportano considerazioni ed osservazioni di Leonardo da Vinci; la sua incredibile capacità di porre relazioni e rapporti attinenti alla colonna vertebrale e al suo sviluppo attraverso la sua costante attività nella progettazione e costruzione. Tutto nasce e si organizza sulla equilibrata gestione dei carichi in entrambi i campi, ma tale comparazione non esaurisce il tutto, l’Essere umano ha un’organizzazione che si compie nel movimento che diviene e modifica le sue forme nella primaria esigenza del principio di autoconservazione ed evolutivo.

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La sua analisi sull’apparato scheletrico, porta con particolareggiata saggezza osservativa, i principi di forma e funzione delle componenti vertebrali a livello cervicale, dorsale e lombare, intravedendo letture anatomo- funzionali decisamente eccezionali per quel tempo.

Il mio intento oggi, è riportare i vari cambiamenti sui contenuti che hanno riguardato la colonna vertebrale negli ultimi anni, condensando, principi e tematiche che ci aiuteranno, spero, a comprendere meglio le nuove direzioni di ricerca sulla biomeccanica.

Partiamo, inizialmente, da una visione generale: un refresh anatomico funzionale del rachide. Una breve descrizione relativa alla biomeccanica e all'anatomia del rachide, dei corpi vertebrali e dei dischi intervertebrali; verrà inoltre sottolineata l’importanza degli studi dei problemi associati ad essi. Verrà poi trattato lo stato d’arte riguardante gli studi relativi alla caratterizzazione meccanica dei segmenti di rachide presi in esame e verranno fatte alcune considerazioni riguardanti l’approccio e la strumentazione principale utilizzati durante il mio studio.

Il rachide, in anatomia conosciuto con il nome di colonna vertebrale, è una struttura meccanica del corpo umano, che occupa una posizione dorso-mediale nel torso, di elevata complessità. Le sue funzioni principali sono:

A) Funzione di sostegno della testa e del tronco;
B) Trasferire le forze in gioco fra la testa, il tronco e le pelvi;
C) Consentire la flessibilità del tronco;
D) Consentire la flessione, estensione e la torsione del tronco;
E) Accogliere e proteggere il midollo spinale.

Il rachide è un complesso formato da uno scheletro (la colonna vertebrale), unito da varie articolazioni e rivestito da numerosi muscoli, intrinseci ed estrinseci, che gli conferiscono una certa stabilità e mobilità . Si articola con il cranio, le costole e la cintura dell’anca, e fornisce un punto di inserzione ai muscoli del dorso.


ANATOMIA E BIOMECCANICA DEL RACHIDE

Il rachide è costituito da 33 o 34 vertebre e può essere suddiviso in cinque segmenti che formano lo scheletro delle varie parti del corpo.

A- Segmento cervicale: è la parte più mobile e delicata della struttura vertebrale, composto da 7 vertebre (chiamate C1-C7) che permettono ampi movimenti del collo e della testa. La prima si articola con i condili occipitali del cranio, l’ultima si unisce alla prima vertebra toracica.

B- Segmento toracico: è costituito da 12 vertebre toraciche (chiamate T1-T12) situate all’altezza del torace, e si differenziano dalle altre per la presenza di faccette articolari per le coste. Sono quindi più numerose delle cervicali e mano a mano che si scende verso il basso aumentano di dimensione. La prima è unita alla settima vertebra cervicale, l’ultima si articola con la prima vertebra lombare.

C- Segmento lombare: è formato da 5 vertebre lombari (chiamate L1-L5) che, essendo soggette ai carichi maggiori, sono le più grandi e hanno la caratteristica forma a cuneo. La prima è articolata con la dodicesima vertebra toracica, l’ultima con l’osso sacro.

D- Segmento sacrale: consta di 5 vertebre (chiamate S1-S5), che a differenza delle altre sono fuse tra loro e insieme formano un osso di forma triangolare, l’osso sacro. Questo funge da base della colonna vertebrale e si articola in alto con la quinta vertebra lombare, lateralmente con le ossa dell’anca e in basso con il coccige.

E- Segmento coccigeo: è formato da quattro o cinque vertebre coccigee unite a formare il coccige, un tratto funzionale e bilanciere per il pavimento pelvico che si articola in alto con l’osso sacro e che, insieme a quest’ultimo e le ossa dell’anca, costituisce lo scheletro della pelvi.

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Fig. 1 Prospettive della colonna vertebrale e distinzione nei 4 segmenti

Come si può osservare dalla figura sopra (fig.1), la colonna vertebrale non è rettilinea ma presenta delle curvature sia sul piano sagittale che su quello frontale. Questa caratteristica fa sì che la colonna vertebrale abbia una maggiore flessibilità e una maggiore capacità nell’assorbire gli impatti. Allo stesso tempo permette di mantenere un’adeguata rigidezza e stabilità a livello delle articolazioni intervertebrali.

In proiezione laterale, infatti, presenta: una convessità anteriore a livello del suo segmento cervicale, lordosi cervicale, una convessità posteriore nel segmento toracico, cifosi dorsale, una nuova convessità anteriore nel segmento lombare, lordosi lombare, un’ultima convessità posteriore nel segmento sacrococcigeo, cifosi sacro coccigea.

Nella proiezione anteriore della colonna, invece, è visibile una leggera curva concava a sinistra nel tratto toracico e due curve minori di compenso, concave a destra, nei segmenti cervicale e lombare. Queste curvature vengono definite scoliosi fisiologica.

Ogni vertebra presenta due parti principali: un segmento posteriore, l’arco e un segmento solido anteriore, il corpo.

I corpi sono sovrapposti l’uno con l’altro, al fine di formare un pilastro solido in grado di supportare il cranio e il tronco. Gli archi, invece, creano uno spazio di forma cilindrica dietro i corpi, che serve a proteggere il midollo spinale, e sono costituiti da:

- 2 peduncoli: attraverso i quali l’arco si mette in giunzione con il corpo
- 2 lamine
- 7 processi: quattro articolari, due trasversi e uno spinoso

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Fig. 2

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Fig. 3: prospettiva mediale di una vertebra

Le vertebre, disposte le une sulle altre, sono articolate fra loro grazie ai dischi intervertebrali, i processi articolari e i legamenti.

La presenza dei dischi permette alla colonna movimenti di torsione e di inclinazione nei vari piani. Anatomicamente, ogni disco consta di tre parti.

Nucleo polposo: è la parte centrale del disco, costituito principalmente da mucopolisaccaridi fortemente igroscopici (trattengono l’acqua). Il contenuto dell’acqua varia tra il 70% e il 90%. Il suo scopo è quello di rispondere alle sollecitazioni delle forze agenti sulla colonna e distribuirle in modo uniforme all'anello fibroso.

Anello fibroso: è la struttura che circonda il nucleo, ed è formato da una fibrocartilagine più abbondante di fibre rispetto al nucleo polposo, più ricco di matrice extracellulare, condrociti e acqua. Le fibre sono disposte in strati concentrici che si intrecciano tra di loro. Il suo scopo è quello di contenere e proteggere il nucleo polposo e conferire al disco una grande resistenza alla compressione. In caso di rottura, il nucleo polposo può fuoriuscire dalla propria sede ed erniare all’esterno comprimendo le formazioni contigue (ernia del disco).

End-plate cartilagineo: rappresenta il limite superiore e inferiore del disco ed è composto da cartilagine ialina e separa il nucleo polposo e l’anello fibroso dal corpo vertebrale.

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Fig. 4: Disco intervertebrale e corpo vertebrale

1) Il legamento longitudinale anteriore: è un lungo nastro che aderisce alla faccia anteriore dei corpi vertebrali e in parte ai dischi intervertebrali, dall’osso occipitale fino alla faccia pelvica del sacro.

2) Il legamento longitudinale posteriore: è posto sulla faccia posteriore dei corpi vertebrali, all’interno del canale vertebrale. Si estende dall’osso occipitale fino al canale sacrale.

3) Le diverse parti delle vertebre sono unite dai legamenti a distanza, rappresentati dai legamenti gialli, dai legamenti interspinosi, dal legamento sopraspinoso e dai legamenti intertrasversari.
a) I legamenti gialli: sono legamenti rettangolari tesi tra il margine inferiore di una lamina vertebrale e il margine superiore della lamina sottostante. Il loro nome è dovuto al colore che dipende dalla loro ricchezza in fibre elastiche.
b) I legamenti interspinosi: uniscono il margine inferiore di un processo spinoso al margine superiore del processo spinoso sottostante.
c) Il legamento sopraspinoso: è un cordone fibroso, teso dall’osso occipitale fino alla faccia dorsale del sacro. Unisce gli apici dei processi spinosi e, in avanti, si fonde con il margine posteriore dei legamenti interspinosi.
d) I legamenti intertrasversari: sono fasci fibrosi che uniscono gli apici dei processi trasversi.

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Fig. 5

Un aspetto di rilevante importanza quando si parla di rachide è la sua biomeccanica, in quanto ogni singolo tratto lavora diversamente dagli altri: ognuno di essi sarà soggetto a carichi di intensità e direzione specifiche oltre che a ROM (Range of Motion) differenti. In particolare i movimenti fisiologici della colonna vertebrale sono i seguenti:

Rotazionali: comprende tutti quei movimenti che la vertebra compie attorno al proprio asse. Tutte le rotazioni producono un cambiamento nell’orientamento della vertebra.

Traslazionali: sono movimenti di piccola entità dell’intera vertebra in una certa direzione.

Complessivamente, la colonna vertebrale risulta più rigida in estensione rispetto alla flessione, vediamo quindi come si comporta ogni singolo tratto.

Il tratto toracico risulta essere meno mobile rispetto a quello cervicale e lombare, questo è ottimizzato per essere rigido, per proteggere gli organi all’interno della cavità toracica e il midollo spinale, e permette inoltre una posizione eretta oltre a facilitare le attività meccaniche della cassa toracica e dei polmoni. Inoltre confrontando il suo tratto superiore con quello inferiore possiamo notare caratteristiche differenti: il primo risulta essere costituito da vertebre simili a quelle cervicali e, rispetto al tratto inferiore, presenta una maggiore rotazione. Ricordiamo che la rotazione assiale è un movimento ampio nel tratto cervicale, ma ridotto in quello lombare. Al contrario il tratto toracico inferiore permette un’ampia flesso-estensione, che aumenta gradualmente nel tratto lombare, il quale supporta i carichi maggiori e permette anche il movimento del tronco.


STATO DELL’ARTE SULLA SPECIFICA MECCANICA DEL RACHIDE

La colonna vertebrale, da un punto di vista biomeccanico, è probabilmente la struttura più complessa del sistema muscolo-scheletrico umano e il suo studio è una sfida ancora in corso Di seguito verrà esposto lo stato dell’arte sulla caratterizzazione meccanica del rachide, tralasciando tutti gli studi fatti su impianti e possibili soluzioni chirurgiche di compensazione o sostegno della colonna vertebrale.

Negli ultimi decenni, sono stati effettuati molti test sulla colonna vertebrale, utilizzando diversi metodi sperimentali, i quali però non sono applicabili per effettuare misure sugli esseri viventi. Per ovviare a questo problema si procede ad un’analisi biomeccanica in vitro su segmenti di cadavere.

Dalla pubblicazione della seconda edizione del libro di testo di White e Panjabi, Clinical Biomechanics of the Spine nel 1990, ci sono state ricerche considerevoli sulla biomeccanica della colonna vertebrale. Al centro di questo tentativo di raccolta sarà quello di rivedere ciò che abbiamo imparato riguardo ai fondamenti della biomeccanica della colonna vertebrale. Gli argomenti trattati comprendono l'intera colonna vertebrale, l'unità spinale funzionale e l'individuo e tutte le componenti della colonna vertebrale (ad es. vertebra, disco intervertebrale, legamenti spinali). In queste grandi categorie, la nostra comprensione nel 1990 viene rivista e l'importante conoscenza o comprensione acquisita vengono evidenziati i successivi 25 anni di ricerca. Le aree in cui manca la nostra conoscenza aiutano ad identificare argomenti promettenti per la ricerca futura. In questo manoscritto, come nel libro di testo di White (White, A.A., Hirsch, C., 1971.

Gli obiettivi biomeccanici dell'intero sistema della colonna vertebrale: fornire supporto strutturale, per consentire il movimento del tronco e per proteggere il elementi neurali: erano ben noti nel 1990. Inoltre, i principi fondamentali meccanismi mediante i quali la colonna vertebrale supporta il carico e consente movimento (es. per i muscoli di bilanciare tutti i carichi esterni sul colonna vertebrale) sono stati descritti in quel momento (Chaffin, 1969; Schultz e Andersson, 1981 ). I 25 anni successivi non hanno prodotto a unico principio unificante su cui è stato mostrato alla colonna vertebrale funzione. Tuttavia, è diventato chiaro che il corpo tenta stabilizzare la colonna vertebrale oltre a soddisfare un equilibrio soddisfacente ( Crisco e Panjabi, 1992a; Cholewicki e McGill, 1996; Hodges eRichardson 1996; Radebold et al., 2001; van Dieën et al., 2003 ).

L'ipotesi del sistema di stabilizzazione della colonna vertebrale (Panjabi 1992a, 1992b) è stato un tentativo di connettere le caratteristiche passive di colonna vertebrale osteo-legamentosa con il sistema neuromuscolare attivo. La premessa di base dell'ipotesi è che la colonna vertebrale umana ha il bisogno di essere mantenuta meccanicamente stabile in ogni momento per evitare lesioni alla fine porta al dolore e al mantenimento di questo la stabilità meccanica è il ruolo del complesso neuromuscolare sistema. Mentre questo concetto rimane ipotetico, è chiaramente un area fruttuosa per ulteriori ricerche (Tabella 1).

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Immagini dall'articolo di Lafage et al. (2009) che mostra i parametri utilizzati per descrivere la geometria della colonna vertebrale (prime tre immagini) e del bacino (tre immagini inferiori). L'asse verticale sagittale (SVA) è ciò che viene comunemente chiamato "equilibrio sagittale". (Ristampato da Lafage et al., 2009, con il permesso di Wolters Kleuver.)


STUDIO SUI CARICHI NELLA COLONNA VERTEBRALE

I carichi di compressione nella colonna lombare erano generalmente noti nel 1990, basato sulla classica pressione intra-discale accertamenti di Nachemson, Andersson e colleghi ( Nachemson,1960 , 1966; Andersson e Örtengren, 1974; Andersson et al.,1977). Da allora, le pressioni intradiscali lombari sono state replicato in modo indipendente da Wilke et al. (1999, 2001) e Sato et al. (1999). Nel complesso, questi dati generalmente supportano il caricamento schemi descritti da Nachemson e Andersson. Un gruppo ha misurato la pressione intra-discale nella colonna vertebrale toracica in un intervallo di posture, osservando schemi simili a quelli di Nachemson (Polga et al., 2004). Da notare che rimane solo uno studio per pressione intra-discale della colonna cervicale (Hattori et al., 1981). Perciò, ulteriori ricerche sul carico cervicale e toracico della colonna vertebrale sarebbero essere eccellenti aggiunte alla letteratura attuale (Tabella 1). La nostra conoscenza del carico della colonna vertebrale in vivo è principalmente per forze assiali e di compressione, per quanto concerne forze di taglio(traslazionali) attraverso un disco intervertebrale non può essere stimato da una pressione intra-discale, causa pochissime variazioni di pressione all'interno del disco (Frei et al., 2002).


COMPONENTI DI ANALISI DELL' UNITÀ FUNZIONALE VERTEBRALE (FSU “FUNCTIONAL SPINAL UNIT)

Le modifiche al disco con l'età sono state documentate per includere ad ampia gamma i cambiamenti anatomici nella struttura del disco, mostrata a iniziare nella seconda decade di vita (Boos et al., 2002; Roberts et al.,2006). Uno schema di classificazione per degenerazione del disco da scansioni MRI è stato descritto da Pfirrmann et al. (2001, 2006). Un importante sviluppo negli ultimi 25 anni riguarda la descrizione del disco intervertebrale cervicale, in cui gli autori hanno notato che la struttura dell'anulus fibrosus era più a mezzaluna con modellato assottigliamento posteriore, che è notevolmente diverso da quello dei dischi toraco-lombari (Mercer e Bogduk, 1999).

Proprietà fisiche

Le principali proprietà biomeccaniche del disco intervertebrale erano ben consolidate nel 1990, inclusa la rigidità del lombare disco intervertebrale in compressione assiale, taglio, flessione e torsione. Le differenze in queste rigidità suggeriscono quelle dell'FSU e il ruolo di carico della faccetta articolare in determinate direzioni di carico (ad es taglio anteriore / posteriore). Molti studi aggiuntivi su queste proprietà sono stati condotti nei successivi 25 anni; si osserva che esistono pochi studi che hanno misurato la rigidità alla trazione di un disco intervertebrale, il che è sorprendente dato che è distrattivo si verificano lesioni alla colonna vertebrale, anche se meno frequentemente che in compressione. Inoltre, pochi studi hanno valutato le proprietà fisiche dei dischi cervicali o toracici. Alcune proprietà viscoelastiche di base del disco intervertebrale erano già conosciute prima del 1990. Kazarian ha documentato il carattere base di creep acteristica dei dischi intervertebrali lombari e ha mostrato che i dischi privati di alcune fibre si sono deformati più rapidamente dei dischi normali (Kazarian,1975). Un modello Kelvin solido a tre elementi (ovvero molla in serie con un trattino a molla) si è dimostrato efficace per modellare la visco-comportamento co-elastico del disco (Burns and Kaleps, 1980; Keller et al.,1987). Dal 1990, una serie di esperimenti aggiuntivi hanno fornito dati di supporto sulle caratteristiche viscoelastiche del lombare e disco intervertebrale. Ad esempio, la rigidità in tutti e sei i gradi di libertà ha dimostrato di essere sensibile alla frequenza di caricamento, fino ad aumento della rigidità dell'83% tra le frequenze da 0,001 a 1,0 Hz (Costiet al., 2008). Gli studi sulla velocità di caricamento mostrano grandi aumenti della rigidità del disco attraverso diversi ordini di grandezza di carico crescente tariffe (Race et al., 2000; Kemper et al., 2007). Dettagli recenti riguardanti l'indagine sulla risposta del creep ha descritto lo spostamento iniziale del disco al momento del caricamento a causa di difetti meccanici dell'osso anulare, nucleare, terminale e vertebrale, mentre spostamenti a lungo termine erano dovuti al flusso di fluido attraverso le placche terminali vertebrali e l'anello (MacLean et al., 2007; van der Veen et al., 2008; O'Connell et al., 2011b).

Proprietà Meccaniche

Le proprietà meccaniche di base dell'anulus fibrosus furono mostrate da Brown, secondo il quale esse dipendevano fortemente dalla posizione all'interno del disco con gli strati più esterni più rigidi e più forti (Brown et al.,1957). In un altro studio iniziale, Galante e colleghi hanno scoperto che le proprietà meccaniche anulari dipendono fortemente dalla direzione di carico e azione (Galante, 1967). Dal 1990, ulteriori studi sull'anulus fibrosus hanno confermato che le loro proprietà meccaniche dipendono dalla posizione all'interno del disco (Acaroglu et al., 1995; Ebara et al., 1996; Elliott e Setton, 2001), dalla direzione di caricamento (Fujita et al.,1997) e dal livello di degenerazione del disco (Acaroglu et al., 1995; Iatridis et al., 1998).

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Le proprietà di un singolo determinano le lamelle dell'anulus fibrosus: specificatamente le lamelle delle regioni esterne del disco sono 2-3 volte più rigide di quelle dalle regioni interne (Skaggs et al., 1994; Holzapfel et al., 2005). Il nucleo polposo presenta proprietà meccaniche simili ai fluidi, come descritto per la prima volta da Keyes e Compere (1932). Alcuni studi riguardanti la ricerca a partire dal 1990, hanno dimostrato che questa caratterizzazione fluida del nucleo è valida a basse velocità di carico, ma si comporta di più come solido ad alte velocità di carico (Iatridis et al., 1996). Inoltre, con l’invecchiamento e la degenerazione, questo gruppo ha mostrato come il nucleo polposo si comporta meccanicamente più come un solido, anche a un livello basso di percentuali di caricamento (Iatridis et al., 1997).


BIOMECCANICA FUNZIONALE

Il classico lavoro di Hirsch e Nachemson ci ha mostrato che sotto un carico di compressione assiale il nucleo sviluppa una pressione interna idrostatica contenuta nelle piastre vertebrali e la tensione di un rigonfiamento anulus fibrosus. Con l'invecchiamento e degenerazione, la pressione intradiscale diminuisce e l'aumento del carico di compressione viene trasmesso attraverso l'anello fibrosus. I classici modelli ad elementi finiti di Shirazi-Adl hanno contribuito a questa prima conoscenza (Shirazi-Adl et al., 1984). Dal 1990, la nostra comprensione del caricamento del disco è stata perfezionata dalle misure di profilometria dello stress di Adams e colleghi per dischi sia normali che degenerati (McNally e Adams, 1992) come delineato nella sezione FSU. Un importante studio di Krismer e colleghi ha dimostrato l'importanza dell'anulus fibrosus nella rigidità torsionale, oltre alle sfaccettature articolari (Krismer et al., 1996). L'apporto nutrizionale al disco intervertebrale attraverso la fusione tra le placche terminali vertebrali è stata descritta da Urban e colleghi tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 (Urban et al.,1977, 1982 ; Holm et al., 1981). Tuttavia, dopo il 2000 alcuni importanti studi clinici su animali ( Rajasekaran et al., 2004; Lotz and Chin, 2000) e alcuni studi biomeccanici hanno aiutato a spiegare i meccanismi per tale diffusione, principalmente attraverso modelli matematici (Sélard et al.,2003; Ferguson et al., 2004 ; Shirazi-Adl et al., 2010; Malandrino et al., 2011). Un aspetto interessante di questa ricerca è la riproduzione delle normali variazioni della pressione intradiscale (Wilke et al., 1999) usando modelli computazionali e di cultura d'organo (Gantenbein et al., 2006; Chan et al., 2011). Il danno al disco intervertebrale è un segno distintivo dell'invecchiamento e della degenerazione.

A parte l'ernia del disco e la frattura della placca terminale, altri danni sono da delaminazione anulare e lacrime anulari. Vari modelli di anulari le lacrime sono state documentate in campioni istopatologici umani(Vernon-Roberts et al., 2007,2008), ma questi rimangono impegnativi da riprodurre in un ambiente di laboratorio. Uno studio su specifiche umane hanno notato che la presenza di lacrime anulari ha diminuito la rigidità in torsione significativamente (Thompson et al., 2000). La delaminazione anulare si presume sia causata da elevate sollecitazioni di taglio anulari dovute a aumento del carico anulare come parte della cascata degenerativa (Goel et al., 1995; Meakin et al., 2001; Qasim et al., 2014). Ulteriore ricerca su questi aspetti del danno al disco è probabilmente importante e siamo in attesa di nuovi riscontri.

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Fig. 6. Tipologie di lacerazioni discogeniche


DISCO INTERVERTEBRALE: PASSI FUTURI

La ricerca sul disco intervertebrale sta procedendo rapidamente mentre noi continuiamo a saperne di più sulla sua dettagliata anatomia micro-strutturale e la sua fisiologia. Queste intuizioni sicuramente informeranno la nostra attuale comprensione della normale funzione del disco e può far luce sui reali meccanismi di lesioni e danni. Ricerche future sulla nutrizione del disco sono chiaramente importanti, in particolare nel differenziare la normale degenerazione potenzialmente dolorosa. In definitiva, il collegamento tra cambiamenti biomeccanici nel disco e i cambiamenti clinicamente rilevanti sono importanti e attualmente scarsamente compresi.


CONSIDERAZIONI FINALI

Ad oggi tutte le Review sull’argomento portano un insieme di dati che ci fanno capire, al di là della specificità applicativa che dobbiamo conoscere le basi, che la migliore comprensione della nostra colonna passa, e forse mi posso sbagliare, da un'osservazione attenta sui macro movimenti, avendo chiare le dinamiche strutturali comuni al suo movimento fisiologico in ogni dipartimento, contestualizzando maggiormente le interconnessioni fasciali e legamentose che vivono, che si alimentano e a volte si spengono tra la colonna e la componente viscerale intrinseca ed estrinseca alla stessa, in un continuum di collegamenti che solo l’anatomia ed il suo costante studio aggiornato ci possono portare ad approfondire. Il mio intento è di conoscere meglio le basi di funzionamento, per agire sulle problematiche posturali che affronterò meglio nel prossimo articolo…quindi vi aspetto per la seconda parte dell’articolo, stimolante lettura per addetti al settore e non… ma prima di costruire grattacieli dobbiamo sapere e conoscere, il terreno dove si costruisce…!

Osteopata D.o.m R.o.i - Docente FIF settore Postura, Laurea in Scienze Motorie e Specializzazione in Scienze e Tecnica dello Sport

 


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Mercoledì, 25 December 2019 12:00

ORIZZONTI POSTURALI - Postura e emozioni

UN PICCOLO PASSO VERSO LA COMPRENSIONE DELLA NEUROSCIENZA ATTRAVERSO LA TEORIA DELL'EMBODIMENT IN RELAZIONE AL LINGUAGGIO

L’idea che lo studio e l’analisi posturale si possano fermare ad una attenta valutazione biomeccanica potrebbe portare il nostro lavoro verso un limite osservazionale: il corpo vive di continue informazioni (input-output) provenienti dall’ambiente esterno e dirette verso ciò che ci circonda, ma in entrambi i casi ” interlinked” (collegate tra di loro) da un sofisticato “software” di elaborazione dati composto da molti sottosistemi che comunicano tra di loro: memoria, sistema somato-sensitivo, stato d’animo, natura del nostro pensiero, linguaggio.

Oggi il mio interesse è rivolto verso la comprensione della ricerca nelle Neuroscienze e come la lettura della nostra postura possa alimentarsi di nuovi interessanti concetti che coinvolgono il nostro corpo, la nostra mente.


Teoria “dell’Embodiment”

La teoria “dell’Embodiment”(impersonificazione o personificazione) è un approccio teorico e sperimentale in psicologia e nelle scienze cognitive e ha attirato negli ultimi anni parecchia attenzione. Esso presuppone che le principali attività cognitive della mente siano condizionate da certe proprietà del corpo come l’orientamento spaziale o i processi percettivi di base e ha rivelato interessanti applicazioni, ad esempio in ambito clinico e riabilitativo. In parole più semplici: si riferisce al ruolo e alla comprensione che attua il nostro corpo nelle esperienze quotidiane. Per esempio, in che modo il nostro corpo influenza il modo in cui pensiamo o parliamo?

Il pensiero e l’analisi dei processi funzionali nelle scienze cognitive hanno tendenzialmente “disorientato” la ricerca. Le scienze cognitive hanno sostenuto che la nostra “intelligenza”, l’abilità di percepire, pensare ed usare lo stesso linguaggio non sorgono da nessuna forma fisica. La nostra cultura occidentale ha unidirezionalmente dissociato il corpo dagli stati del pensiero; riflettiamo ad esempio in campo filosofico: già nell’antica Grecia con Platone che asseriva che il Corpo era una distrazione per la vita intellettuale e doveva essere sradicato dalla letteratura e dalla filosofia, oppure Sant’Agostino dove il corpo è fonte di peccato e debolezza, fino ad arrivare al dualismo Cartesiano che suddivide la realtà in res extensa (aspetto fisico e tangibile di ciò che ci circonda) e res cogitans (dimensione non materiale, comprende pensiero ed il frutto del pensiero stesso, la mente).

Il corpo è visto come una nave che trasporta il nostro pensiero, la nostra mente, senza influenzarlo. Se analizziamo tale presupposto viviamo nella dualità Corpo-Mente; diversi studiosi nel campo delle Neuroscienze (ramo della biologia o anche definito neurobiologia che rappresenta l'insieme degli studi scientificamente condotti sul sistema nervoso), hanno spostato l’attenzione sull’importanza attiva del corpo su elaborazione pensieri, linguaggio, memoria.

Riflettiamo insieme in relazione all’Embodiment:
1) Il concetto del Sé e chi siamo come persone è relazionato a tutte le attività collegate al Movimento e al Tatto.
2) La percezione non viene mediata solo dai recettori o analizzatori cinestesici (occhio,vista..etc), ma include tutto ciò che coinvolge il Corpo in azione.
3) Molti concetti astratti nascono da una base corporea di personificazione e continuano ad essere radicati su pattern sistemici collegati ad azioni corporee, movimenti.
4) La memoria, la memoria fotografica, il problem solving, non nascono da processi mentali interni, scissi dalla nostra corporeità, ma sono strettamente connessi a simulazioni sensoriali e motorie.
5) Le emozioni, la consapevolezza, il linguaggio si evolvono e continuano ad esistere come movimenti animati.

Il corpo sulla base delle affermazioni or ora enunciate, diventa essenziale se non preesistente alla costruzione del Sé. Interessanti sono i diversi approcci sul tale pensiero, studi empirici e non a dimostrazione di tale pre-ordinata organizzazione.

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Foto 1: Embodiment: Body map of emotions (misurato con em-body)

 

Ricerca scientifica nelle Neuroscienze

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Nuove evidenze scientifiche, in questo campo, suggeriscono che le esperienze di emozioni e le cognizioni ad esse collegate, sono associate a stati muscolari, tra cui espressioni facciali, posture del corpo e movimenti (Winkielman et al., 2015). La ricerca a sostegno di questa teoria ha dimostrato che il corpo è il “manipolatore “della postura ossia può influenzare le risposte psicologiche. Ad esempio una postura eretta, verticalizzata, da seduti è stata collegata a miglioramenti affettivi, stati, sentimenti di potere e sonnolenza rispetto alla postura crollata (Hao, Yuan, Hu e Grabner, 2014; Nair, Sagar, Sollers, Consedine, Broadbent, 2015; Ranehill et al., 2015; Riskind & Gotay, 1982).

Le espressioni facciali e le posture del corpo hanno dimostrato di influenzare risposte fisiologiche e psicologiche conseguenti a fattori di stress acuto. I partecipanti sono stati manipolati sperimentalmente per sorridere durante un fattore di stress e le espressioni facciali hanno riportato una riduzione minore in positivo durante il recupero ed avevano una frequenza cardiaca più lenta rispetto ai partecipanti con espressioni neutre (Kraft & Pressman, 2012). Inoltre, i partecipanti che sono stati manipolati sperimentalmente per avere una postura eretta durante lo stress (ciò ha portato ad avere una pressione del polso più alta), riportavano un umore migliore e maggiore eccitazione e hanno usato meno parole di emozione negativa rispetto a quelle manipolate per avere una postura crollata (Nair et al., 2015). Altre ricerche hanno ha mostrato che i partecipanti in una posizione supina (sdraiati) hanno riportato un calo di ansia anticipatoria prima di un fattore di stress rispetto a quelli in piedi, che possono comportare una differenza nel carico dei barorecettori (Lipnicki & Byrne, 2008). Vi sono altrettante prove dimostranti che modificare la postura del corpo possa influenzare la fisiologia, sebbene gli effetti siano complessi. Una postura più eretta tende ad essere associata a pressione sanguigna più bassa e temperatura del braccio più bassa, sebbene ci siano risultati incoerenti per gli effetti sul GSR (Gellman et al., 1990; Sun et al., 2012; Tikuisis &Ducharme, 1996; Tulen, Boomsma e Man in 't Veld, 1999; Wenger e Irwin, 1936). Altro esempio nella ricerca riguarda il camminare per brevi distanze; questo determina ed aumenta la risposta galvanica della pelle, (Galvanic Skin Reponse :GSR ,conosciuta anche come conduttanza cutanea o risposta dell'attività elettrodermica) è un indicatore affidabile dello stress. Si tratta di una misura del flusso di energia elettrica attraverso la pelle di un individuo. Quando l'individuo è sotto stress, la conduttanza cutanea aumenta a causa dell’aumentata umidità dell’epidermide e ciò determina un aumento del flusso elettrico (Selz et al. 2009). Si ricordano le due componenti coinvolte nella reazione di stress: l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e il sistema nervoso simpatico che fa parte del sistema nervoso autonomo insieme al sistema nervoso parasimpatico. Eventi stressanti o situazioni di emergenza causano cambiamenti dinamici del sistema nervoso autonomo, in particolare l’attività del sistema nervoso simpatico (SNS) aumenta e quella del sistema nervoso parasimpatico (PNS) diminuisce. In alternativa, le attività del parasimpatico sono dominanti nelle fasi di riposo. Il sistema nervoso simpatico e parasimpatico regolano la risposta galvanica cutanea, la variabilità della frequenza cardiaca, la pressione arteriosa e le onde cerebrali che sono i principali indicatori utilizzati per la misura dello stress (Sharma et Gedeon 2012).

Questa ricerca mirava a indagare se una camminata con postura eretta, producesse miglioramenti immediati a breve termine degli stati psicologici (stati affettivi, sentimenti di potere, sonnolenza e dolore percepito) e stati fisiologici (pressione sanguigna, pelle galvanica, risposta e temperatura della pelle) rispetto a una posizione di camminata crollata o depressa durante uno stress psicologico. In altre parole, sia verticale la postura ambulante può agire da cuscinetto contro lo stress rispetto a posizione di camminata crollata. È stato impiegato un esperimento in cui i partecipanti sono stati assegnati in modo casuale in entrambi i percorsi gruppo di postura eretta o gruppo di postura depressa. Simile al precedente studio (Nair et al., 2015; Wilkes, Kydd, Sagar e Broadbent, 2017), in uno è stato utilizzato il compito di stress (il test di stress sociale di Treviri:SSTT) per ottenere risposte affettive. È stato dimostrato che l'induzione di stress da laboratorio tramite questo test fa aumentare il cortisolo, la risposta galvanica della pelle, la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, l'ansia, nonché peggioramento dell'umore negativo e riduzione della sonnolenza (Allen, Kennedy, Cryan, Dinan e Clarke, 2014).

È stato ipotizzato che i partecipanti alla posizione eretta camminando segnalerebbero stati affettivi meno negativi, maggiori sentimenti di potere, e meno sonnolenza dopo lo stress psicologico rispetto ai partecipanti alla postura di camminata crollata. È stato anche ipotizzato che i partecipanti alla postura eretta avrebbero una pressione del sangue in diminuzione, una bassa risposta galvanica della pelle e temperatura della pelle inferiore rispetto ai partecipanti alla postura di camminata crollata, suggestiva una risposta allo stress inferiore camminando sulle risposte psicologiche, mostrando effetti sull'affettivo parzialità e vigilanza della memoria. Persone indotte nel camminare con un "felice" stile ha richiamato più parole positive che parole negative, rispetto alle persone con camminata “infelice”.

La ricerca ha poi iniziato a esaminare gli effetti della postura durante il cammino con uno stile "depresso" (Michalak, Rohde e Troje,2015). Inoltre, dopo essersi impegnate in una postura crollata durante la camminata, le persone sane hanno sperimentato una riduzione della vigilanza rispetto a persone che adottano un modello di andatura saltante (Peper & Lin, 2012). Tuttavia ci sono state poche ricerche che studiano gli effetti della postura mentre camminiamo e sugli stati affettivi soprattutto durante lo stress. Se diversi stili del camminare alterano quindi le risposte fisiologiche e psicologiche allo stress questo potrebbe sia supportare la teoria dell'Embodiment che avere implicazioni per interventi di gestione sullo stress stesso.

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Foto 2 tipologie di analisi della Camminata “depressa” ed” eretta”

 

L'Embodiment ”personificazione” e il Linguaggio

La teoria dell’Embodiment suggerisce che la partecipazione di determinate parti del corpo durante l’elaborazione dei concetti riferiti a un’azione o a un oggetto può attivare le aree senso-motorie corrispondenti, non solo quando produciamo azioni con quelle parti del corpo ma anche quando l’azione è eseguita da qualcun altro e osservata dal partecipante o quando è solo immaginata (Arévalo et al., 2007).

Esperimenti condotti in questi ultimi anni hanno portato alla scoperta di un tipo di neuroni che può fare da tramite tra il sé e gli altri: i neuroni specchio ("mirror neurons"). Questi neuroni, inizialmente scoperti nell’area F5 della corteccia premotoria frontale della scimmia (l’area originariamente descritta da Rizzolatti e Arbib), omologa dell’area di Broca nell’uomo (specificatamente dell’area 44), hanno una doppia funzione: da una parte si attivano quando la scimmia compie un’azione manuale, ad esempio afferrare un oggetto, dall'altra si attivano in modo simile quando la scimmia vede o sente un'altra scimmia o un uomo compiere la stessa azione (Koheler et al., 2002). Vedere o ascoltare un’azione finalizzata eseguita da un altro soggetto, attiva nell’osservatore gli stessi neuroni che si attiverebbero se fosse lui stesso a compiere quell'azione, rendendo in parte simili, da un punto di vista neurale, percezione e produzione. Questi neuroni specchio, quindi, suggeriscono una base neurale in parte comune per percezione e produzione dei movimenti (gestures), linguistici e manuali.

Nell'uomo il sistema "mirror" è stato dimostrato in maniera indiretta, mediante varie tecniche. Ad esempio, studi attraverso la PET (Tomografia a Emissione di Positrone) hanno mostrato che le due zone che compongono l’area di Broca contengono anche la rappresentazione di movimenti manuali; risultano, infatti, attivarsi quando si eseguono movimenti autoindotti, quando si immagina di ruotare le mani e quando si immagina di afferrare qualcosa con la mano. Dunque, l’area di Broca è coinvolta nelle rappresentazioni motorie della bocca e delle mani (Nicolai, 2006).

Studi realizzati attraverso MRI (Risonanza Magnetica funzionale) hanno mostrato come i neuroni specchio si attivino negli esseri umani sia durante l’osservazione di azioni eseguite con le mani sia durante l’osservazione di azioni eseguite con altre parti del corpo (ad esempio, la bocca, il viso o i piedi). Tornando all’articolo già citato di Arévalo et al. (2007), osservando un gruppo di 21 pazienti afasici (10 anomici, 6 Broca e 5 Wernicke), hanno notato che durante compiti di ripetizione, lettura e denominazione di immagini relative a oggetti (nomi) e azioni (verbi) selezionate in base ai parametri “manipolabile” vs “non manipolabile”, i pazienti denominano meglio i nomi rispetto ai verbi. In generale, sia nel gruppo di controllo che nel gruppo dei pazienti (indipendentemente dal tipo di afasia) la denominazione dei verbi è sempre meno accurata. Inoltre, il compito di denominazione, rispetto a quello di lettura e ripetizione, risulta più complesso per tutti.

 

Considerazioni finali

Il Quanto sia importante portare lo sguardo al di là delle nostre consolidate convinzioni e comprendere che l’atteggiamento posturale, manifestazione dinamica del nostro Essere, può determinare risposte e nuove strategie a problematiche muscolo scheletriche che tradizionalmente affrontavamo con schemi biomeccanici, assolutamente utili, ma in alcuni casi non risolutivi.. come sempre leggere per riflettere, non per asserire nuove verità, la conoscenza passa dalla continua (a volte massacrante) messa in discussione dei nostri ragionamenti posturali.

Ognuno di noi sente una connessione intima tra quello che siamo ed il nostro Corpo, la sopravvalutazione degli eventi cognitivi, pensieri che si concretizzano nella nostra mente, non esula dalla interpretazione che il nostro personale e unico vissuto corporeo fa di tali processi, potremo considerare tale aspetto come la massima espressione del Linguaggio del corpo che vive e governa la Mente, e non il contrario…..a voi le vostre considerazioni.

“Non c’è perché senza percome”
William Shakespeare (La commedia degli errori)

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Osteopata D.o.m R.o.i - Docente FIF settore Postura, Laurea in Scienze Motorie e Specializzazione in Scienze e Tecnica dello Sport

 


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Pubblicato in Fitness news

PANORAMI DI APPROFONDIMENTO SU UN TEMA RICORRENTE NEL CAMPO POSTURALE E DEL MOVIMENTO

L’apertura alla correlazione Movimento & Fascia porta a renderci consapevoli dell’importanza che la conoscenza anatomo-funzionale più approfondita è necessaria e fondamentale per tutti coloro che vivono più o meno direttamente nella comprensione della Postura e che vogliono migliorare la chiave di lettura degli stati disfunzionali nel Movimento. In questo spazio non voglio addentrarmi nella complessità descrittiva della fascia, ma trovare suggerimenti ed utili collegamenti tra ciò che viviamo quotidianamente come Operatori e la miglior comprensione di aspetti anatomici specifici. Partiamo dal presupposto che vi è un complesso sistema che vive nel nostro corpo, che noi chiameremo network fasciale tensegrile che si presta ad innumerevoli definizioni e che le nuove proposte di definirlo partono dalla attuale riconosciuta presenza già nel derma (pelle) di strutture che, se sollecitate con stimoli meccanici, innescano un coinvolgimento “tensionale” verso le strutture soggiacenti ricche in propriocezione e nocicezione ad alta densità di terminazioni nervose nei tessuti ipodermici connettivi sciolti (Willard et al., 2012).

unita anatomica

Figura 1:
esempio unità anatomica fasciale connettivo

figura2

Figura 2:
esempi di unità che variano di dimensioni nel nostro corpo tensegrile, essendo sempre caratterizzato da elementi comprensivi e tensionali

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Figura 3:
Modello globale Corpo Tensegrile

Tale modello ci ricorda la sua caratteristica principale la meccanotrasduzione, la capacità sensibile delle cellule di convertire stimoli meccanici in chimici.
Le cellule rispondono a differenti forze meccaniche, torsione, tensione-lunghezze, taglio, rilascio, compressione, frizione: questa comunicazione inter ed intra tissutale avviene tra cellule specializzate, i miofibroblasti, ed il loro ambiente extracellulare (ECM), dove svolgono la loro funzione, e facilmente in turn-over ogni 24 ore, fino al 50%, manifestando la peculiare caratteristica di una natura estremamente attiva (Hocking et al.2009); sull’altro versante il processo di invecchiamento porta alla riduzione delle fibre collageniche, fibre elastiche gradualmente si disorganizzano in forma e funzione e contribuiscono al cedimento ptosico (cambiamento estetico e funzionale), atrofizzazione delle cellule adipose porta secchezza della pelle e cellulite, ben evidenti già dalla terza decade di vita (Macchi et al 2010) e possono essere accelerati dalla compresenza di malattie quali ad esempio il diabete. L’invecchiamento porta alla diminuzione della trasmissione fasciale intra muscolare (cross links), con riduzione della mobilità dei tessuti, ed inevitabile perdita sensoriale propriocettiva sull’ equilibrio tra il controllo posturale e motorio. Primo collegamento a tali sopraddette considerazioni, sul quale bisogna riflettere insieme, che si interfaccia con le molteplici modalità operative, tra le quali la più attuale è il self myofascial release in ambito sportivo e fitness.
Tale trattamento ha dimostrato di aumentare in ROM, range di movimento (MacDonald et al, 2013), ma domandiamoci se la sensibilità meccanica è uguale per ogni tessuto che trattiamo, o auto trattiamo?
Il Training “fasciale” ha tempi paragonabili al Training su fibre muscolari, dopo quanto vediamo un miglioramento tissutale?
● Per i tessuti fasciali flaccidi si può sperimentare una applicazione più vigorosa, movimenti rapidi e ripetuti per il fine di aumentare produzione locale di collagene (Pohl 2010).
● Per i tessuti ipertonici, cicatrici croniche, aderenze miofasciali si consigliano movimenti lenti, applicando forza di taglio (rispetto alla direzione orientamento di tensione-dolore) per stimolare la MMP -1, un enzima che degrada le fibre collageniche ipertese (Zheng et al 2012).
● Tendenzialmente la stimolazione meccanica può sensibilizzare positivamente i recettori che appartengono ai neuroni ad ampio raggio (Wide Dynamic Range Neurons), i quali tendono a produrre effetto analgesico a livello midollare (Wang et al 2012)
● Il rinnovamento dei tessuti collagenici in toto, avviene in tempi decisamente più lenti rispetto ai tessuti muscolari, necessari circa dai 3 ai 9 mesi (per nuova matrice collagenica da 6 mesi a 2 anni) per percepire un rimodellamento esterno e palpatorio, ma nonostante il lungo tempo di attesa, il training fasciale, anche se interrotto, non perderà i suoi effetti cosi velocemente, perché qualitativamente più duraturo (Babraj et al 2005).
● La combinazione del Training muscolare e il Training fasciale” (Fascial fitness) non ha implicazioni interferenziali con il training neuromuscolare e cardiovascolare, ma si raccomanda non più di una max due sedute la settimana (Magnusson et al 2010) per il concetto di rimodellamento collagenico. Queste sono solo alcune delle considerazioni in materia di Movimento fascia-orientato,che possono aiutarci nella coerente somministrazione e integrazione all’intero ad un piano di allenamento.

Tengo molto nel chiarire che l’approccio alla Fascia, quale sia il metodo utilizzato, si rivolge alle strutture centrali dell’intero organismo, essenzialmente:
● il sistema nervoso che si articola spazialmente in modo da creare una simulazione sensoriale del nostro interno verso il mondo esterno, attraverso reazioni comportamentali coordinate, produzione di sostanze messaggere che incrementano o diminuiscono il tono neurale dell’intero sistema (neurotrasmettitori, neuropeptidi rilasciati da attività sinaptica).
● Il sistema circolatorio, dall’asse aortico al muscolo cardiaco, con interazioni linfatiche-capillari al servizio dei bisogni metabolico-chimici di tutta l’eterogeneità cellulare che vive e si sviluppa nel nostro Essere.
● Il tessuto connettivo, si diffonde organizzando e gestendo spazi protettivi intorno alle cellule, permettendo e alimentando attività autonomiche, fisiologiche, e volontarie.

La comunicazione di tutti e tre i sub-sistemi, avviene attraverso i dati sensoriali che viaggiano molto velocemente da i 10-250 km/h (Williams 1995) nella rete neuronale. Contemporaneamente il sistema fibroso- fasciale trasmette informazioni meccaniche alla velocità del suono 700mph, più lenta della velocità della luce, senza dubbio, ma più rapida ed efficace delle afferenze-efferenze del sistema nervoso. La tendenza della matrice extracellulare connettiva a immagazzinare e a cedere energia ristabilendosi in maniera elastica, caratterizza i Pattern fasciali del movimento che si instaurano a livello posturale, ma dobbiamo riflettere e considerare che tali schemi di movimento possono avere anche una natura neuromotoria, comprendere l’instaurarsi dell’uno o il nascere dell’altro rappresenta una frontiera di attenta analisi che ogni operatore del Movimento sperimenta e testa quotidianamente. Compito nostro è ulteriormente rintracciare nella valutazione del movimento attivo di rotazione della regione cervico-toracica, regione toraco-lombare, regione lombosacrale i gradi di libertà, o direzione preferenziale.

L’attenta osservazione dell’operatore verso la fluida esecuzione del Movimento e non la mera analisi della singola unità muscolare, porterà a comprendere che la dis-funzione si alimenta in un sottosistema, che nasce nell’anatomia del singolo e si perde nella globale manifestazione del suo Essere in moto.

Osteopata D.o.m R.o.i - Docente FIF settore Postura, Laurea in Scienze Motorie e Specializzazione in Scienze e Tecnica dello Sport

Pubblicato in Performance n. 3 - 2019
Mercoledì, 27 November 2019 17:27

ORIZZONTI POSTURALI - Piede e postura

CONTINUA IL NOSTRO VIAGGIO ESPLORATIVO NEL SISTEMA TONICO POSTURALE

dolore ossa piede anatomia

L'organo del piede e la sua biomeccanica

ll piede rappresenta il punto fisso al suolo su cui grava l’intero peso del corpo. L’appoggio plantare, nonché la postura, sono alla base del sistema di controllo antigravitario (sistema tonico posturale) che consente all’uomo di assumere la postura eretta e di spostarsi nello spazio.
L'esterocettore plantare infatti permette di situare l'insieme della massa corporea in rapporto all'ambiente, grazie a delle misure di pressione a livello della superficie cutanea plantare. Quest'ultima rappresenta l'interfaccia costante tra l'ambiente ed il S.T.P.. Le informazioni plantari sono dunque le uniche a derivare da un recettore fisso, direttamente a contatto con un ambiente immobile rappresentato dal suolo.
Il piede è perciò da considerarsi un organo “meccanico” e “sensoriale” che riceve ed esegue comandi: è sia un effettore sia un recettore. Infatti tramite i muscoli, interagisce col resto del corpo fornendo costanti informazioni provenienti dagli esterocettori cutanei presenti sulla pianta e dai propriocettori provenienti dai muscoli, fascia, tendini e articolazioni. In tal modo condiziona Il Sistema Posturale Fine (S.P.F.), responsabile del mantenimento della nostra posizione eretta e della stabilità. Per questo motivo il piede, nelle popolazioni dei paesi sviluppati che vivono su un terreno poco fisiologico quale è il terreno piano, è normalmente l'origine dello squilibrio posturale. Nello stesso tempo esso è anche l'elemento adattativo che tampona, meglio che può, gli squilibri alti, in genere discendennti dall'apparato stomatognatico (denti e articolazione temporomandibolare) e/o dagli occhi e/o dal vestibolo.


L'evoluzione del piede

Il piede, nel corso dell'evoluzione che dura da circa 350 milioni di anni, per le esigenze sorte nell'assunzione della stazione eretta e della deambulazione bipodalica, ha acquisito, quale caratteristica umana peculiare e differenziale, l'attitudine all'irrigidimento ovvero alla coesione intersegmentale. Tale coesione podalica è realizzata dalle formazioni capsulo-legamentose e aponeurotiche a cui si aggiungono le formazioni muscolari con funzioni di "legamenti attivi" e posturali. Questi muscoli, in particolare quelli intrinseci del piede, sono a prevalenza di fibre rosse (fibre ad attività lenta ed energeticamente economica), in stato contrattile pressoché ininterrotto in stazione eretta e in rapporto topografico e funzionale con le formazioni capsulo-legamentose (in sede di inserzione ossea si osserva, in alcuni di loro, una notevole abbondanza di fibre collagene espanse e non raccolte come al solito; ciò ricorda le formazioni legamentose e aponeurotiche). La complessità dell'azione podalica richiede una polivalenza funzionale. Inoltre, la podo-meccanica antigravitaria è cosparsa di interventi muscolari che coinvolgono due o più aricolazioni. I muscoli poliarticolari infatti offrono particolari vantaggi ai fini dell'economia energetica in quanto sono in grado di sviluppare tensioni notevoli con modici accorciamenti. Tali muscoli frequentemente agiscono stabilizzando l'articolazione prossimale favorendo così i movimenti dei segmenti distali (e quindi la rotazione dell'articolazione relativa). L'indagine elettromiografica conferma la particolare economia energetica realizzata dai muscoli in fase antigravitaria: vengono infatti realizzati potenziali inferiori a quelli propri della contrazione tetanica (caratteristica dell'attività dei muscoli a fibre bianche o acceleratori). L'insieme delle formazioni muscolari che interessano il piede, quali effettori nel sistema di controllo gravitazionale, rappresentano le forze interne in "contrasto" con le forze esterne ambientali.
Il piede dell'uomo quindi si evolve da una forma prensile alla forma stabilizzatrice antigravitaria conservando la complessità della propria muscolatura; all' afferramento prensile si sostituisce l'aggrappamento antigravitario. Il piede è così il dispositivo di gran lunga più valido che l'uomo possiede per il controllo dell'ambiente sottoposto alle legge di gravità. L'informazione genetica conferisce alla struttura podalica la modellatura di fondo. L'informazione ambientale confluisce nella genetica che la memorizza gradualmente, nel corso delle generazioni, potenziando la genesi delle prerogative antigravitarie. Il fattore culturale però interferisce su tale sviluppo alterando l'informazione ambientale (con terreni e scarpe inadeguati) causando così un ritardo evolutivo.


La stazione eretta

stazione eretta

In biomeccanica, nessuna forza interna a un corpo, ossia che si esaurisce nell'ambito del corpo (nel caso dell'uomo rappresentata dai muscoli), è in grado di spostarlo nello spazio. Affinché il corpo si muova è necessaria una forza esterna.
Le forze esterne ambientali per eccellenza sono: la gravità, la reazione dal suolo e l'attrito. L'uomo moderno ha nei piedi i più efficaci strumenti per prelevare dalla gravità le energie necessarie per la locomozione. Non vi è dubbio che quella "gravitazionaria" è l'attività senso-motrice di gran lunga più importante e il movimento che la esprime può essere concepito come il fattore determinante ai fine della vita dell'uomo, quale essere più esposto alle "aggressioni" ambientali.
Il corpo umano è un sistema di equilibrio instabile; l'altezza del centro di gravità o baricentro (idealmente anteriore alla terza vertebra lombare), rispetto a una base ristretta, e la struttura composta da una successione di segmenti articolati, sono fattori di instabilità. Solo un vigile controllo attraverso il sistema tonico posturale riesce, in tale condizione, a ricercare l'equilibrio dinamico stabile nella stazione eretta e l'equilibrio dinamico instabile durante la locomozione (che consente la trasformazione dell'energia potenziale in energia cinetica). Ciò avviene soprattutto grazie a un servizio informativo talmente preciso e tempestivo da consentire risposte validissime con interventi energeticamente economici (non rilevabili elettromiograficamente) da parte di muscoli con prevalenza di fibre rosse. Si tratta della manifestazione informativa più importante in quanto fornisce all'uomo il privilegio di adattarsi alle più svariate condizioni ambientali.
Il piede possiamo definirlo come un diaframma interposto tra forze esterne (ambientali) e forze interne (muscolari), che in esso si incontrano, si contrastano e infine si fondono per l'affermazione della condizione di equilibrio. Il piede è una struttura "spaziale" ossia atta ad assorbire e smistare le forze, relativamente agli infiniti piani dello spazio.
Nella stazione eretta comoda la linea gravitaria (G = asse gravitario, M = asse mecanico, A = asse anatomico, C.G. = centro di gravità) cade ventralmente rispetto all'articolazione tibio-trasica (caviglia) L'articolazione sottoastragalica si trova in posizione intermedia tra pronazione e supinazione. L'articolazione medio-tarsica è disposta in pronazione rispetto al retropiede. La serie delle teste metatarsali si adatta alla superficie di appoggio. Si tratta in realtà di una condizione momentanea in quanto, passando la linea gravitaria davanti all'articolazione tibiotarsica, il peso applica su di essa momenti rotatori che sollecitano il corpo in avanti; la migrazione ventrale della linea gravitaria è ragione di accentuazione della torsione retroavampodalica (irrigidimento podalico). Il compito della muscolatura podalica e del tricipite surale in particolare (gastrocnemio e soleo), in funzione antigravitria, è quello di neutralizzare tali momenti rotatori, oltre quelli che inducono oscillazioni sul piano frontale. La stazione eretta è infatti in realtà non un equilibrio statico ma un "movimento su base stazionaria" (equilibrio dinamico stabile); le oscillazioni, seppur minime (verificabili tramite esame stabilometrico) che la caratterizzano, sono dovute alle attività cardiocircolatorie e respiratorie. I riflessi spinali assumono qui un ruolo fondamentale. La verticalità infatti si verifica prevalentemente per mezzo di meccanismi estero-propriocettivi (compresi quelli visivi e vestibolari).


Il processo di sviluppo verso la deambulazione

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A differenza di tutti gli altri mammiferi quadrupedi, che stanno in piedi e camminano in modo corretto poco tempo dopo la nascita, l'uomo deve attendere circa 6 anni per ottenere una postura stabile (e una maturazione degli atti di deglutizione e masticazione). A circa dodici mesi di vita si ha il passaggio graduale al bipodalismo ma è solo all'età di 5-6 anni che si formano e si stabilizzano le curve vertebrali (lordosi lombare e cervicale e cifosi dorsale) e ciò avviene grazie alla maturazione estero-propriocettiva del piede (il piede è fisiologicamente piatto fino all'età di circa 4 anni per poi trasformarsi gradualmente in una struttura elicoidale a passo variabile). E' quindi il piede il responsabile delle modificazioni delle curve vertebrali in posizione eretta (ortostatismo); la fisiologica lordosi lombare si forma e si stabilizza a partire dalla formazione di una fisiologica e stabile volta plantare, a 5-6 anni di età, che libera il tronco cefalico da uno stato di ipertonicità, regolando così anche la cifosi dorsale e la lordosi cervicale. Prima di questa età, a partire da circa 1 anno, è normale che il piede sia un po' pronato e piatto, che le ginocchia siano un po' valghe e che vi sia una leggera iperlordosi lombare. Mentre nel neonato e fino a circa 8 mesi, è fisiologica la presenza di ginocchia vare e piede in supinazione.
Tutti gli studi hanno confermato che la formazione delle curve parte dal basso. Va però aggiunto che a circa 6 anni, con la comparsa dei primi molari, deglutizione, masticazione, equilibrio occlusale, giungono contemporaneamente a completa maturazione. Il completamento dello sviluppo della funzione posturale (sistema tonico posturale) avviene abitualmente verso gli undici anni e resta poi stabile sino a circa 65 anni (contemporaneamente alla stabilizzazione della funzione visiva sensoriale e motoria). La formazione e l'accrescimento del sistema muscolo-fasciale-scheletrico e del piano occlusale sono il risultato della complessa e personale azione antigravitazionale dell'individuo. Il piede, assieme alla lingua (per quanto riguarda le ossa del cranio), rappresenta un conformatore organo-funzionale di primaria importanza.

deambulazione

La deambulazione (marcia o cammino) bipodale dell'uomo è condizionata dal sollevamento del centro di gravità e dalla esiguità della base di appoggio, rispetto al quadrupedismo. E' un atto complesso risultante dalle interazioni fra forza interne ed esterne dirette da un mirabilesistema di controllo posturale e dell'equilibrio, che regola attimo per attimo, tramite i muscoli, i rapporti fra le forze. La maggior parte dei gruppi muscolari degli arti inferiori sono attivi durante la deambulazione (l'arto inferiore possiede ben 29 gradi di libertà di movimento a cui corrispondono 48 muscoli).
La locomozione umana è una combinazione di ritmica propulsione in avanti ed elevazione del corpo in alto. Il baricentro corporeo in deambulazione ha un andamento sinusoidale sul piano sagittale raggiungendo il punto più basso nell'appoggio doppio (bipodalico) e la massima altezza in appoggio monopodalico, con un'escursione di 4-5 cm. Dal punto di vista strettamente meccanico, la progressione del corpo nello spazio è il risultato della combinazione di rotazioni articolari. Esattamente come i movimenti circolari delle ruote si traducono nel movimento in avanti del veicolo, movimenti rotatori (cerchi parziali) degli arti o di parti di essi si traducono nel movimento in avanti di tutto il corpo. Grazie al posizionamento alto del baricentro corporeo, l'accelerazione del nostro corpo è sostanzialmente di genesi gravitaria (energia potenziale che si trasforma in energia cinetica). Solo in misura modesta entrano in gioco contrazioni muscolari acceleranti ed è questa la ragione del fatto che l'uomo può protrarre il suo cammino molto a lungo. Si può infatti affermare che nella deambulazione il lavoro muscolare è richiesto solo nella risalita periodica del centro di gravità.
Il ciclo della deambulazione è compreso fra i due appoggi calcaneari dello stesso piede ed è costituito da una fase portante (60% dell'intero ciclo) e una fase oscillante (40% dell'intero ciclo).


L'elemento spaziale prioritario

elemento spaziale

E' quindi nel piano trasverso che la moderna biomeccanica ha individuato l'elemento spaziale prioritario nella statica e nella dinamica dell'uomo. Difatti è dalla rotazione nel piano trasverso che scatta il meccanismo antigravitario, il quale consente la migrazione del baricentro verso l'alto. L'altezza del baricentro carica il sistema di energia potenziale, ovvero di instabilità che però, come abbiamo detto, si trasforma in indispensabile energia cinetica nella dinamica, consentendo così la progressione nello spazio con un modesto consumo di energia muscolare.
Relativamente all'arto inferiore, le articolazioni in cui si compie il movimento nel piano trasverso sono, a catena cinetica chiusa, la coxofemorale (articolazione dell'anca) e la sottoastragalica. In particolare, l'articolazione coxofemorale e l'articolazione astragalo-scafoidea sono analogamente strutturate e corrispondentemente disposte. I movimenti essenziali nella meccanica antigravitaria dell'anca sono l'estensione e la concomitante rotazione esterna e viceversa (flessione-intrarotazione). Nel trasferimento dalla flessione all'estensione quindi il femore ruota verso l'esterno riflettendosi nel meccanismo di rilasciamento-irrigidimento podalico. E' questa quindi una condizione anatomo-funzionale che favorisce la nostra antigravitarietà.
E' ancora da chiarire con precisione il ruolo delle masse muscolari nella stabilizzazione dell'arto inferiore nel piano trasverso. Si ritiene che i muscoli chiamati in causa siano gli adduttori dell'anca, i flessori del ginocchio, lo psoas, il piccolo e medio gluteo, ma il muscolo determinante sembra essere il grande gluteo (estensore, abduttore ed extrarotatore dell'anca). Il grande gluteo è considerato il più potente stabilizzatore dell'anca nel piano trasverso. La sua attività di estensore contribuisce validamente al mantenimento del centro di gravità (o baricentro) al di sopra dei centri di rotazione delle anche. La sua prevalente attività stabilizzatrice esplica una funzione essenziale nella deambulazione e la sua azione si estende all'articolazione del ginocchio tramite il tratto ileo tibiale.
L'analisi delle caratteristiche morfologiche e funzionali dell'arto inferiore relativamente al piano trasverso apre un grosso capitolo di patologia strutturale che contempla le anomalie di rotazione femoro-tibiale e le ripercussioni sulla funzionalità podalica e viceversa. Si getta in tal modo un robusto ponte che connette sempre più il piede ai segmenti corporei soprastanti, in particolare, col cingolo pelvico, col cingolo scapolo-omerale, con la cerniera cervico-occipitale fino all'articolazione temporomandibolare, nel contesto della biomeccanica e della pato-meccanica.


La catena propriocettiva

Gli endocettori sono i recettori “sensitivi” che informano il S.T.P. di quello che succede all'interno dell'individuo. Permettono al sistema di riconoscere in permanenza la posizione e lo stato di ogni osso, muscolo, legamento, od organo in rapporto con l'equilibrio. Essi informano in particolar modo sulla posizione degli esocettori cefalici (orecchio interno e retina) in rapporto all' esocettore podalico. Essi si dividono in due grandi categorie:
• recettori propriocettivi
• recettori enterocettivi o viscerocettivi.

L'entrata oculo-motrice permette di comparare le informazioni di posizione fornite dalla visione a quelle fornite dall'orecchio interno grazie ai sei muscoli oculo-motori, che assicurano la motricità del globo oculare.
L'entrata rachidea ha per scopo di informare il sistema posturale sulla posizione d'ogni vertebra e quindi sulla tensione di ogni muscolo.
L'entrata propriocettiva podalica, grazie al controllo dello stiramento dei muscoli del piede e della gamba, situa il corpo in rapporto ai piedi.
L'entrata rachidea e l'entrata propriocettiva podalica formano una continuità funzionale, un'estesa catena propriocettiva che riunisce i recettori cefalici ai recettori podalici e quindi permette di situare l'orecchio interno e gli occhi in rapporto ad un recettore fisso costituito dai piedi. Ciò consente una codificazione delle informazioni spazio-temporali cefaliche.
Così come il cervello orienta il nostro corpo nello spazio e fa assumere al corpo stesso una determinata postura, la simmetria o asimmetria dell’appoggio plantare, determina l’orientamento sia del bacino e sia della colonna vertebrale.


Le principali alterazioni podaliche

Al fine di scoprire se il “recettore” piede, nella sua duplice funzione biomeccanica o sensoriale risulti causativo o adattativo e quindi disfunzionale, è fondamentale procedere ad una “valutazione podoposturale”, analizzando per ogni singolo caso il piede tenendo in considerazione tutte le possibili interferenze. Tra le principali alterazioni distinguiamo:
Il piede piatto: si tratta di una deformità anatomica della volta plantare mediale del piede dovuta ad una riduzione della concavità fisiologica dell’arco plantare e al cedimento mediale eccessivo nella fase di appoggio.
Il piede cavo: rappresenta una deformazione del piede caratterizzata dall’accentuazione dell’arco plantare interno. Il grado di accentuazione dell’arco plantare interno determina la gravità della patologia.
L'alluce valgo metatarso-falangeo è una patologia piuttosto frequente, maggiormente nelle donne. Esso si manifesta con la deviazione del 1° dito verso l’esterno e del 1° metatarso verso l’interno con la caratteristica sporgenza sottocutanea della sua “testa”.
Lo Strabismo rotuleo: cioè la deviazione (spesso verso l’interno) della rotula rispetto all’asse del femore. Ciò comporta uno stiramento dei legamenti rotulei, una pressione della rotula sul femore e quindi una dolorabilità locale, soprattutto in conseguenza di particolari movimenti come il salire o scendere le scale.
Lo Sperone calcaneare: è una patologia caratterizzata dalla formazione di un osteofita (piccolo ossicino) localizzato a livello della superficie inferiore del calcagno. Il quadro clinico è caratterizzato dalla comparsa di dolore dovuto allo sfregamento dell’osteofita sulla fascia plantare.
La Metatarsalgia: rappresenta una serie di sintomi caratterizzati da dolore nella zona dell' avampiede, precisamente nella regione metatarsale. Più frequente nel sesso femminile è una patologia che si presenta lentamente e progressivamente, accusando dolori sotto la pianta del piede a livello della testa dei metatarsi centrali.
La Fascite plantare: è un sintomo caratterizzato dall’apparizione di un insidioso dolore calcaneare a livello dell’inserzione della fascia plantare responsabile del mantenimento dell’arco plantare. L’infiammazione può essere associata ad una caratteristica spina calcaneare cioè ad una escrescenza ossea speroniforme, ben visibile all'esame radiografico, che si estende verso le dita del piede a partire dal processo mediale di uno o ambedue i calcagni.
Il Piede diabetico: più del 25% dei soggetti affetti da diabete mellito di tipo 1 o 2 sviluppa, nel corso della propria vita, problemi ai piedi. La patologia colpisce il sistema nervoso periferico danneggiando i nervi e compromettendo la corretta funzionalità degli arti inferiori.


Le principali problematiche posturali

Nell'ambito delle problematiche posturali, il piede può presentarsi in tre modi diversi:
• come elemento causativo: responsabile principale dello squilibrio posturale;
• come elemento adattativo: tampona uno squilibrio che viene dall'alto (generalmente dagli occhi e dai denti). In un primo momento l'adattamento è reversibile poi si fissa alimentando lo squilibrio posturale
• come elemento misto: presentando contemporaneamente un versante adattativo e un versante causativo. E' definito anche piede a doppia componente e rappresenta il piede dell’uomo moderno.
Quindi è importante indagare sulla causa dei dolori alla schiena facendo una visita posturale, baropodometrica e stabilometrica affidandosi come pazienti o confrontandosi in qualità di educatori posturali con un un posturologo esperto in podologia.


Il trattamento del posturologo

Le basi del trattamento si fondano innanzitutto sulle correlazioni che sono state fatte in vari momenti clinici, vale a dire correlazioni tra l’anamnesi e l’esame del retro-piede, del piano antero-posteriore, delle rotazioni, ecc.
In tal modo il Posturologo può farsi un’opinione sul tipo di piede da trattare, se il piede è causativo, adattativo, misto o a doppia componente, successivamente occorrerà stabilire l’importanza della componente adattativa e del suo grado di fissità. Conoscere se è più importante trattare la componente adattativa o la componente causativa è un fattore importante per la diagnosi e il trattamento dei piedi misti.


Le Conclusioni

La postura e l'appoggio plantare sono di vitale importanza ai fini di un corretto equilibrio dell’organismo e per ridurre l’incidenza di diverse malattie.
Non esiste una postura “ideale”, ma esiste una postura “sana e funzionale”.
E' ancor più preciso dire che la postura è quella che dà all’individuo un buon appoggio con rimbalzo e scarico del peso sui piedi e dai piedi a terra; sarà pertanto opportuno effettuare una indagini periodica per la valutazione dell’appoggio. Valutare l’evoluzione nel tempo della ortesi plantare che stabilizza l’appoggio del calcagno e distribuisce uniformemente il carico sulle teste metatarsali, compensando in tal modo uno scorretto appoggio del piede (instabilità posturale).  

Pubblicato in Fitness news
Mercoledì, 30 October 2019 12:00

ORIZZONTI POSTURALI - Scoliosi e fascia

Titubante fino alla fine e poi ho ceduto verso l’Argomento “scottante” per eccellenza sul quale tanto si parla e tanto se ne è parlato e tanto ne continueremo a parlare. Le mie considerazioni nascono dall’esigenza di un inquadramento posturale integrato all’esercizio “terapeutico” individualizzato, il mio interesse nelle prossime righe sarà rivolto all’analisi del presente sforzo della ricerca scientifica nella Is (Idiopatic Scoliosis), delle attuali tipologie di intervento ad essa rivolta e dell’attenzione in un nuovo possibile inquadramento sulla catene miofasciali disfunzionali. Per voi che leggerete è solo la volontà del sottoscritto di fare un po’ di chiarezza alla luce della nuova ricerca scientifica e sulla base della esperienza di molti (esperti nel settore da anni) nella pratica clinica, naturalmente , considerate tutto come il lancio di un piccolo sasso in un oceano di prospettive , ma comunque ci proviamo e io lancio!!!

….a voi la voglia ed il desiderio di considerarlo un incipit nell’esplorazione di un’enciclopedia di studi e di esperienza.

…partiamo dalle basi…conosciamo la scoliosi e riflettiamo insieme….

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Definizione

La scoliosi è una deformità tridimensionale della colonna (Foto 3). E’ ormai riduttivo definirla esclusivamente: “deviazione laterale della normale linea verticale del rachide , su osservazione postero-anteriore. La scoliosi consiste si “in una curvatura laterale del rachide con rotazione delle vertebre coinvolte nella curva”, come ancora risulta dalla consultazione della Scoliosis Research Society e dal relativo comitato internazionale per la Terminologia, ma dobbiamo evidenziare che è una patologia che presenta aspetti di grande complessità multifattoriale. Se la nostra osservazione passa dal PF (piano frontale) noteremo una flessione laterale, avvicinamento linea acromiale-iliaca lato concavità, con shift opposto ,lato convessità; sul PS (piano sagittale) alterazione delle curve, spesso associata a un inversione di curva, e sul piano assiale un movimento di rotazione. Qui, vive parte della strutturata difficoltà per un operatore posturale di muoversi: ossia il ragionamento applicativo alla scoliosi, ogni scoliosi avrà specifiche e funzionali necessità di ri- bilanciamento fasciale, meccanico, viscerale-emotivo a seconda della gravità dell’angolo di Cobb.

Il metodo Cobb ,ad oggi è tra i più utilizzati per la valutazione graduata, su base radiologica del dismorfismo, ma anche molto discusso sull’impatto dei raggi nell’età pubero-adolescenziale ed in alcuni casi sulla scarsa affidabilità delle indagini radiografiche, ma sempre di fondamentale importanza nelle rilevazioni di alterazioni strutturali ossee, ad oggi, ad esempio, si discute molto del Formetric o rasterstereografia, dove in Germania si è ottenuto la riduzione valutativa radiografica del 70% (Hackemberg 2003).

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Foto 1 Metodo Cobb        Foto 2 Rasterstereografia (Formetric)

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Foto 3 Rappresentazione in 3 dimensioni di una reale colonna con scoliosi dorsale destra e lombare sinistra. In questa figura si rappresentata la proiezione del rachide nei tre piani dello spazio: il piano frontale (xoy) normalmente visto nelle radiografie in AP, quello sagittale (e tipicamente visto nelle radiografie in proiezione LL, mentre il piano orizzontale (Top View) non è normalmente considerato.

 

Il tentativo di ricerca di cause primarie nella “Idiopatic Scoliosis“

Recentemente, la ricerca della causa della scoliosi idiopatica (della quale non si conosce la causa) ha focalizzato la sua attenzione sugli elementi strutturali della colonna vertebrale, muscolatura spinale, strutture collagene, sistema endocrino, sistema nervoso centrale e genetica. Risultati di esperimenti su vari modelli animali e studi clinici hanno indicato possibili influenze anatomico-funzionali nella causa della scoliosi idiopatica, ma molte di esse possono essere epifenomeni (fenomeni superficiali) piuttosto che cause concrete agenti (Machida, 1999).

È innegabile che esiste una maggiore probabilità di scoliosi a livello genetico tra gemelli, fratelli e relazioni familiari genitore / figlio, ma la genetica di questo modello rimane complessa e non completamente elaborata (Inoue et al., 1998, Grauers et al., 2012). La genetica può anche portare a differenze nei livelli di melatonina, livelli di calmodulina piastrinica e altre variazioni biochimiche, ma non è chiaro come queste anomalie influenzino lo sviluppo della scoliosi nell'uomo (Kindsfater et al., 1994, Dayer et al., 2013). Differenze nell'istochimica dei muscoli paraspinali sui lati convesso e concavo: sono stati osservati della colonna vertebrale e sono state rilevate differenze elettriche sulle attività dei muscoli su ciascun lato della colonna vertebrale, ma non possiamo essere sicuri se queste differenze sono la causa o il risultato dello sviluppo di IS (Wajchenberg et al., 2015, Reuber et al., 1983). Nessuno studio, effettuato su modelli animali, chiarisce la causa iniziale delle forze sbilanciate sul dorso (Stokes et al., 2006, Keller et al., 2007). Inoltre, non c'è nessuna prova che gli sforzi per controllare la progressione della scoliosi con stimolazione elettrica della superficie per modificare la tensione muscolare paraspinale siano efficaci (Lenssinck et al., 2005). Ci sono alcuni studi che sembrano mostrare una bassa densità minerale ossea negli adolescenti con IS, ma la ricerca sulla densità ossea come fattore causale o come all'effetto secondario è inconcludente (Li et al., 2008; Szalay et al., 2008).

Un altro fattore strutturale che è stato postulato, ma poi non confermato dalla ricerca, come fattore causativo in IS è la "crescita neuro-ossea disaccoppiata" nel senso che il midollo spinale sembra essere più corto delle strutture spinali nell'IS (Burwell, 2001). Oltre a questi fattori strutturali, sono state postulate ipotesi che riguardano la parte centrale del sistema nervoso, compreso il sistema di riflesso posturale e il sistema vestibolare, ma i risultati della ricerca per documentare queste anomalie sono stati incoerenti. Le anomalie indagate nel sistema nervoso centrale coinvolto nell'equilibrio, possono essere il risultato di adattamento del sistema vestibolare alle asimmetrie posturali coinvolto nell'IS, ancora un fenomeno secondario forse piuttosto di un fenomeno primario (Hawasli et al., 2015).

Negli ultimi 25 anni, ci sono stati progressi significativi nella nostra comprensione della genetica e della biochimica correlate alla scoliosi, ma non al punto di trovare strategie di intervento efficaci sulla base di queste conoscenze.

Ad oggi, dobbiamo constatare che una prevenzione primaria sull’agente/i scatenante della scoliosi non esiste, ma la diagnosi precoce ci può portare verso la migliore delle soluzioni nella prevenzione secondaria e la comprensione dei meccanismi patologici e biomeccanici che la caratterizzano, basati essenzialmente sulla legge Heuter-Volkmann:

1) in una curva rachidea normalmente preposta allo sviluppo, si ha la presenza di carichi compressivi sull’epifisi fertile ,che determina arresto di crescita, mentre la presenza di forze distrattive accelera la crescita. Mentre, in una curva scoliotica, la presenza di carichi asimmetrici determinerà assenza di crescita dal lato concavo (maggiore compressione), e la sua accelerazione sul lato convesso (forze distrattive). La crescita naturale della statura determina l’instaurarsi di tale ciclo vizioso e l’aumentare della scoliosi stessa, se non riusciamo ad effettuare una precoce diagnosi e ad intervenire nel modo più adeguato.

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foto 4. Ciclo vizioso di Stokes (ipotesi patogenetica) secondo legge Heuter-Volkmann Cuneizzazione vertebrale-curva spinale-carico asimmetrico-crescita asimmetrica

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Foto 5 Grafico di Duval-Baupère concernente scoliosi neuromuscolari(instaurate congenitamente o da malattie neuromuscolari: miopatie, neuropatie periferiche ,etc.) ma adattabile alla IS, con inclinazione ad ogni singolo tratto evolutivo più ridotto).

 

Perchè l’approccio con esercizi?

Mentre c'è un consenso costante sul fatto che la scoliosi è un disturbo multifattoriale e poco abbiamo ancora realmente e concretamente compreso riguardo ai fattori che contribuiscono effettivamente agli interventi che alterano il corso della malattia. L'unica notevole eccezione è il consenso emergente che l’esercizio personalizzato volto ad affrontare gli squilibri muscolari e quindi a diminuire il carico asimmetrico della colonna vertebrale può migliorare il risultato della cura della scoliosi e ridurre la necessità di correzione chirurgica. Altra considerazione è che l'esercizio individualizzato prima del rinforzo o in combinazione con il rinforzo riduce la progressione della Scoliosi idiopatica ed è migliore del solo rinforzo (Fusco et al., 2014; Negrini et al., 2009; Romano et al., 2015).

 

Considerazioni sull’approccio al paziente scoliotico

Duval-Beaupère ha sottolineato l’importanza della componente posturale adattiva alla scoliosi che è in difficoltà nel contrastare la perdita dell’allineamento verticale, tale componente e’ sempre presente , ma più importante nelle scoliosi inferiori 20°, da qui l’importanza del corretto piano esercizi posturali individualizzato. Tutto questo e’ stato osservato nella misurazione dell’angolo di Cobb in clinostatismo, minore rispetto all’ortostatismo (foto 6). A conferma di quanto detto, da Bunch e Padwardhan, si evidenzia come la soglia di carico oltre la quale la colonna comincia a deformarsi (soglia di carico critico) incrementa alla riduzione della curva, da qui l’importanza del concetto di stabilizzazione posturale per evitare tale cedimento di gestione dell’individuo scoliotico (foto 7).

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Foto 6                                                              Foto 7

 

Nuove considerazioni miofasciali di approccio alla IS

Sebbene la ricerca medica tradizionale si sia concentrata sui muscoli paraspinali, alcuni clinici e ricercatori hanno osservato tensione muscolare asimmetrica in muscoli diversi da quelli muscoli paraspinali in individui con IS (Otman et al., 2005, Fusco et al.,2011). Si è cominciato ad analizzare le componenti miofasciali asimmetriche in soggetti adulti con IS ed intervento chirurgico con CLBP (dolore cronico alla schiena) e utilizzando il trattamento dei Trigger points, e release miofasciale (MR)delle aree in restrizione articolare e miofasciale , il dolore in questi soggetti e’ passato (White Ferguson 2015). Partendo da questo presupposto, e’ stato fatto uno studio (in specifico “case series” analisi di casi clinici) decollato inizialmente come analisi clinica di partenza per 22 adolescenti e pre-adolescenti seguiti per più di 15 anni per IS e trattati nelle zone dolenti ,considerazioni da questo “case series” (un caso clinico è generalmente considerato un tipo di prova aneddotica, le considerazioni cliniche mostrano intrinseci limiti metodologici, inclusa la mancanza di campionamento statistico, i “case report” sono posti ai piedi della gerarchia delle evidenze cliniche, insieme alle serie di casi. Tuttavia, i case report hanno ruoli veramente utili nella ricerca medica e nella medicina basata sull'evidenza. In particolare hanno facilitato il riconoscimento di nuove malattie e degli effetti avversi dei trattamenti).

1) 21 su 22 avevano lassità legamentosa o ipermobilità, fattore associato in molti studi alla componente scoliotica, soprattutto in soggetti femmine ,corrispondenza LL (ligamentous laxity-Idiopatic scoliosis)

 

Il ruolo della lassità legamentosa

La distorsione fasciale opera anche all'interno di un sistema che appare includere la lassità legamentosa o la sindrome da ipermobilità. La lassità legamentosa è stata identificata come un fattore sia per il mal di schiena che per gli stress biomeccanici tra cui l'eccessiva pronazione e possono essere associati alla scoliosi nei bambini e negli adolescenti. Il mal di schiena è un'altra presentazione comune in entrambi i bambini e adulti che dovrebbero essere investigati a fondo, in particolare in bambini e adolescenti (Murray, 2006). La sindrome da ipermobilità articolare [JHS] è una delle diagnosi differenziali più comuni in questa popolazione (Grahame, 1999). In queste situazioni Il dolore alla colonna vertebrale si presenta spesso in adolescenti e può essere correlato a scatti di crescita e associati cambiamenti biomeccanici. Il dolore è spesso associato al muscolo spasmo e può essere associato a scoliosi che può estendersi su tutto il dorso (Simmonds and Keer, 2007,Simmonds, 2012).

Gli individui con JHS spesso presentano piedi molto pronati e crollo della volta plantare, contribuendo ai sintomi degli arti inferiori e al modello di andatura alterato. L’incoraggiamento verso l’attivazione dei muscoli del piede più deboli, correggendo la biomeccanica del piede, ha un effetto così positivo su tutta l'andatura che è il corso preferenziale di trattamento rispetto alla plantarizzazione (van de Putte et al., 2005). Ciò riduce anche le forze e il dolore anormali attraverso le altre articolazioni più in alto nella catena cinetica (Simmonds, 2012).

Ricerche recenti identificano una maggiore incidenza di legamenti lassi nelle ragazze IS rispetto ai controlli sani ma non è stata identificata alcuna relazione con la dimensione della curva, il modello o la lunghezza della scoliosi (Czaprowski, 2014).

Questo studio su casi clinici ha analizzato la “Spiral Line” basandosi sugli studi recenti di Myers 2014, Stecco 2004, filtrato dal lavoro della terapeuta Katharina Schroth, pioniere nel trattamento IS attraverso l’esercizio. Lei, ha diviso il tronco in tre blocchi che possono essere spostati uno contro l'altro. Ha riconosciuto che il bacino e la spalla sono ruotate nella stessa direzione e che il blocco centrale (la gabbia toracica) è orientata nella direzione opposta, nella osservazione sagittale e sul piano frontale. Più questi blocchi si spostano l'uno contro l'altro, vale a dire, più si discostano dalla linea verticale più ruotano anche sul piano trasversale (attorno all' asse del corpo verticale). Il corpo diventa meno eretto e "si sbriciola" poiché tutte le parti del corpo si discostano dalla linea verticale e sono destinate a collassare verso il basso per forza di gravità maggiore (Otman et al., 2005). Sembra che ciò che Schroth stava descrivendo in termini di blocchi strutturali, che ruotano attorno ad un asse verticale, costituiscono in realtà un'organizzazione a spirale del corpo e la fascia a spirale è la teoria esplicativa economica della forza coinvolta in questo processo, e della colonna vertebrale e delle strutture associate che creano lo “strain” ossia la distorsione. Quando due spirali fasciali sono bilanciate in una doppia elica, esse probabilmente svolgono un ruolo importante nel supporto del tronco e della colonna vertebrale. Esso diventa quindi necessario descrivere forze che possono sollecitare lungo una spirale nella doppia elica. Per capire il ruolo della spirale fasciale nello sviluppo dell'IS richiede anche una comprensione della grande forza che la linea fasciale a spirale possa esercitare sulla crescita e sullo sviluppo della colonna vertebrale, un legame che potrebbe essere in grado di cambiare forze sulle placche vertebrali epifisarie, sui dischi, sui muscoli paraspinali e che accorciano i muscoli associati alla spirale (L. Whyte Ferguson / Journal of Bodywork & Movement Therapies 21, 2017:pag 948 e 971) e causare uno squilibrio muscolare rispetto agli stessi muscoli sul lato opposto della colonna vertebrale.

Osservazioni di giovani con IS o con il rischio di sviluppare IS suggerisce che una moltitudine di forze può introdurre tensione nella fascia e provocare cambiamenti nella tensegrità della struttura.

ESPANDI                                                  COMPRIMI

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LINEA SPIRALE POSTERIORE                LINEA SPIRALE ANTERIORE

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Estratto da:
FASCIA SCIENCE AND CLINICAL APPLICATIONS: ORIGINAL CLINICAL RESEARCH: CASE SERIES
Adolescent idiopathic scoliosis: The Tethered Spine III: Is fascial spiral the key?
Journal of Bodywork & Movement Therapies(2017)
Lucy Whyte Ferguson

 

Osservazioni finali

Questa serie di casi è un'esplorazione e un'osservazione iniziali di studio che ha chiarito l'importanza della disfunzione articolare e lo studio della asimmetria della tensione muscolare nello sviluppo dell'IS e la possibilità che la contrazione progressiva di una spirale fasciale sia un fattore unificante nello sviluppo dell'IS, quando combinato con l'abbassamento della resistenza intrinseca alla distorsione dovuta alla lassità legamentosa. Questo articolo apre solo alla considerazione di altri fattori nel trattamento della scoliosi alla luce degli approcci terapeutici oramai ben consolidati (vedi Schroth) e nell’integrazione di concetti fasciali più recenti; ricordo che l’amore che passa nel nostro lavoro mira ad una azione concertata di un team di specialisti, vista la complessità dell’argomento trattato, e nella sempre presente considerazione (mai stanco di ripeterlo!) che la prima forma di trattamento passa nell’ascolto del disagio del paziente e nella comprensione che il nostro intervento nasce nelle parole e soprattutto nei silenzi dei nostri pazienti.  

 


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Pubblicato in Fitness news
Mercoledì, 25 September 2019 12:00

ORIZZONTI POSTURALI - L'occhio e la postura

Le principali relazioni tra disfunzioni oculari e disordini posturali

*Educatrice Posturale, insegnante Metodo Feldenkrais

Tra le tante, e tutte giuste, definizioni attribuite all'equilibrio posturale desidero introdurre questo articolo scegliendo la definizione che afferma che il concetto di POSTURA si identifica nel concetto di equilibrio tra soggetto e ambiente circostante. In qualità di educatori posturali conosciamo dagli albori della nostra professione che questa importante funzione viene affidata ad un intero sistema chiamato Sistema Tonico Posturale (STP), un insieme di strutture comunicanti a cui è affidato il compito di:
• lottare contro la gravità
• opporsi alle forze esterne
• permettere l’equilibrio nel movimento, guidarlo e rinforzarlo

Per realizzare questo processo neuro-fisiologico l’organismo utilizza diverse risorse:
• esterocettori – tatto, vista, udito
• propriocettori – esprimono la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli
• centri superiori – integrano i selettori di strategia, i processi cognitivi e rielaborano i dati ricevuti dalle due fonti precedenti.

Si riconoscono dunque diversi recettori posturali con funzione estero e propriocettiva, i quali sono in grado di informare il Sistema Nervoso Centrale del loro stato e indurre una risposta posturale specifica per quel determinato momento, modificando lo stato delle catene cinematiche muscolari e di conseguenza gli equilibri osteo-articolari.

sistema tonico

L'obiettivo di questo articolo è puntare il Focus sull'organo dell'occhio, sulle sue principali disfunzioni quali cause dei disordini posturali.
L’occhio rappresenta una fonte di informazioni fondamentale per la nostra statica, la nostra dinamica e la nostra postura. Ogni alterazione visiva si ripercuote inevitabilmente su tutto il sistema tonico posturale, dunque è capace di innescare meccanismi disfunzionali e conseguente dolore. Allo stesso modo rivestono estremo interesse le patologie dell’occhio che provengono da alterazioni posturali: è possibile infatti che un trauma articolare ad un piede o in altro punto del corpo possa “risalire” lungo le catene muscolari e, una volta arrivato ai muscoli del tratto cervicale della colonna vertebrale, può giungere ad interessare anche i muscoli oculomotori.
Dall'analisi delle principali disfunzioni oculari è intuitivo capire come un difetto della vista possa creare come conseguenza problematiche a livello posturale, da dolori o blocchi del tratto cervicale della colonna vertebrale oppure in altre zone specifiche del corpo.


APPROFONDIMENTO DELLA BIOMECCANICA OCULARE
La vista costituisce la principale sorgente della sensazione cinestetica (HERMAN et al. 1985). L’occhio è al tempo stesso organo esterocettivo, attraverso la funzione retinica (i recettori sensoriali sono i fotorecettori rappresentati dai coni e bastoncelli della retina, che inviano all'encefalo informazioni sull'ambiente esterno) ed organo propriocettivo legato sia all’attività dei muscoli estrinseci oculari e sia alle vie dell’oculocefalogiria che controllano i muscoli del collo, della spalla e dell’occhio. La visione funziona come un propriocettore fornendo informazioni sulla posizione del corpo. Come indicato prima esiste una relazione bidirezionale tra funzione visiva e postura, infatti un’alterazione della funzione visiva comporta una modifica della postura e viceversa. Visione e postura quindi sono due meccanismi all’interno di un unico processo percettivo.

occhio

La retina, visione periferica, invia al cervello informazioni derivanti da tutto l’ ambiente esterno, consentendo la stabilità posturale antero-posteriore, la fovea, visione centrale, analizza in maniera precisa l'oggetto del nostro interesse, fornendoci la stabilità posturale laterale. L’ informazione sensoriale visiva è attiva quando l’ambiente visivo è vicino, infatti se la mira visiva è distante 5 metri o più, le informazioni che provengono dal recettore visivo sono poco importanti da non venire prese in considerazione dal STP. Pertanto affinché il Sistema Tonico Posturale possa utilizzare le informazioni visive per il mantenimento dell’equilibrio, è necessario che le informazioni visive siano comparate a quelle che vengono dall’orecchio interno e dall’appoggio plantare.
La spiegazione di come il sistema visivo possa influenzare la postura e’ da ricercare sia in ambito neurologico che meccanico.
Dal punto di vista neurologico esiste una serie di collegamenti tra il sistema visivo e le strutture costituenti il sistema di regolazione della postura come il vestibolo, il cervelletto, le aree encefaliche frontali e parietali. Tre principali circuiti nervosi quali, il movimento di inseguimento lento o Smooth Pursuit, il Riflesso vestibolo- oculomotore ed il Sistema Saccadico sono alla base delle principali funzioni del sistema visivo, che sono:
1. movimento di inseguimento lento (o Smooth pursuit)
2. fissazione
3. riflesso optocinetico -optocinesia
4. riflesso vestibolo-oculomotore
5. nistagmo
6. movimenti saccadici

I tre circuiti nervosi si infuenzano reciprocamente, per esempio la fissazione inibisce il nistagmo,lo “smooth pursuit” è in grado di inibire sia il riflesso vestibolo-oculomotore che le saccadi.
- La via dell' inseguimento lento (Smooth pursuit): è rappresentata dal nucleo dorso laterale del ponte ( Dorso Lateral Pontine Nuclei - DLPN). L'informazione visiva per poter inseguire un bersaglio origina dalla fovea e da qui, attraverso le aree visive primaria e secondarie, arriva al DLPN. Dal nucleo il segnale va al cervelletto e da qui ai nervi oculomotori. Il DLPN riceve informazione anche dal polo frontale (FEF) (a sua volta connesso con le aree visive secondarie) e dai nuclei del tratto ottico (NOT) situati sulla via visiva primaria.
- Il Sistema delle Saccadi: il segnale motorio origina dal nucleo Saccade Generator (SG) situato tra il mesencefalo ed il ponte; questo nucleo riceve stimoli da due vie:
1) dal collicolo superiore e dalle aree parietali e frontali (PEF e FEF) in collegamento tra di loro;
2) dalle aree frontali secondarie (Secondary Eye Fields – SEF) ed arriva al SG dopo essere passata dal Nucleus Reticularis Tegmenti Pontis e dal cervelletto.
- Il Riflesso vestibolo-oculomotore: origina nel vestibolo e stimola i muscoli oculomotori attraverso una via diretta ed una indiretta che passa per il cervelletto. Sono importanti da ricordare inoltre altri circuiti cerebrali che coinvolgono l'occhio:
- la via cortico retinica che riporta un feedback corticale alla retina.
- la via che porta all'ipotalamo le informazioni sui cicli luce- buio che il sistema nervoso autonomo utilizza per tutti i processi vegetativi che abbiano un ritmo circadiano.

Dal punto di vista meccanico, i muscoli estrinseci oculari fanno parte della catena propriocettiva posturale (catena muscolo-connettivale) ed ogni modifica della loro tensione si ripercuote lungo tutta la catena con i conseguenti adattamenti necessari. Pertanto una variazione della tensione dei muscoli oculari estrinseci induce una conseguente variazione di tensione della catena muscolo-connettivale fino all’appoggio podalico. Ne consegue che i problemi visivi sono in grado di comportare disturbi posturali, infatti una perdita dell’allineamento visivo determina in maniera automatica ed inconscia una rotazione e/o inclinazione della testa al fine di avere una visione nitida. Tuttavia nel tempo tale modifica dell’atteggiamento posturale della testa causerà uno stato di ipertonia muscolare con disturbi intervertebrali cui seguiranno ipomobilità segmentale e se tale situazione si protrarrà nel tempo si avranno lesioni di tipo degenerativo.
I muscoli oculomotori estrinseci, oltre che con i muscoli oculari intrinseci e delle palpebre, funzionano in stretta sinergia con i muscoli facciali e del collo (il muscolo trapezio e lo sternocleidomastoideo sono innervati dall’ XI nervo cranico -nervo accessorio spinale). Pertanto ogni volta che gli occhi si muovono generano un input di contrazione dei muscoli della nuca per consentire alla testa di cambiare posizione al fine di fissare l’oggetto di interesse. Di conseguenza i meccanocettori articolari del rachide cervicale inviano informazioni ai vestiboli che, attraverso la via vestibolo-spinale, determinano l’attivazione dei motoneuroni alfa dei muscoli estensori di tutto il corpo al fine di mantenere l’equilibrio.
Quindi lo scopo principale della relazione visione-postura è quello di assicurare un funzionamento binoculare perfetto della percezione visiva, in quanto la funzione dei movimenti oculari e’ quella di spostare e stabilizzare lo sguardo. A spostare lo sguardo in modo tale che l’oggetto interessato giaccia entro 0,15° dal centro della fovea. A stabilizzare lo sguardo in modo tale che la velocità di slittamento delle immagini sulla retina sia compresa tra 0,15 e 2-3° affinché la qualità della visione sia buona. Per fare queste due cose, il sistema oculomotorio deve poter controllare la posizione e la velocità delle immagini sulla retina. I movimenti oculari sono quindi funzionali alla visione, c’è relazione tra sistema visivo ed apparato oculomotorio. Tutto questo perché lo scopo del vedere è comprendere.


LE PRINCIPALI DISFUNZIONI OCULARI
I problemi visivi sono dovuti sia ad un deficit di sviluppo del sistema visivo e sia ad un deficit di altri sistemi coinvolti con quello visivo (c.d.DEFICT VISUO-PERCETTIVO-MOTORIO). In maniera più specifica la propriocezione dei muscoli oculari è assistita dalla propriocezione dei muscoli della testa e del collo (oculocefalogiria) e le informazioni derivanti da tutta la catena propriocettiva oculare, insieme a quella di tutti gli arti, generano la percezione spaziale dei segmenti corporei tra di loro e del corpo nello spazio. Ogni movimento del corpo inizia con il movimento degli occhi nella direzione del bersaglio e tutti i movimenti oculari sono associati a movimenti compensatori della testa (ad esempio la contrazione del retto superiore e dello SCM determina lo spostamento della testa all’indietro; la stimolazione dello SCM e dello Splenio determina un movimento oculare di versione orizzontale; la stimolazione del retto mediale di un lato ed il retto laterale del lato opposto determina un’inclinazione del corpo dal lato del retto mediale). In definitiva, l'oculomotricità informa sulla posizione dell’occhio in relazione al vestibolo ed è un recettore fondamentale per il sistema posturale in quanto oltre a dare informazioni visive da anche informazioni di tutto il sistema di propriocezione e vestibolare (otolitica). Nei casi in cui il problema visivo è primario rispetto a quello posturale, il trattamento primario sarà una riabilitazione visiva oppure una correzione con occhiali. Quando invece, il difetto visivo è secondario ad una disfunzione posturale, la rieducazione visiva non sarà risolutiva, ma sarà necessario trattare la causa primaria. Infatti le disfunzioni oculomotorie possono avere un’origine vestibolare ed anche difetti della vista possono derivare da stress, stati depressivi, ed altre cause legate alla sfera emozionale.

Le principali disfunzioni oculari causa dei disordini posturali riguardano:
- Deficit della convergenza è un? alterazione della propriocezione muscolare extra-oculare (endorecezione)
- Eteroforie (o strabismi latenti) sono un difetto di parallelismo degli assi visivi che alterano l’endorecezione
- Alterazione dei movimenti saccadici
- Disturbi dell’accomodazione
- Ametropie: miopia, ipermetropia.
- Disturbi indotti dagli occhiali (errori di centratura ed effetti prismatici indotti)

Difetti di convergenza oculare
La convergenza oculare è il movimento che compiono gli assi visivi quando si passa da una visione da lontano ad una da vicino. E’ un fenomeno complesso che permette di fissare correttamente un oggetto che si avvicina agli occhi. La convergenza oculare è la combinazione di tre diversi meccanismi: fusione, accomodazione e convergenza tonica. Nella visione, il meccanismo piu’ importante è la convergenza fusionale. Il ruolo dei movimenti di fusione è quello di modificare la posizione rispettiva degli occhi affinché le immagini si creino di nuovo su un paia di punti corrispondenti retinici (disparita’ retinica). La convergenza, può essere, come del resto tutti i movimenti oculari, volontaria o riflessa. Alla convergenza si associa una regolazione della quantità di luce che entra nell’occhio (riflesso della miosi). L’insufficienza di convergenza è dovuta all’ipertonia del muscolo retto esterno ed è il principale difetto posturale.

Eteroforie
Si parla di ortoforia, quando gli occhi hanno le linee visive perfettamente parallele. In situazione di fisiologia, quando si guarda un oggetto, entrambi gli occhi si posizionano in modo tale che le linee di sguardo si incontrino esattamente sul punto mirato dell'oggetto, senza che intervenga il riflesso di fusione. Le eteroforie sono invece delle deviazioni degli occhi non manifeste, ossia sono compensate dal sistema fusionale motorio. Esse sono rilevabili eliminando l’azione del sistema fusionale motorio (dissociazione fusionale) e devono essere distinte dalle deviazioni manifeste o eterotropie o strabismi.


ESEMPI DI ESERCITAZIONI PRATICHE CON APPLICAZIONE DEL METODO FELDENKRAIS SULLA FISSAZIONE, ACCOMODAZIONE E CONVERGENZA
ESERCIZIO 1 OBIETTIVO FISSAZIONE: “VISUALIZZATE IL PUNTO ROSSO”
- Focalizzate l'attenzione sulla seguente frase:

felice

> SONO FELICE

- Rendetevi conto del colore rosso del punto
- Lasciate che gli occhi siano liberi di esplorare il segno e la superficie circostante
- Poi abbassate le palpebre e visualizzatelo mentalmente. Se riuscirete ad immaginare il punto completamente nero, gli occhi si coordineranno senza sforzo;
- Sollevate le palpebre e ritornate ad osservare il punto: ora è diventato più nitido;
- Più intenso sarà il nero che riuscirete a memorizzare, più acuta diventerà la vostra capacità visiva.

Potete estendere questo principio di visualizzazione del punto nero agli oggetti che vi circondano nella vita quotidiana, senza dimenticare che gli occhi vedono più chiaramente le cose piacevoli e familiari. E' la mente che attribuisce l'importanza e i significati alle cose che vediamo.
La retina registra le immagini mentre il cervello le interpreta. Per aumentare la capacità di accomodazione potete immaginare di allontanare e avvicinare gli oggetti posti davanti a voi con un movimento uniforme e ritmico per alcuni minuti. Quando l'oggetto si avvicina al viso diventa più grande. Quando si allontana diventa più piccolo.

ESERCIZIO 2 OBIETTIVO ACCOMODAZIONE: “AUMENTATE LA CAPACITÀ DI ACCOMODAZIONE”
- Guardate

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Seduti sulla sedia. Guardate la punta del naso. Fissate più volte la punta del naso per alcuni secondi e ritornate, poi aumentate gradualmente il tempo di fissazione, finché la mente diventa calma e tranquilla. Poi…

- Osservate

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Osservate lo spazio fra le sopracciglia per alcuni secondi, lasciate e ripetete il movimento, prima per alcuni secondi e poi per qualche minuto. La fissazione della punta del naso e dello spazio fra le sopracciglia rafforza la vista e il nervo ottico. Rende lo sguardo brillante e favorisce lo stato di calma interiore.

ESERCIZIO 3 OBIETTIVO CONVERGENZA: “SCORRETE CON LO SGUARDO LUNGO UNA CANNUCCIA”

viso3

- Prendete una cannuccia, portatela alla bocca, sostenetela nel mezzo, mantenendola diritta e immobile
- con le dita scorrete lentamente lungo la cannuccia avvicinandole alle labbra e allontanandole per ritornare nella parte centrale. Scorrere con le dita lungo la cannuccia equivale alla messa a fuoco degli oggetti da vicino e da lontano: gli occhi guardano in dentro e convergono per la visione ravvicinata, mentre divergono separandosi per la visione da lontano.
- Ripetere per diverse volte finché vedrete la cannuccia biforcarsi in due oltre le dita fino a diventare due immagini ben distinte che deviano una a destra e l'altra a sinistra della cannuccia reale:
• se chiudete l'occhio destro vedrete solo l'immagine della cannuccia sinistra.
• se chiudete l'occhio sinistro vedrete solo l'immagine della cannuccia destra.


Bibliografia
- Appunti di posturologia Clinica, Formative Zone
- Laboratorio di posturologia Clinica del Dr Giuseppe Pantaleo, Sistema visivo e postura
- “Il caso Di Nora” di Moshe Feldenkrais, editore Astrolabio

 


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Pubblicato in Fitness news
Venerdì, 30 August 2019 10:20

Il diaframma

CRITERI E VALUTAZIONE PER UN MIGLIORE INQUADRAMENTO POSTURALE

L’attenzione e l’interesse verso il “muscolo diaframma” coinvolge svariati campi del Movimento dal Fitness, allo sport, discipline olistiche e lo studio sul suo comportamento neurofisiologico nel mondo posturale ha sempre richiesto criteri di analisi (Manual Evaluation Diaphragm scale by Bordoni Bruno) ben specifici al fine di valutare funzionalità’, danno in corso, o per la prevenzione di un danno che potrebbe avvenire. Pensiamo alla diversa tipologia di implicazione metabolica relativa alla pratica selettiva di alcuni sport, l’evidenza scientifica differenzia, in soggetti sani, il differente stimolo-adattamento negli sport anaerobici dove si prevedono sollevamenti o spinte di carichi, il diaframma interviene ancora prima che l’atto sportivo si attui; la contrazione che precede il gesto dell’atleta permette di incrementare la pressione addominale, caudalizzando i visceri e permettendo la stabilizzazione della colonna, a proposito di questo, va aggiunto che non solo il diaframma interviene precedendo la performance, grazie ai centri sovra spinali del respiro, quali il centro respiratorio bulbare costituito dal gruppo dorsale con funzione di centro inspiratorio il quale controlla il ritmo di base del respiro, poi abbiamo il controllo nervoso del respiro nel gruppo ventrale con funzione di centro espiratorio che è responsabile dell’espirazione, inattivo nel respiro tranquillo e attivo durante attività fisica e centro apneustico che eccita il centro inspiratorio del bulbo, evocando una contrazione prolungata del diaframma ed infine centro pneumotassico: modula l’inspirazione, limitando l’ ampiezza del volume corrente e regolando la frequenza respiratoria, il tutto migliorandone anche la coordinazione intersegmentaria del corpo e il controllo posturale globale.

Negli sport di lunga durata di endurance, come la maratona, dove la fatica può creare uno sbilanciamento negativo sul controllo dei muscoli respiratori primari, l’avvento della fatica del diaframma è contrastato dall’intervento dei muscoli accessori adibiti alla respirazione; probabilmente, un meccanismo automatico per scongiurare danni al diaframma. Alcuni studi mostrano che il sesso femminile abbia maggiore resistenza diaframmatica durante sforzi prolungati, rispetto alla controparte maschile; probabilmente per una percentuale di fibre ossidative maggiore, rispetto agli uomini. Negli sport dove si richiede potenza muscolare e di lunga durata, come il nuoto, sussiste un meccanismo simile a quello descritto per i sollevatori di peso, gestendo più velocemente le pressioni respiratorie in relazione al movimento del nuotatore. Al fine di ottenere un migliore inquadramento comprensivo a livello posturale, ricordiamoci come il diaframma lavora in fase di inspirazione: l’attivazione dei muscoli intercostali (parasternali intercostali, intercostali esterni) sinergicamente, all’ aumento dei diametri della cassa toracica trasversali (soprattutto per le ultime coste) e anteroposteriore, il diaframma discende caudalmente con alcuni movimenti ventrali e dorsali (scende obliquamente e si allarga). Infatti, il movimento maggiore del diaframma accade latero-posteriormente, per almeno il 40% in più rispetto alla zona anteriore. Vi sono considerazioni posturalmente rilevanti sulla funzionalità del diaframma con assetto gravitario variabile, seduto, supino o in piedi. L’escursione maggiore si ottiene con paziente supino, nonostante lo spettro EMG sia minore, al contrario, in piedi (o seduto), l’escursione è minore e l’attivazione delle sue unità motorie è maggiore. Questo accade non solo per le resistenze viscerali da vincere diverse, ma perché a seconda di come si posiziona il corpo, le funzioni del diaframma cambiano: maggiore sarà la richiesta da parte del corpo per mantenere la postura, e minore sarà il suo intervento nell’atto del respiro. Quando il diaframma è coinvolto in movimenti del tronco e degli arti, è come se si“ rubasse” un terzo della sua capacità contrattile adibita al respiro; un terzo della sua contrazione è deviata e veicolata verso le funzioni posturali. Per riassumere, per mantenere la posizione corporea durante il respiro, il diaframma si contrae maggiormente (all’esame ecocardiografico più spesso in piedi, rispetto alla posizione supina), ma scende in misura minore: due terzi si occuperanno di farci respirare, mentre un terzo della sua massa, in maniera isometrica, fisserà la colonna (Bordoni Bruno ”Il trattamento e la valutazione dei 5 diaframmi. Il respiro sistemico”, 2016).

schema diaframma


VALUTAZIONE DELLA RESPIRAZIONE

Il paziente è supino con arti inferiori in scarico (gambe piegate o arti inferiori sollevati 90° circa su supporto adeguato , a livello popliteo ,che non trazioni l’asse bacino-anca –ginocchio). Prima osservazione, ed eventuale attenta palpazione, è diretta alla zona NON Diaframmatica (muscoli accessori primari inspiratori) e al contenitore ossia la gabbia toracica nelle sue componenti anatomiche e ed in seguito portarsi verso zone direttamente interessate:

1) clavicole-manubrio sternale-corpo-posizione ed orientamento processo xifoideo: non ci dovrebbe essere un coinvolgimento della struttura sternale senso caudo-craniale
2) coste: presenza di una ritmica espansione laterale
3) rampa condro-costale: sede del corpo diaframmatico presenza, ritmica espansione antero-laterale
4) pilastri mediali, valutare aree di densità da D11- a L 4(spazi interspinosi).
5) zona fossa iliaca dx e sx: presenza espansione viscero addominale in fase di inspirazione, anche da seduto.

Se non si ha la manualità necessaria, inizialmente, possiamo verificare la corretta attivazione posturale nel modo seguente:

- porre le mani negli spazi intercostali inferiori e al di sotto delle coste inferiori (se necessita anche da posizione seduta)
- richiedere di respirare verso le dita dell’operatore o di spingere verso di esse, così facendo si verificherà in fase inspiratoria la possibilità di accertarsi della simmetria tonica nei muscoli ed eventuali sincinesie in aree anatomiche come il sollevamento spalle oppure un compenso flessorio della colonna.

 
SPUNTI PER UN’OSSERVAZIONE PIÙ ATTENTA…

Più osserverete, più diventerete competenti nel valutare funzionalmente i vari “dysfunctional breathin’ pattern” che ogni individuo porta con sé…Si, perché “ogni persona ha una sua storia” che dovete ascoltare sempre, poiché ritengo che operare nel settore posturale, porti un reale e continuo mettersi in discussione, nell’aiutare le persone a sentirsi meglio.

* Osteopata D.o.m R.o.i - Docente FIF settore Postura, Laurea in Scienze Motorie e Specializzazione in Scienze e Tecnica dello Sport


1. Kawabata M, Shima N, Nishizono H. Regular change in spontaneous preparative behaviour on intra-abdominal pressure and breathing during dynamic lifting. Eur J Appl Physiol. 2014; 114(11):2233-9.
2. Bradley H, Esformes J. Breathing pattern disorders and functional movement. Int J Sports Phys Ther. 2014;9(1):28-39.
3. Poulsen MK, Thomsen LP, Mifsud NL, Nielsen NP, Jørgensen RM, Kjærgaard S, Karbing DS. Electrical activity of the diaphragm during progressive cycling exercise in endurance-trained men. Respir Physiol Neurobiol. 2015; 205:77-83.
4. Guenette JA, Romer LM, Querido JS, Chua R, Eves ND,Road JD, McKenzie DC, Sheel AW. Sex differences in exercise-induced diaphragmatic fatigue in endurancetrained athletes. J Appl Physiol (1985). 2010; 109(1):35-46.
5. Sarro KJ, Silvatti AP, Barros RM. Coordination between ribs motion and thoracoabdominal volumes in swimmers during respiratory maneuvers. J Sports Sci Med. 2008; 7(2):195-200.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019
Mercoledì, 28 August 2019 12:00

ORIZZONTI POSTURALI - Cicatrici & postura

“LA FERITA RISANA, LA CICATRICE RESTA” (cit. Lucio Anneo Seneca)

Partiamo da questa prima provocatoria affermazione, per comprendere che le” offese” al nostro Corpo lasciano nel tempo esiti indelebili, che neanche il tempo può completamente occultare, anzi…. come nel perdurare processo di guarigione della nostra pelle da qualsiasi evento portatore di discontinuità tegumentaria, la ferita nasconde un adattamento di carattere posturale che ruota sull’emozione a se’ riferita e al nuovo condizionamento adattivo sul tessuto fasciale.

Approfondiamo tale argomento analizzando le nuove considerazione di fascia come:

“La pelle è classificata nell'epidermide, nel derma e nel tessuto sottocutaneo ed è considerata un sistema di difesa biologica e un organo sensoriale. Il tessuto sottocutaneo, che avvolge la muscolatura generale ad eccezione dei muscoli cutanei, provvede al passaggio di nervi cutanei, vasi sanguigni e vasi linfatici e svolge un ruolo nel collegare il derma e fascia dei muscoli. Nel campo della riabilitazione e dello sport, la pelle ha recentemente acquisito importanza come membro del sistema locomotorio che assiste i movimenti muscolari. Alcuni ricercatori hanno riferito che il tessuto sottocutaneo si muove rispetto alla fascia del muscolo".
(Anatomical structure of the subcutaneous tissue on the anterior surface of human thigh By Teruki ISHIDA1, Kyoko TAKEUCHI2, Shogo HAYASHI1, Shinichi KAWATA1, Naoyuki HATAYAMA1, Ning QU1, Masakazu SHIBATA3, and Masahiro ITOH1)

Vi sono evidenze sulla naturale connessione del movimento a questo organo cosi affascinante, Nash et al. hanno dimostrato, istologicamente, l’esistenza di un “skin ligament” tra la pelle e la fascia muscolare che sono estensibilmente presenti nella faccia, mano, piedi, e nella zona toracica alta (zona pettorale).

Secondo Nagai, lo stress dei muscoli aumenta per indurre ipertonia, con conseguente comparsa di sensazioni di dolore. Un dispositivo di imaging ad ultrasuoni è utile per la visualizzazione semplice e la determinazione non invasiva della struttura della superficie corporea. L’osservazione anatomica in un cadavere, con imaging ad ultrasuoni e dissezione aperta, ha rivelato che il tessuto sottocutaneo comprendeva diversi strati a livelli prossimali nella coscia. Questi strati facilitano la visualizzazione dei siti di connessioni fasciali, che possono rivelarsi strettamente legate “inter-linliking system” tra il tessuto sottocutaneo e la fascia lata. Se i risultati ottenuti nei cadaveri sono coerenti con l'anatomia nel corpo vivente, l'imaging ad ultrasuoni potrebbe eventualmente essere utile per la valutazione di un paziente che ha dolore alla mobilità di diversi distretti corporei.
“Nagai S: Clinical condition kinematics of hip joint and physical therapy. (Kokansetsu no byoutai-undogaku to rigakuryoho I). J Phys Ther 2007; 24:362–374 (in Japanese).”

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Foto 1. Connessioni strettamente legate. La connessione strettamente legata (asterisco) tra il tessuto sottocutaneo (ST) e la fascia lata (FL) a livello del retto femorale. Le frecce indicano i siti dove le fibre del tessuto connettivo con i nervi emergono in molteplici direzioni verso il derma. Queste strutture sono state osservate su ecografia (Fig. 2D; freccia). Barra della scala: 1 cm

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Foto 2. Tessuto sottocutaneo multistrato e neuronale cutaneo reti del nervo femorale sotto il derma. nervi cutanei (asterischi) emergono dal tunnel (frecce nere) tra gli strati del tessuto sottocutaneo. Contemporaneamente si ramificano, sono anastomizzati (frecce rosse) verso altri rami cutanei nervosi, formando una rete di nervi cutanei. Inoltre, c'erano siti in cui le fibre del tessuto connettivo con i nervi emerse in più direzioni verso il derma. IL: inguinale legamento, HS: iato safeno. TM: trocantere maggiore, NCFL: nervo cutaneo femorale laterale, NFrC: nervo femorale rami cutanei.

Il presente studio ha rivelato i seguenti risultati: il tessuto sottocutaneo della coscia mostra una struttura comprendente più strati, il numero di questi strati diminuisce avanzando distalmente, la presenza di nervi in ogni strato sono, infine, distribuiti nell'epidermide e nel derma e il tessuto connettivo. La presenza nel compartimento “coscia” di diversi fasci di fibre connettive simili a legamenti della pelle, che potrebbero costituire un elemento di limitazione motoria tra il tessuto sottocutaneo e fascia lata , quest’ultima comprende anche fibre nervose cutanee. L'importante distinzione del presente studio comporta un focus sulla struttura morfologica del tessuto sottocutaneo, che potrebbe fornire dati che sono particolarmente utili nel campo dello sport / riabilitazione.

Tale analisi è fondamentale nel migliorare la comprensione sulle Cicatrici e le disfunzioni posturali connesse. La lesione cicatriziale che evidenzia la discontinuità della pelle, manifesta interferenze che partono dal tessuto cutaneo ma si addentrano nella profondità anatomica del nostro corpo. Partiamo dalla constatazione che la nostra pelle è l’organo più esteso 1,8 m2, e ci mette in contatto con le molte informazione che provengono dall’ambiente esterno, le sue funzioni:
• Protettiva
• Sensoriale
• Escretrice
• Nutritizia
• Termo-regolativa
• Ormonale (vitamina D, neuro peptidi cioè messaggeri chimici che modulano molecole complesse legate a molte attività del nostro sistema endocrino e non solo)
• Riconoscimento individuale (ferormoni di allarme e di attrazione sessuale)

Possiamo ora comprendere meglio come la perdita di integrità tissutale nella cicatrice invii messaggi di stress al sistema nervoso simpatico, tramite segnali elettrici, ma anche sostanze chimiche, metaboliche e immunitarie. Questa trasmissione di segnali avviene in maniera afferente ed efferente, indipendentemente dalla funzione del nervo. Esempio una problematica della cute in una particolare area del nostro corpo invierà informazioni di tipo biochimico-metabolico, a livello midollare verso tutti i neuroni ed interneuroni midollari referenti dello stesso livello, creando un fenomeno stressogeno-irritativo ipsilaterale o controlaterale.

La ricezione delle afferenze sensitive in area ipotalamica, termiche, nocicettive, meccanocettive che contribuiscono allo stimolo propriocettivo del controllo muscolare. Tali informazioni partecipano all’autoregolazione del sistema tonico posturale, evidenziato dal collegamento cervelletto-pelle. Tutte queste considerazioni per renderci consapevole della interdipendenza della pelle, in via afferente ed efferente, con tutto il corpo. Riflettiamo sull’attivazione delle ghiandole sudoripare alloggiate nel derma, e nelle ghiandole maggiori nell’ipoderma: sudore emozionale, sudore termo-regolativo. Il suo controllo avviene a più livelli SNC, a livello corticale la corteccia cingolata anteriore (CCA), che nella sua porzione dorsale riceve informazioni sensoriali visive e le rimanda al Tronco e Encefalico per il rapporto tra movimenti occhi e movimenti della testa. L’area ventrale CCA, riceve informazioni sensitive della porzione viscerale e le rimanda al TE, interessante il fatto che è stato dimostrato che l’evocazione di certe immagini attivano la risposta elettrica del sistema simpatico della cute. Recentemente è stato ulteriormente dimostrato che non solo la tipologia dello stimolo e la sua frequenza sono segnali interconnessi cute-snc ma anche lo schema dello stimolo che diversifica strategie di attivazione.

Veniamo al dunque, tutta questa prosopopea, per aiutare a comprendere il nostro corpo, e come nel nostro corpo tutto è non delineatamente chiaro, ma anzi si diverte nel seminare confusione, ed è forse questo l’aspetto che ci affascina, ovvero non saperne mai abbastanza: siamo in continuo upgrade!


CONOSCIAMO LE CICATRICI

La cicatrice è un tessuto fibroso che si forma per riparare una lesione patologica o traumatica, se i processi riparativi, neuro infiammazioni locali, vengono perturbati si avrà una riparazione cicatriziale non fisiologica creando cicatrici ipertrofiche e cheloidi.

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Foto 3. Cicatrice ipertrofica: rossa, irritabile, cianotica, pruriginosa, sbianca alla pressione, non un sito di sviluppo specifico, frequente spontanea regressione, presenza di noduli in profondità o a metà della ferita

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Foto 4. Cicatrice cheloide: lunga evoluzione, invade tessuti circostanti; sedi preferenziali(schiena, anche sterno, spalle, area scapolare, sovrapubica) prevalenza nelle pelli scure, no spontanea regressione perché ’strutturata nel tempo, assenza di noduli, può essere dolorosa al trattamento

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Foto 5. Cicatrice atrofica esiti post acne o post chirurgica, depressione cutanea

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Foto 6. Striae rubrae distensae, si ritrova in donna in gravidanza o adolescenti con abuso di farmaci steroidei e nei soggetti obesi.


SINTOMATOLOGIE COLLEGATE ALLE CICATRICI

Coerentemente a quanto esposto sulla pelle, la presenza delle cicatrici fisiologiche e non fisiologiche porterà comunque un invio di segnali costanti afferenti ed efferenti. La problematica nascerà dal sovrapporsi di segnali da aree disfunzionali e patologiche che altereranno la risposta di ritorno verso il SNC. Occorre sempre controllare le cicatrici anche in apparente condizioni di normalità (Raju S, 2012)


CATENE LESIONALI IPOTIZZABILI

La riduzione di mobilità articolare post operazione chirurgica o un’ustione alla caviglia (Grishkevich VM 2012), può riscontrare problematiche di scorrimento fasciale che interesseranno non solo la cicatrice-ferita ma anche tutti i tessuti coinvolti (Bordoni e Zanier 2014). Alterazioni efferenti di controllo posturali, coinvolgeranno la catena cinetica caviglia-ginocchio-anca, che a volte può interessare l’intrappolamento compartimentale della loggia o parte della loggia supero-laterale della gamba, nervo peroniero comune (Bordoni e Zanier 2014).

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Foto 6-7. Questa è quella che mi piace più di tutte, una cicatrice alla caviglia può generare un problema del sistema trigeminale connesso al tratto di Lissauer o fascicolo dorso laterale (Area quadrangolare di sostanza bianca del midollo spinale, situata dietro la testa del corno posteriore, tra questa e la superficie esterna del midollo. Corrisponde al punto di ingresso nel midollo delle radici posteriori dei nervi spinali, che conducono le informazioni sensoriali dall’apparato muscoloscheletrico e dai visceri). Le fibre si biforcano a T, in un ramo ascendente e uno discendente, formando il tratto di Lissauer, che costituisce una via afferente delle sensazioni dolorifiche (Bordoni Zanier 2013). Il sistema trigeminale a sua volta invierà tali informazioni-segnali alla regione preottica ipotalamica, creando un circolo vizioso con il sistema simpatico e la cicatrice e l’area ad essa coinvolta.


CATENA LESIONALE POST CHIRURGICA (LOMBARE E ADDOMINALE)

La cicatrice periradicolare ed epidurale può provocare decadimento nutritivo dovuto al non corretto scivolamento delle fasce nella zona lesionata post intervento. Ragioniamo sul collegamento core link tra dura madre spinale (esiste anche quella encefalica, porzione di rivestimento più interno meningeo in collegamento con componente ossea):

1) dura madre cranica o encefalica- foro magno-occipite –c2-per arrivare a s2, area estesa del nostro corpo con interessamento lungo il suo percorso delle aree sensibilizzate o disfunzionali.

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Foto 8.

2) collegamento con legamento nucale (una membrana fibrosa che, nel collo rappresenta il legamento sopraspinoso delle vertebre più in basso). Esso si estende dalla protuberanza occipitale esterna e dalla linea nucale media fino al processo spinoso della settima vertebra cervicale. Dalla sua parte anteriore viene fuori una lamina fibrosa, che si attacca al tubercolo posteriore dell'atlante e al processo spinoso delle vertebre cervicali, e forma un setto che la separa dai muscoli dell'altra parte del collo.

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Foto 9-10.

3) C2-area suboccipitale—ganglio spinale trigeminale- e nervo trasverso cervicale con probabile interessamento della mobilità della spalla, o dolore trigeminale al viso in una delle sue tre branche, o all’articolazione temporo-mandibolare, cosi come problematiche cervicali.

4) fascia toraco-lombare (LIFT) Lumbar Interfascial Triangle: area muscolare, come vedete dalla foto sotto, coinvolge moltissimi gruppi toraco-appendicolari e spino appendicolari, coinvolge l’arto inferiore, ampio scenario disfunzionale.

foto11

Foto 11.

FTL (Fascia Toraco Lombare)

Foglietto posteriore o superficiale riveste il muscolo erettore della colonna, si rapporta:
• Superiormente con la fascia nucale;
• Medialmente si inserisce ai processi trasversi delle vertebre toraciche e lombari e sulla cresta sacrale media;
• Lateralmente si inserisce agli angoli costali, alla dodicesima costa e a livello della cresta iliaca si fonde con la lamina anteriore;
• Inferiormente si inserisce al labbro esterno della cresta iliaca.

Lamina anteriore della fascia toraco-lombare
Il foglietto anteriore o profonda è limitata alla regione lombare ed è posta tra il muscolo erettore della colonna all’esterno e i muscoli quadrato dei lombi e ileopsoas all’interno:
• Superiormente si fissa alla dodicesima costa;
• Medialmente si inserisce ai processi costiformi delle vertebre lombari da L1 a L4;
• Inferiormente si inserisce al labbro interno della cresta iliaca;
• Lateralmente si fonde con la lamina posteriore.


CATENA LESIONALE POST CHIRURGICA (ADDOMINALE)

La zona addominale è sede di aderenze cicatriziali, post trauma o post chirurgia, esempio viscerale. La percentuale si aggira al 100% di riscontro (Bruggmann, Tchartchian, Wallwiener 2010), (Hedley 2010),(Bove, Chapelle 2012). La via disfunzionale ipotizzata tra componente viscerale-SNC:

1) afferenze viscerali-Corno dorsale midollare pertinente-tratto spinotalamico arriva ai centri superiori. Il tratto spinotalamico trasmette informazioni sensoriali sulle sensazioni affettive. Queste sensazioni sono accompagnate da una costrizione ad agire. Ad esempio, il prurito è accompagnato dal bisogno di grattarsi, mentre uno stimolo doloroso ci spinge ad allontanarci dalla fonte del dolore.

Sono stati identificati due sottosistemi:
• Diretto (per la percezione diretta e cosciente del dolore)
• Indiretto (per l'impatto emotivo ed eccitatorio derivato dal dolore). Le proiezioni indirette comprendono:
o Fascio Spino-Reticolo-talamo-corticale (che fa parte del sistema di eccitazione ascendente reticolare)
o Fascio Spino-mesencefalico-limbico (per l'impatto emotivo derivato dal dolore).

A questo punto l’elaborazioni di tale informazioni scende in via efferente, impiegando le vie simpatiche, come il Ganglio celiaco- G.Mesenterico superiore- G.mesenterico inferiore-Ganglio sacrale. I sintomi, secondo alcuni studi, coinvolgono: meteorismo, dolori intestinali, dolori addominali cronici, disordini digestivi, e ostruzioni intestinali (Bruggmann 2010).

Una cicatrice post parto cesareo potrebbe condurre ad infertilità, dispareunia, dismenorrea, endometriosi (Morris 1995; Marsden;Wilson 2013; Biswas, Gupta, Magon 2012).

Per ultimo, ipotizzabile la via disfunzionale del N. Vago, Ha componente parasimpatica, controlla tutta la muscolatura liscia non controllata dai nervi oculomotore, faciale e glossofaringeo e dai nervi spinali, che controllano solo alcuni visceri (ad esempio l'ultimo tratto dell'intestino). In particolare innerva sia l'intestino che lo stomaco.

Il nervo vago fornisce fibre parasimpatiche a tutti gli organi, fatta eccezione per le ghiandole surrenali, dal collo secondo segmento della colonna vertebrale. Il vago controlla anche alcuni muscoli scheletrici:
• l'elevatore del velo palatino;
• il salpingofaringeo;
• il palatoglosso;
• il palatofaringeo;
• i muscoli costrittori faringei superiore, medio e inferiore;
• i muscoli della laringe.
• i muscoli dell'esofago prossimale

Questo significa che il nervo vago è responsabile della frequenza cardiaca, della peristalsi gastrointestinale, della sudorazione e di alcuni movimenti della bocca, inclusi i muscoli del parlato e della respirazione (tenendo aperta la laringe). Riceve inoltre sensazioni dall'orecchio esterno (attraverso il nervo di Alderman) e parte delle meningi.

Questo interlink potrebbe causare mal di testa, collegamento con sistema trigeminale, problemi ottici, dolori masticatori.

foto12

Foto 12.

La lettura delle cicatrici porta con sé quadri sintomatici dei più variegati ed ipotizzabili, come appassionati del settore Posturale non possiamo però dimenticare l’impatto emotivo-psicologico della ferita-cicatrice, e anche se l’approccio razionale scientifico è carente di modelli di analisi, non dobbiamo pensare che il rispetto verso emozione-trauma sia sbagliato solo perché’ non confermato da letteratura scientifica. Il buon senso esperienziale ci porta a una rilevanza clinica soggettiva che mette in luce la necessità di una valutazione del dolore in un modello biopsicosociale più ampio, in parole più semplici vi sono fattori che intervengono, a livello delle cicatrici-ferite, come associazione dolore-trauma, ansia e depressione post chirurgica e o traumatica, livello di educazione del soggetto che contribuiscono, per esempio, alla cronicizzazione del dolore stesso(Rosenblom 2013; Strulov,Zimmer 2007 dolore post cesareo).

Trovo che l’analisi del particolare, faccia sempre la differenza…e voi?

Per chi ancora non è partito per il meritato relax ma è in procinto di volarsene via (come il sottoscritto) …ancora Buone ferie… per chi c’è già, un buon proseguimento!


Bibliografia
1) Committee on Japan Anatomical Terminology; Termiologia Anatomica Japonica. Igaku-Shoin, Tokyo, 2007; 513pp
2) Kopsh FR; Integumentum Commune s. Cutis: in Rauber- Kopsh Lehrbuch und Atlas der Anatomie des Menschen. BandII. Georg Thieme Verlag Stuttgart, 1955; 680–731 (in German)
3) Bloom W, Fawcett, DW; Skin. In: A textbook of histology 10th ed. W B Saunders Company, Phyladelphia, 1975; 563–597
4) Stecco C, Hammer WI; Subcutaneous tissue and superficial fascia.In: Stecco C, Hammer WI, eds, Functional atlas of the human fascial system. Churchill Livingstone Elzevier, London, 2014;31–61
5) Wendell-Smith CP: Fascia: an illustrative problem in international terminology. Surg Radiol Anat 1997; 19:273–277
6) Markman B, Barton FE Jr: Anatomy of the subcutaneous tissue of the trunk and lower extremity. Plast Reconstr Surg 1987;80:284–54  

 


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