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PERSONAL TRAINING O RIEDUCAZIONE FUNZIONALE?

Scritto da dott. Paolo Roccuzzo

LA FORMAZIONE CONTINUA E MULTIDISCIPLINARE DEL PROFESSIONISTA DEL FITNESS È UN’ESIGENZA DI MERCATO SEMPRE PIÙ EVIDENTE PER RIVEDERE, RIORGANIZZARE E RISOLVERE SITUAZIONI LEGATE ALLA SALUTE DELLA CLIENTELA OGGI PIÙ CHE MAI BISOGNOSA DI ATTENZIONI E DI COMPETENZE TECNICHE SPECIALISTICHE.


Oggi più che mai, la figura del personal trainer, risulta nota e integrata nel tessuto sociale delle professioni; gli ultimi venti anni hanno visto affermarsi ed evolversi tale professionista che, sia detto, spesso anticipa tendenze di mercato mediante una formazione continua e sempre più a 360°. Il problema nasce proprio dalle caratteristiche di tale figura professionale: risulta insito nel suo DNA il dover affrontare esigenze che spaziano a livello multidisciplinare, incontrando spesso sul suo cammino l’ostacolo degli albi professionali.
Ancor più evidente oggi la presenza di un’utenza sempre più bisognosa di attenzioni e dunque di competenze tecniche specialistiche.
Se un tempo, i sani erano più dei non sani ed era pensabile frequentare uno studio di PT o un centro sportivo per preparare la maratona di New York, oggi e sempre più di frequente, la clientela si rivolge al professionista del fitness per rivedere, riorganizzare, risolvere situazioni legate a una salute oggettivamente bisognosa di attenzione o percepita come tale. Si potrebbe dire dunque come oggi più che mai siamo chiamati come categoria, a essere solidamente preparati a intervenire.
Gli infortuni (figure 1 e 2) da attività sportiva o da gesto professionale sono frequenti e vedono ai primi posti gli sport da contatto (il gioco del calcio al primo posto con un 53 % di incidenza) e le attività professionali con reiterazione di gesti obbligatori.
I professionisti che per primi se ne occupano e che spesso cooperano in equipe sono quelli sanitari, ma anche il personal trainer che li affianca ha grande responsabilità proprio perché nella catena di comando dopo la fase acuta e quella subacuta, inizia quella riabilitativa e infine quella di riatletizzazione, e proprio in queste due può dare grande apporto facendo la differenza. Queste due fasi ultime, dicevamo, sono fondamentali perché il corpo rimesso in condizione di funzionalità quotidiana possa rivolgersi al ripotenziamento per riprendere un gesto tecnico specifico.
La rieducazione funzionale coincide con il periodo della parte riabilitativa, allorché la lesione, messo in sicurezza il segmento offeso, ha assunto carattere di remissione per cui si può metter mano ai processi che dalla forza conducono all’ ipertrofia e da questa condizione a qualsivoglia qualità (ricordiamo come nell’ arco del macrociclo annuale ogni sportivo in preparazione atletica coltivi funzionalmente queste due qualità importantissime che possono poi essere piegate alle esigenze di tutte le discipline sportive).
Alla base di tale processo virtuoso abbiamo il concetto di lesione reversibile, che interrompe evidentemente un percorso virtuoso ma sempre riconquistabile. Quel che dovremmo chiarire a tal proposito è il ruolo che il PT, inserito in un progetto di lavoro, riveste al fianco del fisioterapista o dell’osteopata.
Questi, può essere visto come un “traduttore” perché dovrà curare un parte di lavoro propriocettiva, una di auto-massaggio, una di rinforzo ( la rieducazione funzionale appunto), una di stretching.
Le fasi, inquadrate in un percorso di rieducazione funzionale, tengono conto della necessità di costruire l’edificio-corpo in post-infortunio dopo il primo doveroso periodo demandato alla perizia dell’operatore sanitario.

rieducazione 1

Il concetto schematizzato di trauma

La soglia del dolore e dell’infiammazione devono necessariamente essere attenzionate e contenute fino al momento in cui una ripresa di lavoro più tecnico e con i sovraccarichi, in cui le catene cinetiche più ampie vengono sollecitate, vada a innestarsi sui segmenti ricondizionati, innescando a cascata i primi meccanismi ormonali di costruzione.

rieducazione 2

Il post-infortunio in uno schema-tipo

Il lavoro, come accennato, deve essere per cicli sovrapposti incrementali che partono dall’aspetto propriocettivo (con palloncini ufo, bosu, ring del  pilates, foam roller di varia densità, elastiband ecc.) e vengono affiancati da quello dell’auto-massaggio (con palline da tennis, siluri morbidi, palline a riccio ecc.) e solo successivamente da quello della ripresa muscolare pura (in principio con lavori di tonificazione circuitati con carichi modesti e ripetizioni medio-alte) che viene a essere completato dal lavoro di stretching (inizialmente statico, in seguito dinamico e di tipo P.N.F.).
La capacità organizzativa del PT (magari con l’ausilio del lavoro di mental coaching, oggi sempre più indispensabile) consiste nell’innestare gradualmente con un modello di piano di azione ad hoc creato (figura 03), le quattro fasi ogni due settimane senza eliminarle, una dopo l’ altra,  arrivando a distanza di 12 settimane dal passaggio di consegna da parte dei sanitari a gestire un lavoro multidisciplinare che consti di 4-5 sessioni settimanali da circa un’ora o poco più ciascuna.

Il lavoro di riatletizzazione sarà poi l’ultima tappa di tale processo, e a questo dedicheremo altro approfondimento doveroso, stante la notevole completezza richiesta come qualità acquisite, perché si possa pensare di ritornare a indossare i panni dell’atleta che si possedevano prima dell’evento lesivo.

rieducazione 3

Esempio di piano d'azione

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