Venerdì, 30 August 2019 11:57

Pilates e cervicalgia

SPUNTI TEORICO-PRATICI PER LA CREAZIONE DI PROTOCOLLI DI LAVORO DA INTEGRARE AL METODO PILATES

Ciò che appare scontato nella teoria spesso non lo è nella pratica. Tutti ormai sanno quanto sia importante praticare un metodo-disciplina posturale per prevenire e/o aiutare la remissione ed evitare le recidive dal cosiddetto “mal di cervicale”, meglio noto come Cervicalgia, ma quanti realmente introducono nella pratica di insegnamento di ogni lezione un momento unicamente dedicato a questa parte del corpo così delicata ed importante? Con questo articolo voglio fornirvi degli spunti di ragionamento utili a creare esercizi, da inserire nelle vostre lezioni di Pilates,e non solo, nella fase del riscaldamento o di defaticamento, che mirino a lavorare in maniera specifica sul tratto cervicale così da aiutare i vostri allievi a togliere, o almeno ridurre, le tipiche tensioni muscolari che quotidianamente questo tratto del corpo tende ad accumulare.


Cos’è il dolore avvertito nella zona cervicale?

Moltissime volte appena entrati in sala sentiamo gli allievi dire tra di loro o a noi frasi del tipo “ho male al collo”,” sento il collo duro e incriccato”, “ho la cervicale infiammata” : tutte esclamazioni usate nel gergo comune per riferirsi alla cervicalgia.

Cervicalgia è il termine appropriato per indicare un generico dolore al collo che si protrae per un periodo di tempo variabile. Nei paesi industrializzati, la cervicalgia è uno dei disturbi muscolo-scheletrici più diffusi, soprattutto nel sesso femminile e nella fascia d’età compresa tra i 40 e i 60 anni (fascia d’età della maggior parte dei nostri allievi), costituendo una causa importante di assenza dal lavoro con i relativi costi socio-economici che ne derivano.


Come creare ed integrare gli esercizi posturali

Alla base del ragionamento è importante avere ben in mente cosa fa e dove si trova la cervicale. Quindi è necessario conoscere le funzioni della regione da trattare e le connessioni anatomofunzionali.

- Funzioni: sostegno, mobilità e stabilità del capo.
- Connessioni anatomofunzionali con il capo: il capo, spesso ce ne dimentichiamo, è la parte più pesante del nostro corpo e sede di importanti sistemi recettoriali per l’equilibrio, il movimento e la postura. Nel capo infatti risiedono due tipi particolari di muscoli che possono avere ripercussioni sulla postura del capo e di conseguenza sulla cervicale: i muscoli masticatori (tra i quali troviamo il più forte di tutto il corpo: il massetere) e i pellicciai (detti mimici).
- Connessioni anatomofunzionali con il tronco (cingolo scapolomerale, clavicole e gabbia toracica tramite trapezi, elevatori della scapola, sternocleidomastoideo, definito anche SCOM, e scaleni).

Per fare un buon lavoro, di conseguenza, dovremo lavorare su 5 punti con la fondamentale comune dell’Allungamento assiale (lavoro sempre cercando di creare spazio tra le vertebre e sentire il capo leggero sul collo).

1. Automassaggio della muscolatura del collo (mm trapezi, complesso estensorio e flessorio e mm sottoccipitali) e del cranio (muscoli masticatori massetere, temporale e sottoioidei).
2. Detensionamento della muscolatura superficiale flessoria ed estensoria del collo e della muscolatura che connette il cingolo scapolomerale al tratto cervicale (trapezio, elevatore della scapola, scom, scaleni e splenio).
3. Mobilità attiva assistita (dai props o dalle proprie mani) e attiva del tratto cervicale su tutti i piani di movimento anticipata dalla mobilità oculare.
4. Mobilità del cingolo scapolomerale e di tutta la colonna alla ricerca del neutro.
5. Tonificazione della muscolatura stabilizzatrice.


Esempi di sequenze di esercizi da poter inserire o all’inizio o alla fine della lezione

RISCALDAMENTO IN STAZIONE ERETTA
Esercizio fondamentale: autotrazionamento della cervicale verso l’alto cercando di creare un effetto di pompage.
1. Automassaggio della zona cervicale:
- muscoli paravertebrali complesso estensorio (con il “tallone” della mano eseguire movimenti ampi e circolari nella parte più laterale poi con i polpastrelli eseguire dei piccoli movimenti rotatori nella parte mediale vicino alle vertebre);
- massaggio della base del cranio (con la nocca degli indici pigiare e massaggiare tutta la base del cranio posteriormente fino alla mastoide soffermandosi sui mm sottocipitali e insistendo nelle zona più dolorosa);
- massaggio dei mm masseteri e temporali (con i polpastrelli di indice e medio eseguire movimenti circolari e profondi)
2. Allungamento:
- della muscolatura estensoria del capo (portare le mani in posizione crunch, chiudere i gomiti, flettere il capo portando il mento allo sterno e rimanere nella posizione per 4 cicli respiratori cercando di rilassare la muscolatura all’espirazione);
- della muscolatura flessoria del capo (intrecciare le mani a pugno, portarle sotto il mento, appoggiare il mento al pugno e portare in estensione il capo e mantenere la posizione per 3 cicli respiratori).
3. Mobilizzazioni del capo nei vari piani di movimento cercando di far anticipare il movimento dello sguardo a quello del capo che va nella direzione del movimento.
4. Esercizi di mobilizzazione:
- della scapola e della spalla in catena cinetica aperta cercando di mantenere il capo leggero sul collo;
- esercizi di mobilizzazione globale della cervicale facendo attenzione al capo che diventa il motore del movimento e ricerca il neutro alla fine di ogni esercizio.
5. Esercizi per la tonificazione della muscolatura depressoria del cingolo scapolomerale in catena cinetica aperta o contro la parete (sternum drops alla parete) oppure mobilizzazioni di un arto superiore mentre l’altro stabilizza e spinge).

FASE FINALE DELLA LEZIONE DA SUPINI
Fondamentale: mani in posizione di crunch, capo rilassato nelle mani, piccolo “sì” con il mento e autotrazionamento del rachide cervicale.
1. Automassaggio:
- cervicale (mani intrecciate che afferrano la cervicale e compiono un movimento rotatorio ampio sulla muscolatura);
- massaggio della muscolatura sottoccipitale (afferrare il capo a mani piene e con i pollici andare a pigiare prima e fare movimenti rotatori poi sulla muscolatura alla base del cranio);
- massaggio della muscolatura temporale e dei masseteri (movimenti rotatori con i polpastrelli di indice e medio).
2. Allungamento della muscolatura estensoria, della flessoria laterale e quella addetta alla inclinazione del capo.
3. Mobilizzazioni:
- passive del capo (mani intrecciate che afferrano il capo e lo mobilizzano cercando di compiere dei movimenti rotatori e movimenti a “8”);
- mobilizzazioni attive mantenendo ben a contatto l’occipite al tappetino e facendo precedere il movimento dagli occhi.
4. Esercizi di mobilizzazione delle braccia cercando di mantenere la stabilità della scapola, le braccia leggere nell’esecuzione dei movimenti e il capo ben appoggiato al materassino.
5. Portarsi seduti con le gambe in frog position, mobilizzare l’intera colonna cercando di far partire il movimento dal capo e viceversa (muovere la colonna con partenza dal bacino cercando di rilassare il capo e far sì che segua il movimento della colonna), terminare con delle autotrazioni del capo verso l’alto.

Tra i props da utilizzare vi consiglio: ring, elastiband, softball per i punti 2-3-4-5 e palline da tennis, non troppo dure, soprattutto per i massaggi nella zona dorsale alta e sottooccipitale senza andare ad agire direttamente sulla colonna. Conoscendo la funzione, la sede, l’azione del rachide cervicale e l’azione e localizzazione dei muscoli ivi connessi che possono contrarsi in maniera non funzionale in situazioni di disfunzioni potete creare tutta la sequenza di esercizi che volete ricordando che il sapere non è ancora sapere se non lo si mette in pratica.

Buona pratica a tutti!

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019

 

QUANDO IL SONNO NON È RIGENERATIVO!
CERCHIAMO DI SCONFIGGERE QUESTA SINDROME CON L’ALLENAMENTO ED IL CAMBIAMENTO DELLO STILE DI VITA

 

Sempre più frequentemente (e da gente sempre più giovane) sento parlare di sonno disturbato, risvegli notturni, apnee notturne e russamento; una delle principali patologie del sonno è la cosiddetta Apnea Ostruttiva Notturna (OSA); vediamo di fare luce su questa patologia poco conosciuta e molto sottovalutata. Il primo consiglio nel caso si creda di poter soffrire di questa sindrome è quello di interpellare un medico specializzato in medicina del sonno o un altro specialista come neurologo, pneumologo, otorinolaringoiatra, chirurgo maxillofacciale, odontoiatra e altri. L’apnea ostruttiva notturna (OSA) è una condizione clinica cronica molto diffusa caratterizzata dal ricorrere, durante il sonno, di episodi ciclici di ostruzione completa (apnea) o parziale (ipopnea) delle vie aeree superiori per più di 10 secondi, con persistenza dei movimenti toraco-addominali. L’assenza o riduzione del flusso oro-nasale determina un calo di ossigeno (4-3% del valore basale). Al termine degli eventi si verificano risvegli, definiti “arousal elettroencefalografici” (alterazione della struttura del sonno) ed “arousal autonomici” (attivazione del sistema simpatico con temporaneo aumento della pressione arteriosa e frequente tachicardia).

sonno image

La prevalenza di OSA nella popolazione adulta generale è del 24% della popolazione, circa il 20-30% dei maschi e tra il 10 e 15% nelle donne;in Italia si stima che i pazienti affetti da OSA necessitanti di terapia siano circa un milioneseicentomila. Quando all’OSA si associa la sonnolenza diurna soggettiva ed altri sintomi questa viene definita OSAS (sindrome delle apnee ostruttive durante il sonno (OSAS).

La divisione generale dei principali sintomi si divide in:

Sintomi Notturni: Russamento abituale e persistente, pause respiratorie nel sonno riferite dal partner (se c’è…), risvegli con sensazione di soffocamento, sonno agitato con numerosi movimenti, poliuria (grande produzione di urine).
Sintomi Diurni: Sonnolenza, valutata con questionari ad hoc, cefalea, secchezza delle fauci e sensazione di sonno non riposante, astenia, modificazione del tono dell’umore in senso depressivo come disturbi della memoria, difficoltà di concentrazione, irritabilità, perdita di interessi, calo della libido, modificazioni delle abitudini di vita e peggioramento della vita di coppia.

I fattori di rischio si dividono in Fattori propriamente identificati e Fattori potenziali.

I fattori di rischio Propriamente Identificati per l’OSA includono:

Età: in prevalenza dalla giovane età all’età adulta fino ai 60-70 anni;
Sesso: due o tre volte più frequente nei maschi rispetto alle femmine (il divario si restringe all’età della menopausa nelle donne);
Obesità: in entrambi i sessi aumentando progressivamente con l’aumento dell’indice di massa corporea e dei marcatori associati come la Circonferenza del collo e il rapporto vita-fianchi;
Anomalie craniofacciali e delle vie aeree superiori: anomalie dei tessuti molli craniofacciali e delle vie aeree superiori aumentano la probabilità di sviluppare questa patologia; ad esempio l’anormale dimensione mascellare o mandibolare, un’ampia base craniofacciale, ipertrofia tonsillare e ipertrofia adenoidea.

I fattori di rischio Potenziali invece includono:

Congestione nasale: aumenta la resistenza all’ingresso di aria dovuta ad una minore pervietà nasale;
Fumo: ne aumenta il rischio e ne aggrava i sintomi se preesistenti;
Menopausa: aumenta il rischio soprattutto se vi è un contemporaneo aumento del BMI;
Storia familiare: potrebbe esserci una predisposizione genetica attraverso diversi fattori anatomofisiologici come ad esempio la struttura craniofacciale.

Dal punto di vista fisiopatologico l’OSA dipende dalla concomitanza di due fattori patologici, uno anatomico caratterizzato da una riduzione del calibro delle vie aeree superiori, l’altro invece è funzionale, derivato da una ridotta attività e perdita di tono dei muscoli dilatatori del faringe, in particolare il genioglosso (muscolo linguare).

Fisiologicamente il sonno rilassa la muscolatura dell’organismo; se vi è un importante perdita del tono muscolare le pareti delle vie aeree superiori vibrano producendo in questo modo il ben noto fenomeno del russamento; in casi gravi si verifica un collasso delle pareti, questo porta l’interruzione completa del respiro. In questa specifica condizione, per motivi di sicurezza, il cervello interrompe il sonno con un brusco risveglio aumentando il tono muscolare, ponendo fine all’apnea, alterando però la qualità del sonno.

Purtroppo chi soffre di OSA molto frequentemente non è consapevole della patologia perché le interruzioni del respiro avvengono durante il sonno e non ci si accorge del breve risveglio causato dal dover inspirare profondamente. Purtroppo al risveglio spesso si ha la sensazione di aver riposato male, di conseguenza si avrà un eccessiva sonnolenza, stanchezza, irritabilità ed altre conseguenze correlate ad una cattiva qualità del sonno. La polisonnografia in laboratorio è lo studio diagnostico basilare quando si sospetta OSA, molto utilizzato anche il test di apnea del sonno a casa (HSAT), ovviamente sarà il medico a scegliere quale strumento utilizzare per la diagnosi e l’elaborazione dei dati e successivamente elaborare la prognosi.

A grandi linee per la diagnosi ci si basa sul numero di eventi di apnea ostruttiva durante il sonno e segni/sintomi di sonno disturbato durante il giorno, ad esempio: 5 o più eventi respiratori prevalentemente ostruttivi (apnee ostruttive e miste, ipopnee o risvegli legati allo sforzo respiratorio) ogni ora di sonno in concomitanza ad uno o più sintomi quali:

• Sonnolenza, stanchezza, sintomi di insonnia,
• Svegliarsi con il respiro trattenendo, ansimando o soffocando,
• Russamento abituale, interruzioni respiratorie o entrambi,
• Ipertensione,
• Disturbi dell’umore,
• Disfunzione cognitiva,
• Malattia coronarica,
• Ictus,
• Insufficienza cardiaca,
• Fibrillazione atriale
• Diabete mellito di tipo 2.

Oppure 15 o più eventi respiratori prevalentemente ostruttivi (apnee, ipopnee o risvegli legati allo sforzo respiratorio) per ora di sonno. Si devono valutare altri fattori che possono essere considerati dei veri e propri campanelli d’allarme per l’OSA, quali:

- BMI elevato
- Circonferenza del collo >43 cm nei maschi, >41 cm nelle femmine,
- Dismorfismi cranio-facciali o anomalie oro-faringee che determinano una riduzione di calibro delle prime vie aeree,
- Presenza di malattie concomitanti come l’ipertensione arteriosa, le malattie cardiovascolari, cerebrali e che riguardano l’apparato respiratorio.

Se si soffre di questa patologia inoltre si ha maggior rischio di:

Peggiorata funzione diurna, di cognizione e psicologica associandola ad un eccessiva sonnolenza diurna, disattenzione e affaticamento, che possono compromettere la funzionalità quotidiana, indurre o esacerbare i deficit cognitivi.
Sonnolenza alla guida e incidenti automobilistici, statisticamente gli incidenti automobilistici sono da due a tre volte più comuni tra i pazienti con OSA mettendo a rischio la propria vita e quelle altrui.
Morbilità cardiovascolare, aumenta il rischio di patologie cardiovascolari tra cui ipertensione sistemica, ipertensione arteriosa polmonare, malattia coronarica, aritmie cardiache, insufficienza cardiaca e ictus.
Sindrome metabolica e diabete di tipo 2, aumenta la probabilità di sviluppare un’ insulino-resistenza (di conseguenza il diabete di tipo 2) che le cosiddette sindrome metabolica (in particolare quelle legate all’ aumento dei livelli di glucosio e trigliceridi nel sangue) con tutte le ripercussioni di infiammazione, rigidità arteriosa e aterosclerosi che comportano.
Obesità e malattia fegato grasso non alcolico
Mortalità, in condizioni di OSA grave non trattata (con frequenza di apnea superiore ai 30 eventi all’ora) hanno un rischio da due a tre volte maggiore di mortalità per tutte le cause sopraelencate rispetto ai soggetti senza OSA.

Per la guarigione è fondamentale ridurre o eliminare le apnee e le ipopnee, migliorare la qualità del sonno e di conseguenza la funzione diurna. I principali obiettivi quindi saranno:

- Modificare e migliorare lo stile di vita
- Riduzione del peso corporeo
- Migliorare il rapporto massa grassa/massa magra
- Riduzione della pressione arteriosa
- Miglioramento del profilo lipidico
- Miglioramento della glicemia
- Miglioramento dell’aspetto fisico (immagine corporea e impatto psicologico più favorevoli).

Per aiutare i nostri utenti a raggiungere questi obiettivi consiglieremo uno stile di vita attivo con 2/3 allenamenti settimanali con i sovraccarichi (a circuito) e possibilmente altrettante sedute Cardiofitness alternando alta e bassa intensità. Dovremo evitare di far svolgere le sedute allenanti nel tardo pomeriggio o nella serata per evitare che l’aumento fisiologico dell’adrenalina durante l’attività intensa peggiori la qualità del sonno.

scheda sonno

Nei giorni di cardiofitness ci sono 3 alternative:
1. 30/60 min di aerobica (65/70% FC Max)
2. HIIT x 20/25 min con 150 sec al 70% FC Max e scatto di 30 sec
3. PAC tipo tabella:

scheda sonno2

A fine allenamento 3 min di defaticamento al 60% FC Max, a seguire 2 esercizi per l’addome in superset con 30” di pausa tra un superset e l’altro. L’OSA è una patologia molto seria, poco conosciuta e sicuramente sottovalutata. Considerato che (giustamente) negli ultimi anni la medicina dedica sempre più attenzione all’argomento sarà sicuramente corretto dedicare anche per l’allenamento una maggiore attenzione per limitare o curare questa sindrome, in certi casi, se necessario il medico potrà utilizzare terapie specifiche come apparecchi che aumentano la pressione delle vie aeree (CPAP), dispositivi intra-orali e o nasali ed infine si può ricorrere alla chirurgia.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019

QUALI ACCORGIMENTI AVERE E QUALI DISCIPLINE CONSIGLIARE NELLA RIEDUCAZIONE FUNZIONALE ALL’ATTIVITÀ SPORTIVA POST INTERVENTO

Con circa 110.000 interventi annui, la protesizzazione d’anca risulta essere una delle operazioni ortopediche più diffuse nel nostro paese ed in assoluto la più frequente nell’ambito della chirurgia protesica (56,3%), seguita dal ginocchio (38,6%), dalla spalla (3,9%), dalla caviglia (0,3%) e dalle altre articolazioni (0,9%). Costituisce una valida cura non solo per alcune fratture di femore ma anche per la coxartrosi avanzata, ovvero per quello stadio evolutivo della patologia cronica degenerativa articolare in cui non solo i comuni trattamenti riabilitativi e farmacologici non sono più efficaci, ma in cui anche la qualità della vita risulta pesantemente compromessa con importanti limitazioni in ambito lavorativo, ludico e sportivo. L’incremento annuale continuo del 2 % dei casi trattati e la costante diminuzione delle possibili complicanze registrate costituiscono una garanzia di qualità di questa possibilità di trattamento che oggi si avvale non solo di nuovi materiali, ma anche di innovative tecniche mininvasive in grado di ridurre significativamente alcune complicanze postchirurgiche come l’anemizzazione, la lussazione o il dolore, e di contenere notevolmente i tempi di recupero. Ad esempio, la maggior parte dei pazienti viene rimessa in piedi il giorno stesso dell’intervento, o al massimo il successivo, mentre la ripresa di alcune attività come la guida è quasi sempre possibile dopo circa 2 o 3 settimane. Sono, quindi, ricordi lontani quelli in cui il paziente rimaneva allettato molti giorni in fase postoperatoria con un rischio aumentato di eventi avversi come flebiti, piaghe da decubito e perdita significativa della massa muscolare dato che attualmente la degenza media varia tra i 4 e i 7 giorni e che la restante parte del percorso riabilitativo è spesso attuabile anche ambulatorialmente se non esistono patologie associate che richiedono particolare assistenza. Sono anche di pari passo aumentate le aspettative del soggetto protesizzato che, al giorno d’oggi, da una parte ricorre sempre più precocemente a questa pratica chirurgica e dall’altra non si accontenta più, come nei primi anni settanta, solo di recuperare il cammino e risolvere il quadro algico chiedendo sempre più spesso di reinserirsi nel tessuto sociale senza limitazioni e di riprendere l’attività sportiva praticata in precedenza. Tuttavia, è opportuno sottolineare che se da una parte è vero che un’attività sportiva costante consolida i risultati del percorso riabilitativo, ottimizzando la performance motoria e conservandola nel tempo, dall’altra è altrettanto intuitivo comprendere come alcuni sport possano aumentare il rischio di mobilizzazione precoce e lussazione della protesi oltre a quello di frattura periprotesica, e quindi costituire un possibile rischio per la salute soggetto in grado di danneggiare, anche irreversibilmente, l’impianto stesso o l’osso circostante. è, quindi, bene consultarsi sempre con l’equipe ortopedica e riabilitativa prima di iniziare o riprendere un’attività sportiva. Questa di norma è prevista dopo 3 o 4 mesi dall’intervento, ma la tipologia e l’intensità sono da valutarsi anche sulla base di alcuni elementi soggettivi come l’esperienza sportiva passata del paziente, il livello di allenamento, le condizioni fisiche generali e l’eventuale presenza e gravità di alcune patologie associate di tipo oculistico, cardiologico o ortopedico in altri distretti anatomici.

In linea di massima sono consentite tutte quelle discipline che non sollecitano vigorosamente le strutture protesiche ed in particolare sono consigliate quelle che contribuiscono a mantenere un buon tono e trofismo muscolare a livello del cingolo e degli arti inferiori.

È quindi il caso del golf, del bowling e degli sport di tiro, ma anche del nuoto, della bicicletta, del trekking, del ballo da sala, del canottaggio e della vela. Al contrario restano sconsigliate tutte quelle attività che possono prevedere frequenti possibilità di caduta, rovinosi impatti con altri giocatori, salti energici o sovraccarichi importanti. È questo il caso della ginnastica artistica, del calcio, del basket, della pallavolo, del climbing e del baseball. Alcuni sport necessitano invece di considerazioni particolari e sono di norma consentiti solo se il soggetto li praticava già in epoca pre intervento potendo così giovare di una buona tecnica e di un particolare condizionamento muscolare sport-specifico. Per esempio il tennis è consentito in doppio, anziché in singolo, in atleti esperti preferendo, comunque, il palleggio alla partita e la terra battuta al terreno sintetico.

Anche lo sci di fondo è preferibile alla discesa che resta invece proponibile solamente allo sciatore di livello privilegiando, tuttavia, pendenze non impegnative, avendo cura di eseguire curve larghe ed evitando piste affollate o ghiacciate. Un giudizio non condiviso degli esperti riguarda invece alcune discipline come ad esempio la pesistica o gli sport su pattini. La prima potrebbe essere considerata, secondo alcuni, riducendo significativamente i carichi, soprattutto per gli arti inferiori, e privilegiando, quando possibile, varianti d’esercizio da seduti o da sdraiati al fine di favorire lo scarico articolare. Pattinaggio su ghiaccio o su rotelle sarebbero invece sconsigliati, sebbene tonifichino selettivamente la muscolatura glutea con indiscusso beneficio sulle strutture periprotesiche, in quanto si associano ad un ovvio rischio aumentato di caduta e, quindi, di frattura ossea, lussazione o mobilizzazione precoce dell’impianto.

anca tabella

* Medico, specialista in medicina fisica e riabilitazione, specialista in igiene e medicina preventiva, docente universitario

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019
Venerdì, 30 August 2019 10:04

La triade dell'atleta femminile

UNA SINDROME SEMPRE PIÙ FREQUENTE NEL MONDO SPORTIVO DELLE DONNE CARATTERIZZATA DA UN INSIEME DI DISTURBI FISICI E PSICHICI

La “Triade dell’atleta femminile” è una particolare sindrome con alti rischi patologici legata ai problemi dello sport eccessivo e della dieta: l’esercizio fisico e la preparazione atletica sono attività sane ma se non sono vissuti col giusto equilibrio, le giuste accortezze e competenze possono nascondere gravi insidie per la salute. Alcune atlete, ma le donne in generale, specie dall’adolescenza in poi, condizionate dalla pubblicità e da modelli estetici distorti, sono indotte a nutrirsi troppo poco o a fare troppo esercizio fisico perché ossessionate dall’idea della magrezza e dalla volontà del successo.

Nel 1992 l’American College of Sports Medicine (ACSM) ha definito la “Triade dell’atleta femminile” individuando e classificandone gli aspetti: tre sono le malattie che si possono sviluppare quando una ragazza o una giovane donna esegue una dieta estrema o pratica troppo esercizio fisico, sono tre fattori patologici correlati, perciò, se un’atleta soffre di un elemento della Triade, è possibile che contemporaneamente soffra anche degli altri due aspetti.

Le tre condizioni con le conseguenze patologiche sono:

Il deficit energetico con o senza disturbi alimentari: abitudini alimentari anormali (cioè diete drastiche) o eccessivo esercizio fisico portano il corpo a non ottenere abbastanza nutrizione ed energia con conseguenza di senso di stanchezza, perdita notevole di peso, maggior tempo di guarigione delle ferite.

La disfunzione mestruale: la cattiva alimentazione a basso apporto calorico, richieste di alta energia per l’eccessivo sport, lo stress fisico ed emotivo o la bassa percentuale di grasso corporeo possono portare a cambiamenti ormonali che bloccano i periodi mestruali (amenorrea/oligomenorrea), ad elevati livelli di beta-carotene nel sangue, anemia, ipotensione ortostatica, squilibri elettrolitici, ipoestrogenismo, atrofia vaginale e bradicardia.

L’osteoporosi precoce (densità ossea bassa per l’età): la mancanza di mestruazioni interrompe i processi di costruzione ossea del corpo e indebolisce lo scheletro, rendendo le ossa più fragili e quindi soggette a fratture.

Le atlete con un rischio maggiore sono appunto quelle che restringono il loro introito calorico, svolgono allenamenti faticosi per lunghi periodi, il più delle volte si trovano in over training sindrom (o.t.s. - sovrallenamento) senza saperlo, o hanno una dieta vegetariana o limitata a pochi tipi di nutrienti.

La dieta è il fattore comune di partenza ma le cause vanno ascritte anche alle influenze ambientali e sociali, alla predisposizione psicologica, spesso anche alla bassa autostima, alla famiglia, ai fattori biologici e genetici. Infine, non trascurabili sono alcuni motivi come un inizio precoce dell’attività sportiva agonistica, eventuali infortuni e l’aumento di intensità, frequenza e volume degli allenamenti (O.T.S.).

Per la complessità della patologia, ma soprattutto per la correlazione di tanti aspetti, un intervento per il trattamento della Triade non può non richiedere la collaborazione di un team di medici professionisti, primo fra tutti il medico di famiglia, il pediatra, il ginecologo, l'ortopedico e, nel caso di atlete, il coinvolgimento del preparatore atletico, del nutrizionista e dello psicologico con conoscenze specifiche nell’ambito sportivo. Il trattamento prevede di ristabilire l’equilibrio incrementando le calorie della dieta o diminuendo quelle bruciate, attenuando gli allenamenti o perfino ipotizzandone un fermo più o meno lungo.

Perciò da questo punto di vista diventa di fondamentale importanza il ruolo dell’allenatore nel gestire i carichi e parametri dell’allenamento ed effettuare una giusta programmazione degli allenamenti per evitare di incappare nell’O.T.S. Per un intervento ancora più precoce, e quindi efficace, è fondamentale un approccio culturale diverso, con un’adeguata informazione e formazione delle atlete stesse, ma soprattutto una consapevolezza delle famiglie, degli allenatori e di tutto il sistema che ruota intorno al mondo sportivo in modo che la salute dell’atleta sia sempre al primo posto al di là della performance.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2019

Il nuovo anno è iniziato con una nuova sfida, quella lanciata dal team di Google Fit che ha introdotto una funzionalità aggiuntiva all’applicazione con l’idea di spronare gli utenti a svolgere più attività fisica e, al contempo, creare una community dinamica e vivace. Il concetto è semplice: più ci si allena più punti-cuore si guadagnano per riuscire a raggiungere il traguardo mensile.

L’idea è stata sviluppata in collaborazione con l’American Heart Association, che ha indicato l’assegnazione di 150 punti-cuore come punteggio minimo settimanale per uno stile di vita sano ed equilibrato. Questi speciali punti vengono attribuiti per la pratica di determinate attività fisiche, come la corsa o il ciclismo, ma l’applicazione tiene in considerazione anche dei benefici derivanti da semplici passeggiate o dal salire/scendere le scale.

L’iniziativa è promossa grazie al sostegno di 36 fitness influencer di fama globale che quotidianamente condividono video su Instagram e YouTube in cui si mostrano intenti ad accumulare i loro punti-cuore. Per stimolare la competizione tra i partecipanti, Google Fit ha infine creato l’apposito hashtag #GetFitWithGoogle. Non ci sono premi in palio, ma la salute fisica degli sfidanti ne trarrà sicuramente un notevole beneficio!  

Pubblicato in Fitness news
Giovedì, 20 December 2018 09:59

Personal Trainer e patologie cardiovascolari

10 REGOLE DI BASE PER UN ALLENAMENTO SICURO ED EFFICACE

Con l’acronimo MCV (malattie cardiovascolari) si sta ad indicare tutte le malattie del cuore e del sistema vascolare. L’approccio di un Personal Trainer che voglia lavorare in sicurezza con persone affette da simili disfunzioni non può prescindere dal considerare l’aspetto patologico e specifico dei singoli casi; e ovviamente proprio per la natura complessa e varia di tali patologie non ci si può esimere dalla stretta collaborazione di medici specialisti.
Il ruolo di chi allena è quello di sviluppare un programma in linea con le direttive del cardiologo il quale autorizza l’allenamento di persone con simili patologie e da questo punto di vista è importante che i Personal Trainer conoscano le caratteristiche principali della fisiopatologia delle più diffuse patologie cardiovascolari come il Diabete tipo 1 e 2, l’Angina Pectoris e l’ipertensione arteriosa.

IL DIABETE MELLITO DI TIPO 1
Le cause della carenza grave o assoluta di insulina nel diabete di primo tipo sono legate a una reazione autoimmune che colpisce le cellule del pancreas deputate alla sintesi dell’ormone; Tuttavia le cause di tale reazione autoimmune sono poco conosciute: si presume che possano essere di tipo genetico o di sollecitazione endogena o esogena. Il soggetto diabetico di tipo 1 necessita della somministrazione di insulina esogena, vale a dire di una forma sintetica dell’ormone, analoga a quella naturale. Questa terapia generalmente non compromette le normali attività quotidiane e dev’essere seguita a tempo indeterminato; per questo i diabetici tipo 1 vengono istruiti e addestrati all’autogestione della terapia farmacologica con insulina. Se non trattato, il diabete mellito tipo 1 causa varie complicazioni gravi, sia acute, sia croniche, oltre ad altre complicazioni di natura collaterale che si basano sull’ipoglicemia provocata dalla somministrazione di una dose eccessiva di insulina. Il diabete mellito tipo 1 rappresenta il 5-10% dei casi complessivi di diabete nel mondo e ha un esordio sempre brusco più spesso durante l’infanzia e l’adolescenza (può comunque manifestarsi anche in età adulta in soggetti predisposti).

IL DIABETE DI TIPO 2
Tra le principali cause la componente genetica svolge un ruolo più importante rispetto al diabete di tipo 1, anche se il DT2 non può essere considerato una malattia ereditaria. Non sono, ovviamente, da trascurare fattori ambientali e individuali quali ad esempio il sovrappeso e l’obesità. Anche la vita sedentaria e un’alimentazione sbilanciata concorrono all’insorgenza del diabete di tipo 2 in soggetti predisposti. A differenza del DT1 il problema principale nel diabete di tipo 2 non è la scarsità o la mancanza di insulina (che spesso è addirittura prodotta in elevate quantità), ma un fenomeno chiamato resistenza insulinica o insulino-resistenza, cioè l’incapacità da parte delle cellule dell’organismo di utilizzare l’insulina. Il diabete di tipo 2 compare più spesso nel soggetto adulto o anziano (dopo i 35-40 anni) anche se di recente stanno aumentando anche i casi di DT2 nei giovani adulti e negli adolescenti (soprattutto negli USA), in rapporto all’aumento del peso medio di tale fascia d’età, in cui è sempre più frequente la presenza di soggetti obesi; basti pensare che circa l’80% dei diabetici tipo2 sono soggetti in sovrappeso con un tipico accumulo di grasso prevalentemente addominale (il cosiddetto grasso viscerale) che è dunque considerato associato anche a un maggior rischio cardiovascolare.

ANGINA PECTORIS
Il termine Angina Pectoris deriva dai termini latini Angina=dolore e Pectoris=petto. Si tratta di una sindrome caratterizzata da dolore nella regione retrosternale, talvolta irradiato al lato ulnare del braccio sinistro e alle spalle. Il senso di costrizione al petto, caratterizzante il dolore percepito, è causato dalla temporanea diminuzione del flusso di sangue alle cellule del cuore (ischemia miocardica transitoria) che risulta insufficiente per soddisfare le esigenze del miocardio. La reversibilità di questa condizione differenzia l’angina dall’infarto; quest’ultimo si presenta come un evento ben più grave che si associa a necrosi (morte) di una parte più o meno estesa del cuore. L’apporto di sangue al miocardio può diventare insufficiente rispetto alle necessità del cuore stesso già in condizioni di riposo oppure durante uno sforzo fisico (salire le scale, sollevare e/o trasportare un oggetto pesante ecc.). Anche le diverse forme di stress in genere possono essere causa della comparsa della malattia.

L’IPERTENSIONE ARTERIOSA
Si tratta di uno stato in cui la pressione arteriosa a riposo risulta, in modo costante e non occasionale, più alta rispetto agli standard fisiologici considerati normali. L’ipertensione è conosciuta anche come “killer silenzioso”, poiché non comporta alcun sintomo, agisce nell’ombra e degenerando in complicanze importanti, può essere causa di morte. Colpisce circa il 20% della popolazione adulta e rappresenta uno dei maggiori problemi clinici dei tempi moderni; per questo possiamo definirla una tra le malattie più diffuse nei Paesi industrializzati. La cura dell’ipertensione si fonda sull’importante obiettivo di riportare nella norma i livelli pressori alterati. A tale scopo è fondamentale: ridurre il consumo di sale, seguire una dieta sana ed equilibrata, seguire (quando necessario) una terapia farmacologica appropriata, curare, se conosciuta, in modo specifico la causa dell’innalzamento patologico della pressione arteriosa e praticare regolarmente l’attività fisica. Affidarsi ad un esperto operatore del Fitness e del Wellness è certamente la prima regola da suggerire ad un soggetto affetto da specifica patologia cardiovascolare, ma un PT competente e altamente professionale ha un decalogo di regole ben più specifico da rispettare.

Ecco le 10 importanti regole che si suggeriscono ai Personal Trainer:
1. Non sostituirsi al medico specialista.
2. Rispettare i parametri specifici indicati dallo specialista: frequenza, intensità, durata, tipologia di esercizio.
3. Tradurre i parametri dello specialista in attività motorie.
4. Utilizzare sempre il cardiofrequenzimetro, oppure il metodo “ la scala di Borg” oppure ancora il talk test laddove non si può usare la f.c. per uso di farmaci che possono modificare la risposta cardiaca.
5. Controllare la pressione arteriosa prima, durante e dopo l’allenamento, nel caso in cui la p.s.a. 220 mmhg p.s.d. 120 mmhg bisogna interrompere l’allenamento.
6. Controllare la glicemia capillare (diabete) destro stick.
7. Evitare contrazioni isometriche.
8. Evitare gli esercizi dove la testa si trova sotto al piano traverso.
9. Scegliere di allenare le grosse catene cinematiche e meno le resistenze periferiche.
10. Sospendere l’allenamento in caso di dolore anginoso, di dispnea o di vertigini ed in caso di situazioni gravi chiamare il 118 e/o essere pronti per attivarsi con il DAE.

In sostanza e in conclusione, nell’ambito dell’allenamento di soggetti cardiopatici, ai Personal Trainer sono richieste grande consapevolezza e alte competenze tecniche, preparazione e formazione adeguate, e specifiche capacità di comunicazione ed interazione, tutte caratteristiche volte a migliorare la salute della persona senza comprometterne le funzionalità cardiocircolatorie di base.

Pubblicato in Performance n. 3 - 2018
Giovedì, 20 December 2018 09:56

Scoliosi e sport

LA PRATICA SPORTIVA È UN TASSELLO FONDAMENTALE PER LA CURA DELLA SCOLIOSI


In questo numero il Prof. Massimiliano Noseda ci propone una visione ampia e dettagliata delle principali discipline sportive indicate per i soggetti affetti da scoliosi: benefici e falsi miti.


Il termine scoliosi deriva dal greco skolios e significa storto. Indica una patologia muscoloscheletrica dell’accrescimento che interessa il rachide e colpisce prevalentemente il genere femminile in circa 7 casi su 10. Fatta eccezione per casi particolari come le forme congenite, quelle postraumatiche, quelle successive ad importante malnutrizione o all’insorgenza di patologie neurodegenerative che meriterebbero un discorso a parte, la scoliosi idiopatica si manifesta e si aggrava tipicamente durante la pubertà, quando lo sviluppo osseo è di norma anticipato e preponderante rispetto a quello muscolare, per poi stabilizzarsi al termine della crescita. Da ciò si evince che un attento e continuo monitoraggio negli anni dello sviluppo risulta fondamentale sia per diagnosticare la patologia precocemente sia per trattarla e seguirla nel tempo al fine di rallentarne l’evoluzione naturale ed adottare le misure correttive possibili ovvero una ginnastica riabilitativa personalizzata e l’utilizzo del corsetto se indicato. Relativamente all’attività sportiva invece la scoliosi non controindica la pratica di alcuna disciplina. Al contrario negli anni dello sviluppo lo sport porta innegabili benefici tra cui un miglior sviluppo di qualità muscolo-articolari come forza, resistenza e articolarità, l’incremento della performance cardiopolmonare, l’ottimizzazione della postura e della coordinazione neuromotoria, oltre a benefici psicologico-relazionali come l’accettazione del sé, lo sviluppo dell’autostima, il saper vincere ma anche il saper perdere. Tuttavia, c’è un aspetto quantitativo da considerare. E’ sempre bene consultare uno specialista fisiatra o ortopedico esperto di patologie dell’accrescimento nei casi più gravi, ovvero quando la scoliosi supera i 30°, ma anche quando l’impegno fisico eccede le due volte alla settimana per valutare se il carico di lavoro proposto non sia eccessivo e possa inficiare i benefici attesi. Questo accorgimento è però valido anche per il soggetto in fase di crescita in assenza di scoliosi che potrebbe risentire degli effetti negativi conseguenti ad un carico di lavoro esagerato. Inoltre, altrettanto pericolosa sulla possibile evoluzione della patologia può essere la sedentarietà spinta che priverebbe l’organismo di tutti i benefici precedentemente elencati. Sembra quindi che l’antico detto latino in medio stat virtus, ovvero la virtù sta nel mezzo, si addica anche alla pratica sportiva del soggetto con scoliosi.

Altro aspetto che poi deve essere ben chiaro, sia al diretto interessato sia alla sua famiglia, è quello che lo sport non rappresenta la terapia della scoliosi ma costituisce un importante stimolo ad un corretto sviluppo che è bene non far mancare a qualsiasi soggetto in fase di crescita a prescindere dalla presenza o meno di scoliosi. Solo infatti un programma riabilitativo, inclusivo sia di esercizi di stabilizzazione del tronco sia di interventi di tipo cognitivo-comportamentale, oltre che personalizzato ed effettuato con costanza quotidiana, sarà in grado di fornire al rachide le giuste sollecitazioni correttive in aggiunta all’eventuale corsetto. L’utilizzo di quest’ultimo ausilio durante l’attività sportiva dovrà invece essere concordata col medico sulla base delle ore di libertà preventivate che la pratica di una disciplina sportiva non dovrebbe modificare. Deve essere invece necessariamente rimosso per ovvi motivi pratici in sport come il nuoto o l’atletica durante i salti mentre risulta di norma ben gestito in tutti gli altri casi in quanto un bustino correttivo deve essere innanzitutto comodo e quindi deve poter garantire scioltezza di movimento a livello sia del bacino sia dei quattro arti. I rari casi di abbandono dello sport imputabili al corsetto sembrerebbero essere infatti per lo più dovuti a motivazioni psicologiche tra cui primeggiano la scarsa accettazione estetica dell’ausilio e il timore del giudizio altrui. Dovendo essere praticata per anni, l’attività sportiva deve infine considerare soprattutto il gradimento dell’interessato anche in quanto non ci sono studi che indicano vantaggi aggiuntivi per alcune discipline rispetto ad altre.

Crolla quindi il vecchio mito del nuoto che si è dimostrato essere legato solamente ad infondati pregiudizi. Inoltre, questa disciplina presenta alcuni innegabili svantaggi come quello di non essere effettuata in carico, attività di per sé già allenante la muscolatura del rachide, o quello di poter indurre un collasso posturale, se praticato intensamente, in quanto allenerebbe principalmente la muscolatura prossimale dei quattro arti e non quella del tronco. Resta invece consigliata la preferenza per il dorso rispetto ad altri stili come il delfino o la rana. Quest’ultima infatti potrebbe accentuare durante la fase di respirazione la lordosi lombare, aspetto che è invece da correggere in molti soggetti scoliotici. è possibile poi valutare anche la pratica di alcuni sport considerati asimmetrici come il tennis a patto di inserire degli esercizi di compensazione in fase di preparazione atletica e di rispettare l’impegno quotidiano con la propria ginnastica medica. Si noti inoltre che la pallavolo, un tempo considerata a torto asimmetrica, presenta la maggior parte della gestualità simmetrica (bagher, muro, alzata, etc ) e limita il gesto unilaterale a poche azioni come la battuta e la schiacciata e pertanto non presenta particolari controindicazioni in quanto è fisiologico che un destrimane utilizzi maggiormente l’arto superiore destro nella maggior parte delle attività quotidiane e viceversa il mancino. Infine, generalmente non presenta particolari controindicazioni neppure l’equitazione che anzi allena la muscolatura paravertebrale oltre ad equilibrio e postura.
Può essere tuttavia vietata in caso di patologie associate come grave osteoporosi o instabilità della cerniera cranio-cervicale. Diverso è invece il caso di danzatrici e ginnaste che sembrano avere un’incidenza maggiore di scoliosi verosimilmente associata all’iperlassità legamentosa spesso dovuta sia alla predisposizione genetica necessaria per eccellere in queste discipline sia agli stimoli indotti da queste particolari attività sportive.
Qui il giudizio di idoneità potrebbe essere oggettivamente più complesso.

Pubblicato in Performance n. 3 - 2018
Martedì, 28 August 2018 10:00

Medicina rigenerativa e cellule staminali

ATTUALI APPLICAZIONI IN AMBITO ORTOPEDICO-SPORTIVO


In questo numero di “Performance”, Massimiliano Noseda, medico specialista in Medicina fisica e riabilitazione e in Igiene e medicina preventiva, nonché docente universitario ci parla della medicina riabilitativa e delle cellule staminali, un argomento che non deve spaventare, ma incuriosire soprattutto i numerosi docenti di fitness che possono apprendere nozioni aggiuntive da trasmettere ai propri allievi sulle attuali applicazioni in ambito ortopedico-sportivo, considerando l’alta diffusione delle patologie articolari.


Con il termine medicina rigenerativa si intende una nuova e promettente branca medica che può avere sia la finalità di contrastare il naturale invecchiamento biologico sia quella di trattare differenti patologie di tipo traumatico o degenerativo in modo conservativo, ovvero senza far ricorso alla chirurgia classica come ad esempio quella protesica, che in questo modo può essere procrastinata e in alcuni casi anche evitata. La metodica si utilizza già da anni con successo in vari campi della medicina come l’ambito oculistico dove è largamente impiegata nella cura delle maculopatie su base degenerativa o quello estetico plastico ricostruttivo, sia con finalità volumizzante e riempitiva, sia nella correzione di inestetismi da perdita di sostanza di natura postraumatica o iatrogena. Da circa tre anni è iniziato il suo uso anche in ambito ortopedico-sportivo per il trattamento di diverse patologie traumatiche e degenerative a livello sia osteoarticolare sia muscolotendineo. Può essere impiegata quindi in qualsiasi distretto anatomico nella cura di ritardi di consolidamento, artrosi, condropatie, meniscopatie e tendinopatie prima di ricorrere alla chirurgia classica quando le cure conservative di tipo farmacologo e riabilitativo non hanno portato al successo sperato. Tale metodica si effettua a livello ambulatoriale, prevede la presenza simultanea di un ortopedico e di un anestesista e richiede un tempo medio di esecuzione di circa 40 – 60 minuti. Si effettua in anestesia locale con eventuale blanda sedazione e consiste in un autoinnesto di tessuto adiposo. In pratica si effettua un piccolo prelievo dall’adipe dal paziente, tipicamente dalla regione addominale o dai fianchi, mediante un ago cannula. Il materiale così raccolto viene aspirato in un sistema di filtrazione chiuso e sterile che permette di separare tramite centrifugazione i residui oleosi dalle cellule mesenchimali attivate. Queste ultime costituiscono un particolare tipo di cellula staminale che, reiniettata sempre nella stessa seduta nella regione da trattare mediante guida ecografica o radiologica, è in grado di stimolare nella nuova sede di inoculo i processi riparativi naturali dell’organismo stesso. A scopo puramente esemplificativo se tali cellule vengono utilizzate nel trattamento di una condropatia cartilaginea saranno in grado non solo di trasformarsi in condrociti, ovvero nelle cellule di cui la cartilagine è naturalmente costituita, ma anche di attivare localmente i processi antinfiammatori naturali e di integrarsi armonicamente con le cellule indigene, cioè già presenti in tale sede. La procedura descritta consente di trattare più distretti corporei nella stessa seduta e porta a un miglioramento significativo e progressivo in termini sia di riduzione del dolore sia di recupero funzionale. Inoltre a differenza di altre tecniche, come il prelievo del midollo osseo dalla cresta iliaca precedentemente utilizzato, non c’è perdita di tono muscolare, poiché il soggetto riprende nel giro di un paio di giorni le sue consuete attività lavorative o sportive senza dover sottostare ad alcun periodo di immobilizzazione forzata. Non vengono poi effettuate incisioni importanti nella sede di prelievo e pertanto non sussiste il rischio né di perdita ematica cospicua né di esisti cicatriziali evidenti e indesiderati. Si noti infine che trattandosi di un innesto di tessuto adiposo prelevato dal paziente stesso non vi è neppure rischio di rigetto e che, considerata la mininvasività della metodica, le comuni complicanze ortopediche associate a ogni procedura chirurgica, come infezioni ed eventi vascolari avversi, sono davvero molto rare e ridotte al minimo. L’utilizzo in ambito ortopedico-sportivo delle cellule mesenchimali è quindi non solo possibile ma anche già concretamente attuabile in molte strutture sanitarie ortopedico-riabilitative con indubbio beneficio per il paziente. Tuttavia, proprio la relativa giovinezza della metodica e quindi anche il breve tempo di osservazione dei soggetti a oggi trattati non ci consentono di conoscere la durata reale del trattamento ovvero di sapere se la gestione di ogni paziente richiede sempre e solamente una singola seduta o se nel corso degli anni questa procedura deve essere ripetuta e con quale frequenza. Di certo comunque al fine di ottimizzare e mantenere il beneficio ottenuto l’innesto con cellule staminali mesenchimali deve essere successivamente e costantemente integrato non solo con una dieta personalizzata in grado di controllare il peso corporeo e prevenire il sovrappeso, ma anche con sane abitudini motorie quotidiane e autonome in grado di mantenere localmente forza e trofismo muscolare.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2018

“CIÒ CHE MAGGIORMENTE HA DATO UN RISULTATO APPREZZABILE È STATO L’AVERE SOMMINISTRATO, DOPO LO STRETCHING ANALITICO, UNA SEDUTA DI 15 MINUTI DI TECARTERAPIA IN MODALITÀ CAPACITIVA, SUBITO SEGUITA DA UN MASSAGGIO DECONTRATTURANTE NON TROPPO PROFONDO E DA 15 MINUTI DI RIPOSO IN POSIZIONE SUPINA.”

Di quanto sia importante il recupero nel post allenamento e di come si possa massimizzare tale corridoio temporale si è già parlato molto; ma, senza scomodare la curva della Supercompensazione o il concetto di Omeostasi del dr. Cannon, potremmo una volta tanto cambiare prospettiva.
Generalmente si riconduce la durata della seduta allenante a 60’-70’, tempo variabile a seconda dei soggetti, viste le innumerevoli differenze interindividuali. Successivamente all’allenamento, si può riposare (recupero passivo), si può svolgere dell’attività motoria leggera non organizzata come una passeggiata (recupero attivo), si può terminare la sessione con dello stretching, eventualmente anche molto tecnico come il P.N.F.
La pratica clinica quotidiana mi ha portato, insieme al gruppo di lavoro che guido da qualche anno, a provare un approccio diverso al problema “recupero” mostrando risultati davvero incoraggianti. Mi sono infatti chiesto se una seduta di massaggio decontratturante immediatamente post workout, un’applicazione di circa 10’ di Tecarterapia, l’elettrostimolazione, lo stretching passivo, l’abbinamento di tutte queste variabili, o solo di alcune, potesse accelerare in misura apprezzabile i processi di riparazione e ripristino strutturale, permettendo una nuova e altrettanto intensa sessione di allenamento a distanza di 24 ore.

Inizialmente l’attenzione è stata focalizzata sul programma di allenamento e sull’atleta, una scelta non ovvia dato che, nel caso specifico, si è trattato di parametrare il “fortunato” su base quotidiana/settimanale/mensile: appetito, irritabilità, aggressività, ritmo sonno-veglia, insorgenza di crampi, qualità delle urine, ph, emocromo, etc… Il programma (forza submassimale) è stato seguito per 4 settimane, per 5 sessioni su un microciclo di 7 giorni, senza cambiamenti nella struttura, annotando qualunque specifica di ogni sessione per poter confrontare in maniera capillare ciascuna settimana con la precedente. Alla fine di ogni sessione, il volontario è stato sottoposto a una delle pratiche sopra elencate in forma cumulativa e incrociata in maniera incrementale su base giornaliera. Al termine di ogni settimana sono stati valutati l’emocromo, il ph, le urine, lo stato di benessere/malessere generale e, banalmente, il risultato sul campo. La raccolta dati ha coinvolto 3 persone, oltre a me in qualità di supervisore/operatore, ed è stata effettuata la ripresa video di ogni sessione utilizzando la match analysis, in modo da poter eseguire confronti su perizia tecnica, capacità raggiunte, frequenza cardiaca, vascolarizzazione, etc… A distanza di 4 settimane dall’inizio del programma, i dati raccolti sono stati esaminati per trarre delle conclusioni. La settimana successiva all’analisi dei dati, assieme al gruppo di lavoro abbiamo dato inizio a un nuovo progetto su base mensile, identico ma con un nuovo atleta; il tutto si è ripetuto nuovamente, per un totale di 3 casi esaminati nell’arco di poco più di tre mesi. Questi i risultati, incredibilmente simili nei coefficienti percentuali:

tabella7

Riassumendo, ciò che maggiormente ha dato un risultato apprezzabile è stato l’avere somministrato, dopo lo stretching analitico, una seduta di 15 minuti di Tecarterapia in modalità capacitiva, subito seguita da un massaggio decontratturante non troppo profondo e da 15 minuti di riposo in posizione supina. Il massaggio decontratturante come tecnica ausiliaria a fini prestazionali e non terapeutici ha mostrato di apportare immediato sollievo e senso di leggerezza dell’area trattata in differita: le fasce muscolari, aiutate a riposizionarsi in allungamento, non hanno dunque prodotto le classiche retrazioni a livello delle catene cinetiche.

La Tecar come terapia antalgica ha fatto da amplificatore, contribuendo a evitare sin da subito l’instaurarsi di fastidiose infiammazioni sia a livello fasciale che a livello connettivale. Il sonno non profondo ma inserito immediatamente dopo le pratiche elencate, ha donato infine un ulteriore senso di benessere agendo sul cortisolo plasmatico post esercizio in senso migliorativo. Attualmente stiamo pianificando una nuova ricerca che abbia come focus il genere femminile; l’ipotesi di partenza, che vorrei verificare, si orienta verso la ricerca di risultati percentualmente migliori, stante una partenza per natura limitata da un sistema endocrino-ormonale meno premiante.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2018

Allenarsi, ognuno lo fa quando può. C’è chi preferisce al mattino appena sveglio per avere una sferzata di energia, chi la pausa pranzo per ottimizzare i tempi e chi infine per liberarsi dallo stress della giornata. Ma spesso ci si chiede: c’è un momento giusto della giornata per allenarsi? La cronobiologia, ossia la scienza che studia i fenomeni periodici negli organismi viventi e il loro adattamento al ritmo della luce e del buio, rivela che anche lo sport ha ‘effetti’ diversi a seconda dell’ora in cui lo si pratica. L’allenamento appena svegli e prima di fare colazione, è il più efficace per bruciare calorie e perdere peso. Se invece si vuole aumentare la massa muscolare, l’ideale è il pomeriggio. Se al contrario si vuole sfruttare il momento della giornata in cui l’energia è al massimo, gli orari pre-serali sono i migliori. Tutto questo deriva dal fatto che l’organismo umano libera alcuni ormoni e regola la temperatura in modo differenziato in vari orari della giornata, seguendo un ben preciso orologio biologico interiore: i cosiddetti ritmi circadiani.

Di primo mattino, si verifica uno dei picchi quotidiani di Gh (Growth Hormone), l’ormone della crescita, e anche di cortisolo, anch’esso molto attivo nel consumo dei grassi.

Nel pomeriggio, invece, si impennano il testosterone (oltre che di mattino tra le 6 e le 7), e l’adrenalina, per cui è il momento giusto per il lavoro di potenziamento e di tonificazione muscolare. Il pomeriggio è anche il momento della giornata in cui i muscoli sono più elastici e al massimo della loro efficienza. Va bene, quindi, lavorare con i carichi elevati. Meglio invece evitare di fare sport quando lo stomaco è impegnato nella digestione. Dopo le 19 i ritmi del corpo cambiano, per predisporre al riposto notturno. La temperatura corporea inizia a diminuire e i livelli ormonali si abbassano. Chi lo desidera può comunque andare in palestra, e allenarsi è meglio che non farlo. Occorre però tener conto del fatto che l’attività fisica, soprattutto se intensa, può interferire con i ritmi circadiani e rendere più difficile il sonno. Meglio quindi prevedere almeno un paio di ore prima di andare a letto, dedicare l’ultima fase della sessione allo stretching e al defaticamento e concedersi un bagno caldo e rilassante. 

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