Il nuovo anno è iniziato con una nuova sfida, quella lanciata dal team di Google Fit che ha introdotto una funzionalità aggiuntiva all’applicazione con l’idea di spronare gli utenti a svolgere più attività fisica e, al contempo, creare una community dinamica e vivace. Il concetto è semplice: più ci si allena più punti-cuore si guadagnano per riuscire a raggiungere il traguardo mensile.

L’idea è stata sviluppata in collaborazione con l’American Heart Association, che ha indicato l’assegnazione di 150 punti-cuore come punteggio minimo settimanale per uno stile di vita sano ed equilibrato. Questi speciali punti vengono attribuiti per la pratica di determinate attività fisiche, come la corsa o il ciclismo, ma l’applicazione tiene in considerazione anche dei benefici derivanti da semplici passeggiate o dal salire/scendere le scale.

L’iniziativa è promossa grazie al sostegno di 36 fitness influencer di fama globale che quotidianamente condividono video su Instagram e YouTube in cui si mostrano intenti ad accumulare i loro punti-cuore. Per stimolare la competizione tra i partecipanti, Google Fit ha infine creato l’apposito hashtag #GetFitWithGoogle. Non ci sono premi in palio, ma la salute fisica degli sfidanti ne trarrà sicuramente un notevole beneficio!  

Pubblicato in Fitness news
Giovedì, 20 December 2018 09:59

Personal Trainer e patologie cardiovascolari

10 REGOLE DI BASE PER UN ALLENAMENTO SICURO ED EFFICACE

Con l’acronimo MCV (malattie cardiovascolari) si sta ad indicare tutte le malattie del cuore e del sistema vascolare. L’approccio di un Personal Trainer che voglia lavorare in sicurezza con persone affette da simili disfunzioni non può prescindere dal considerare l’aspetto patologico e specifico dei singoli casi; e ovviamente proprio per la natura complessa e varia di tali patologie non ci si può esimere dalla stretta collaborazione di medici specialisti.
Il ruolo di chi allena è quello di sviluppare un programma in linea con le direttive del cardiologo il quale autorizza l’allenamento di persone con simili patologie e da questo punto di vista è importante che i Personal Trainer conoscano le caratteristiche principali della fisiopatologia delle più diffuse patologie cardiovascolari come il Diabete tipo 1 e 2, l’Angina Pectoris e l’ipertensione arteriosa.

IL DIABETE MELLITO DI TIPO 1
Le cause della carenza grave o assoluta di insulina nel diabete di primo tipo sono legate a una reazione autoimmune che colpisce le cellule del pancreas deputate alla sintesi dell’ormone; Tuttavia le cause di tale reazione autoimmune sono poco conosciute: si presume che possano essere di tipo genetico o di sollecitazione endogena o esogena. Il soggetto diabetico di tipo 1 necessita della somministrazione di insulina esogena, vale a dire di una forma sintetica dell’ormone, analoga a quella naturale. Questa terapia generalmente non compromette le normali attività quotidiane e dev’essere seguita a tempo indeterminato; per questo i diabetici tipo 1 vengono istruiti e addestrati all’autogestione della terapia farmacologica con insulina. Se non trattato, il diabete mellito tipo 1 causa varie complicazioni gravi, sia acute, sia croniche, oltre ad altre complicazioni di natura collaterale che si basano sull’ipoglicemia provocata dalla somministrazione di una dose eccessiva di insulina. Il diabete mellito tipo 1 rappresenta il 5-10% dei casi complessivi di diabete nel mondo e ha un esordio sempre brusco più spesso durante l’infanzia e l’adolescenza (può comunque manifestarsi anche in età adulta in soggetti predisposti).

IL DIABETE DI TIPO 2
Tra le principali cause la componente genetica svolge un ruolo più importante rispetto al diabete di tipo 1, anche se il DT2 non può essere considerato una malattia ereditaria. Non sono, ovviamente, da trascurare fattori ambientali e individuali quali ad esempio il sovrappeso e l’obesità. Anche la vita sedentaria e un’alimentazione sbilanciata concorrono all’insorgenza del diabete di tipo 2 in soggetti predisposti. A differenza del DT1 il problema principale nel diabete di tipo 2 non è la scarsità o la mancanza di insulina (che spesso è addirittura prodotta in elevate quantità), ma un fenomeno chiamato resistenza insulinica o insulino-resistenza, cioè l’incapacità da parte delle cellule dell’organismo di utilizzare l’insulina. Il diabete di tipo 2 compare più spesso nel soggetto adulto o anziano (dopo i 35-40 anni) anche se di recente stanno aumentando anche i casi di DT2 nei giovani adulti e negli adolescenti (soprattutto negli USA), in rapporto all’aumento del peso medio di tale fascia d’età, in cui è sempre più frequente la presenza di soggetti obesi; basti pensare che circa l’80% dei diabetici tipo2 sono soggetti in sovrappeso con un tipico accumulo di grasso prevalentemente addominale (il cosiddetto grasso viscerale) che è dunque considerato associato anche a un maggior rischio cardiovascolare.

ANGINA PECTORIS
Il termine Angina Pectoris deriva dai termini latini Angina=dolore e Pectoris=petto. Si tratta di una sindrome caratterizzata da dolore nella regione retrosternale, talvolta irradiato al lato ulnare del braccio sinistro e alle spalle. Il senso di costrizione al petto, caratterizzante il dolore percepito, è causato dalla temporanea diminuzione del flusso di sangue alle cellule del cuore (ischemia miocardica transitoria) che risulta insufficiente per soddisfare le esigenze del miocardio. La reversibilità di questa condizione differenzia l’angina dall’infarto; quest’ultimo si presenta come un evento ben più grave che si associa a necrosi (morte) di una parte più o meno estesa del cuore. L’apporto di sangue al miocardio può diventare insufficiente rispetto alle necessità del cuore stesso già in condizioni di riposo oppure durante uno sforzo fisico (salire le scale, sollevare e/o trasportare un oggetto pesante ecc.). Anche le diverse forme di stress in genere possono essere causa della comparsa della malattia.

L’IPERTENSIONE ARTERIOSA
Si tratta di uno stato in cui la pressione arteriosa a riposo risulta, in modo costante e non occasionale, più alta rispetto agli standard fisiologici considerati normali. L’ipertensione è conosciuta anche come “killer silenzioso”, poiché non comporta alcun sintomo, agisce nell’ombra e degenerando in complicanze importanti, può essere causa di morte. Colpisce circa il 20% della popolazione adulta e rappresenta uno dei maggiori problemi clinici dei tempi moderni; per questo possiamo definirla una tra le malattie più diffuse nei Paesi industrializzati. La cura dell’ipertensione si fonda sull’importante obiettivo di riportare nella norma i livelli pressori alterati. A tale scopo è fondamentale: ridurre il consumo di sale, seguire una dieta sana ed equilibrata, seguire (quando necessario) una terapia farmacologica appropriata, curare, se conosciuta, in modo specifico la causa dell’innalzamento patologico della pressione arteriosa e praticare regolarmente l’attività fisica. Affidarsi ad un esperto operatore del Fitness e del Wellness è certamente la prima regola da suggerire ad un soggetto affetto da specifica patologia cardiovascolare, ma un PT competente e altamente professionale ha un decalogo di regole ben più specifico da rispettare.

Ecco le 10 importanti regole che si suggeriscono ai Personal Trainer:
1. Non sostituirsi al medico specialista.
2. Rispettare i parametri specifici indicati dallo specialista: frequenza, intensità, durata, tipologia di esercizio.
3. Tradurre i parametri dello specialista in attività motorie.
4. Utilizzare sempre il cardiofrequenzimetro, oppure il metodo “ la scala di Borg” oppure ancora il talk test laddove non si può usare la f.c. per uso di farmaci che possono modificare la risposta cardiaca.
5. Controllare la pressione arteriosa prima, durante e dopo l’allenamento, nel caso in cui la p.s.a. 220 mmhg p.s.d. 120 mmhg bisogna interrompere l’allenamento.
6. Controllare la glicemia capillare (diabete) destro stick.
7. Evitare contrazioni isometriche.
8. Evitare gli esercizi dove la testa si trova sotto al piano traverso.
9. Scegliere di allenare le grosse catene cinematiche e meno le resistenze periferiche.
10. Sospendere l’allenamento in caso di dolore anginoso, di dispnea o di vertigini ed in caso di situazioni gravi chiamare il 118 e/o essere pronti per attivarsi con il DAE.

In sostanza e in conclusione, nell’ambito dell’allenamento di soggetti cardiopatici, ai Personal Trainer sono richieste grande consapevolezza e alte competenze tecniche, preparazione e formazione adeguate, e specifiche capacità di comunicazione ed interazione, tutte caratteristiche volte a migliorare la salute della persona senza comprometterne le funzionalità cardiocircolatorie di base.

Pubblicato in Performance n. 3 - 2018
Giovedì, 20 December 2018 09:56

Scoliosi e sport

LA PRATICA SPORTIVA È UN TASSELLO FONDAMENTALE PER LA CURA DELLA SCOLIOSI


In questo numero il Prof. Massimiliano Noseda ci propone una visione ampia e dettagliata delle principali discipline sportive indicate per i soggetti affetti da scoliosi: benefici e falsi miti.


Il termine scoliosi deriva dal greco skolios e significa storto. Indica una patologia muscoloscheletrica dell’accrescimento che interessa il rachide e colpisce prevalentemente il genere femminile in circa 7 casi su 10. Fatta eccezione per casi particolari come le forme congenite, quelle postraumatiche, quelle successive ad importante malnutrizione o all’insorgenza di patologie neurodegenerative che meriterebbero un discorso a parte, la scoliosi idiopatica si manifesta e si aggrava tipicamente durante la pubertà, quando lo sviluppo osseo è di norma anticipato e preponderante rispetto a quello muscolare, per poi stabilizzarsi al termine della crescita. Da ciò si evince che un attento e continuo monitoraggio negli anni dello sviluppo risulta fondamentale sia per diagnosticare la patologia precocemente sia per trattarla e seguirla nel tempo al fine di rallentarne l’evoluzione naturale ed adottare le misure correttive possibili ovvero una ginnastica riabilitativa personalizzata e l’utilizzo del corsetto se indicato. Relativamente all’attività sportiva invece la scoliosi non controindica la pratica di alcuna disciplina. Al contrario negli anni dello sviluppo lo sport porta innegabili benefici tra cui un miglior sviluppo di qualità muscolo-articolari come forza, resistenza e articolarità, l’incremento della performance cardiopolmonare, l’ottimizzazione della postura e della coordinazione neuromotoria, oltre a benefici psicologico-relazionali come l’accettazione del sé, lo sviluppo dell’autostima, il saper vincere ma anche il saper perdere. Tuttavia, c’è un aspetto quantitativo da considerare. E’ sempre bene consultare uno specialista fisiatra o ortopedico esperto di patologie dell’accrescimento nei casi più gravi, ovvero quando la scoliosi supera i 30°, ma anche quando l’impegno fisico eccede le due volte alla settimana per valutare se il carico di lavoro proposto non sia eccessivo e possa inficiare i benefici attesi. Questo accorgimento è però valido anche per il soggetto in fase di crescita in assenza di scoliosi che potrebbe risentire degli effetti negativi conseguenti ad un carico di lavoro esagerato. Inoltre, altrettanto pericolosa sulla possibile evoluzione della patologia può essere la sedentarietà spinta che priverebbe l’organismo di tutti i benefici precedentemente elencati. Sembra quindi che l’antico detto latino in medio stat virtus, ovvero la virtù sta nel mezzo, si addica anche alla pratica sportiva del soggetto con scoliosi.

Altro aspetto che poi deve essere ben chiaro, sia al diretto interessato sia alla sua famiglia, è quello che lo sport non rappresenta la terapia della scoliosi ma costituisce un importante stimolo ad un corretto sviluppo che è bene non far mancare a qualsiasi soggetto in fase di crescita a prescindere dalla presenza o meno di scoliosi. Solo infatti un programma riabilitativo, inclusivo sia di esercizi di stabilizzazione del tronco sia di interventi di tipo cognitivo-comportamentale, oltre che personalizzato ed effettuato con costanza quotidiana, sarà in grado di fornire al rachide le giuste sollecitazioni correttive in aggiunta all’eventuale corsetto. L’utilizzo di quest’ultimo ausilio durante l’attività sportiva dovrà invece essere concordata col medico sulla base delle ore di libertà preventivate che la pratica di una disciplina sportiva non dovrebbe modificare. Deve essere invece necessariamente rimosso per ovvi motivi pratici in sport come il nuoto o l’atletica durante i salti mentre risulta di norma ben gestito in tutti gli altri casi in quanto un bustino correttivo deve essere innanzitutto comodo e quindi deve poter garantire scioltezza di movimento a livello sia del bacino sia dei quattro arti. I rari casi di abbandono dello sport imputabili al corsetto sembrerebbero essere infatti per lo più dovuti a motivazioni psicologiche tra cui primeggiano la scarsa accettazione estetica dell’ausilio e il timore del giudizio altrui. Dovendo essere praticata per anni, l’attività sportiva deve infine considerare soprattutto il gradimento dell’interessato anche in quanto non ci sono studi che indicano vantaggi aggiuntivi per alcune discipline rispetto ad altre.

Crolla quindi il vecchio mito del nuoto che si è dimostrato essere legato solamente ad infondati pregiudizi. Inoltre, questa disciplina presenta alcuni innegabili svantaggi come quello di non essere effettuata in carico, attività di per sé già allenante la muscolatura del rachide, o quello di poter indurre un collasso posturale, se praticato intensamente, in quanto allenerebbe principalmente la muscolatura prossimale dei quattro arti e non quella del tronco. Resta invece consigliata la preferenza per il dorso rispetto ad altri stili come il delfino o la rana. Quest’ultima infatti potrebbe accentuare durante la fase di respirazione la lordosi lombare, aspetto che è invece da correggere in molti soggetti scoliotici. è possibile poi valutare anche la pratica di alcuni sport considerati asimmetrici come il tennis a patto di inserire degli esercizi di compensazione in fase di preparazione atletica e di rispettare l’impegno quotidiano con la propria ginnastica medica. Si noti inoltre che la pallavolo, un tempo considerata a torto asimmetrica, presenta la maggior parte della gestualità simmetrica (bagher, muro, alzata, etc ) e limita il gesto unilaterale a poche azioni come la battuta e la schiacciata e pertanto non presenta particolari controindicazioni in quanto è fisiologico che un destrimane utilizzi maggiormente l’arto superiore destro nella maggior parte delle attività quotidiane e viceversa il mancino. Infine, generalmente non presenta particolari controindicazioni neppure l’equitazione che anzi allena la muscolatura paravertebrale oltre ad equilibrio e postura.
Può essere tuttavia vietata in caso di patologie associate come grave osteoporosi o instabilità della cerniera cranio-cervicale. Diverso è invece il caso di danzatrici e ginnaste che sembrano avere un’incidenza maggiore di scoliosi verosimilmente associata all’iperlassità legamentosa spesso dovuta sia alla predisposizione genetica necessaria per eccellere in queste discipline sia agli stimoli indotti da queste particolari attività sportive.
Qui il giudizio di idoneità potrebbe essere oggettivamente più complesso.

Pubblicato in Performance n. 3 - 2018
Martedì, 28 August 2018 10:00

Medicina rigenerativa e cellule staminali

ATTUALI APPLICAZIONI IN AMBITO ORTOPEDICO-SPORTIVO


In questo numero di “Performance”, Massimiliano Noseda, medico specialista in Medicina fisica e riabilitazione e in Igiene e medicina preventiva, nonché docente universitario ci parla della medicina riabilitativa e delle cellule staminali, un argomento che non deve spaventare, ma incuriosire soprattutto i numerosi docenti di fitness che possono apprendere nozioni aggiuntive da trasmettere ai propri allievi sulle attuali applicazioni in ambito ortopedico-sportivo, considerando l’alta diffusione delle patologie articolari.


Con il termine medicina rigenerativa si intende una nuova e promettente branca medica che può avere sia la finalità di contrastare il naturale invecchiamento biologico sia quella di trattare differenti patologie di tipo traumatico o degenerativo in modo conservativo, ovvero senza far ricorso alla chirurgia classica come ad esempio quella protesica, che in questo modo può essere procrastinata e in alcuni casi anche evitata. La metodica si utilizza già da anni con successo in vari campi della medicina come l’ambito oculistico dove è largamente impiegata nella cura delle maculopatie su base degenerativa o quello estetico plastico ricostruttivo, sia con finalità volumizzante e riempitiva, sia nella correzione di inestetismi da perdita di sostanza di natura postraumatica o iatrogena. Da circa tre anni è iniziato il suo uso anche in ambito ortopedico-sportivo per il trattamento di diverse patologie traumatiche e degenerative a livello sia osteoarticolare sia muscolotendineo. Può essere impiegata quindi in qualsiasi distretto anatomico nella cura di ritardi di consolidamento, artrosi, condropatie, meniscopatie e tendinopatie prima di ricorrere alla chirurgia classica quando le cure conservative di tipo farmacologo e riabilitativo non hanno portato al successo sperato. Tale metodica si effettua a livello ambulatoriale, prevede la presenza simultanea di un ortopedico e di un anestesista e richiede un tempo medio di esecuzione di circa 40 – 60 minuti. Si effettua in anestesia locale con eventuale blanda sedazione e consiste in un autoinnesto di tessuto adiposo. In pratica si effettua un piccolo prelievo dall’adipe dal paziente, tipicamente dalla regione addominale o dai fianchi, mediante un ago cannula. Il materiale così raccolto viene aspirato in un sistema di filtrazione chiuso e sterile che permette di separare tramite centrifugazione i residui oleosi dalle cellule mesenchimali attivate. Queste ultime costituiscono un particolare tipo di cellula staminale che, reiniettata sempre nella stessa seduta nella regione da trattare mediante guida ecografica o radiologica, è in grado di stimolare nella nuova sede di inoculo i processi riparativi naturali dell’organismo stesso. A scopo puramente esemplificativo se tali cellule vengono utilizzate nel trattamento di una condropatia cartilaginea saranno in grado non solo di trasformarsi in condrociti, ovvero nelle cellule di cui la cartilagine è naturalmente costituita, ma anche di attivare localmente i processi antinfiammatori naturali e di integrarsi armonicamente con le cellule indigene, cioè già presenti in tale sede. La procedura descritta consente di trattare più distretti corporei nella stessa seduta e porta a un miglioramento significativo e progressivo in termini sia di riduzione del dolore sia di recupero funzionale. Inoltre a differenza di altre tecniche, come il prelievo del midollo osseo dalla cresta iliaca precedentemente utilizzato, non c’è perdita di tono muscolare, poiché il soggetto riprende nel giro di un paio di giorni le sue consuete attività lavorative o sportive senza dover sottostare ad alcun periodo di immobilizzazione forzata. Non vengono poi effettuate incisioni importanti nella sede di prelievo e pertanto non sussiste il rischio né di perdita ematica cospicua né di esisti cicatriziali evidenti e indesiderati. Si noti infine che trattandosi di un innesto di tessuto adiposo prelevato dal paziente stesso non vi è neppure rischio di rigetto e che, considerata la mininvasività della metodica, le comuni complicanze ortopediche associate a ogni procedura chirurgica, come infezioni ed eventi vascolari avversi, sono davvero molto rare e ridotte al minimo. L’utilizzo in ambito ortopedico-sportivo delle cellule mesenchimali è quindi non solo possibile ma anche già concretamente attuabile in molte strutture sanitarie ortopedico-riabilitative con indubbio beneficio per il paziente. Tuttavia, proprio la relativa giovinezza della metodica e quindi anche il breve tempo di osservazione dei soggetti a oggi trattati non ci consentono di conoscere la durata reale del trattamento ovvero di sapere se la gestione di ogni paziente richiede sempre e solamente una singola seduta o se nel corso degli anni questa procedura deve essere ripetuta e con quale frequenza. Di certo comunque al fine di ottimizzare e mantenere il beneficio ottenuto l’innesto con cellule staminali mesenchimali deve essere successivamente e costantemente integrato non solo con una dieta personalizzata in grado di controllare il peso corporeo e prevenire il sovrappeso, ma anche con sane abitudini motorie quotidiane e autonome in grado di mantenere localmente forza e trofismo muscolare.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2018

“CIÒ CHE MAGGIORMENTE HA DATO UN RISULTATO APPREZZABILE È STATO L’AVERE SOMMINISTRATO, DOPO LO STRETCHING ANALITICO, UNA SEDUTA DI 15 MINUTI DI TECARTERAPIA IN MODALITÀ CAPACITIVA, SUBITO SEGUITA DA UN MASSAGGIO DECONTRATTURANTE NON TROPPO PROFONDO E DA 15 MINUTI DI RIPOSO IN POSIZIONE SUPINA.”

Di quanto sia importante il recupero nel post allenamento e di come si possa massimizzare tale corridoio temporale si è già parlato molto; ma, senza scomodare la curva della Supercompensazione o il concetto di Omeostasi del dr. Cannon, potremmo una volta tanto cambiare prospettiva.
Generalmente si riconduce la durata della seduta allenante a 60’-70’, tempo variabile a seconda dei soggetti, viste le innumerevoli differenze interindividuali. Successivamente all’allenamento, si può riposare (recupero passivo), si può svolgere dell’attività motoria leggera non organizzata come una passeggiata (recupero attivo), si può terminare la sessione con dello stretching, eventualmente anche molto tecnico come il P.N.F.
La pratica clinica quotidiana mi ha portato, insieme al gruppo di lavoro che guido da qualche anno, a provare un approccio diverso al problema “recupero” mostrando risultati davvero incoraggianti. Mi sono infatti chiesto se una seduta di massaggio decontratturante immediatamente post workout, un’applicazione di circa 10’ di Tecarterapia, l’elettrostimolazione, lo stretching passivo, l’abbinamento di tutte queste variabili, o solo di alcune, potesse accelerare in misura apprezzabile i processi di riparazione e ripristino strutturale, permettendo una nuova e altrettanto intensa sessione di allenamento a distanza di 24 ore.

Inizialmente l’attenzione è stata focalizzata sul programma di allenamento e sull’atleta, una scelta non ovvia dato che, nel caso specifico, si è trattato di parametrare il “fortunato” su base quotidiana/settimanale/mensile: appetito, irritabilità, aggressività, ritmo sonno-veglia, insorgenza di crampi, qualità delle urine, ph, emocromo, etc… Il programma (forza submassimale) è stato seguito per 4 settimane, per 5 sessioni su un microciclo di 7 giorni, senza cambiamenti nella struttura, annotando qualunque specifica di ogni sessione per poter confrontare in maniera capillare ciascuna settimana con la precedente. Alla fine di ogni sessione, il volontario è stato sottoposto a una delle pratiche sopra elencate in forma cumulativa e incrociata in maniera incrementale su base giornaliera. Al termine di ogni settimana sono stati valutati l’emocromo, il ph, le urine, lo stato di benessere/malessere generale e, banalmente, il risultato sul campo. La raccolta dati ha coinvolto 3 persone, oltre a me in qualità di supervisore/operatore, ed è stata effettuata la ripresa video di ogni sessione utilizzando la match analysis, in modo da poter eseguire confronti su perizia tecnica, capacità raggiunte, frequenza cardiaca, vascolarizzazione, etc… A distanza di 4 settimane dall’inizio del programma, i dati raccolti sono stati esaminati per trarre delle conclusioni. La settimana successiva all’analisi dei dati, assieme al gruppo di lavoro abbiamo dato inizio a un nuovo progetto su base mensile, identico ma con un nuovo atleta; il tutto si è ripetuto nuovamente, per un totale di 3 casi esaminati nell’arco di poco più di tre mesi. Questi i risultati, incredibilmente simili nei coefficienti percentuali:

tabella7

Riassumendo, ciò che maggiormente ha dato un risultato apprezzabile è stato l’avere somministrato, dopo lo stretching analitico, una seduta di 15 minuti di Tecarterapia in modalità capacitiva, subito seguita da un massaggio decontratturante non troppo profondo e da 15 minuti di riposo in posizione supina. Il massaggio decontratturante come tecnica ausiliaria a fini prestazionali e non terapeutici ha mostrato di apportare immediato sollievo e senso di leggerezza dell’area trattata in differita: le fasce muscolari, aiutate a riposizionarsi in allungamento, non hanno dunque prodotto le classiche retrazioni a livello delle catene cinetiche.

La Tecar come terapia antalgica ha fatto da amplificatore, contribuendo a evitare sin da subito l’instaurarsi di fastidiose infiammazioni sia a livello fasciale che a livello connettivale. Il sonno non profondo ma inserito immediatamente dopo le pratiche elencate, ha donato infine un ulteriore senso di benessere agendo sul cortisolo plasmatico post esercizio in senso migliorativo. Attualmente stiamo pianificando una nuova ricerca che abbia come focus il genere femminile; l’ipotesi di partenza, che vorrei verificare, si orienta verso la ricerca di risultati percentualmente migliori, stante una partenza per natura limitata da un sistema endocrino-ormonale meno premiante.

Pubblicato in Performance n. 2 - 2018

Allenarsi, ognuno lo fa quando può. C’è chi preferisce al mattino appena sveglio per avere una sferzata di energia, chi la pausa pranzo per ottimizzare i tempi e chi infine per liberarsi dallo stress della giornata. Ma spesso ci si chiede: c’è un momento giusto della giornata per allenarsi? La cronobiologia, ossia la scienza che studia i fenomeni periodici negli organismi viventi e il loro adattamento al ritmo della luce e del buio, rivela che anche lo sport ha ‘effetti’ diversi a seconda dell’ora in cui lo si pratica. L’allenamento appena svegli e prima di fare colazione, è il più efficace per bruciare calorie e perdere peso. Se invece si vuole aumentare la massa muscolare, l’ideale è il pomeriggio. Se al contrario si vuole sfruttare il momento della giornata in cui l’energia è al massimo, gli orari pre-serali sono i migliori. Tutto questo deriva dal fatto che l’organismo umano libera alcuni ormoni e regola la temperatura in modo differenziato in vari orari della giornata, seguendo un ben preciso orologio biologico interiore: i cosiddetti ritmi circadiani.

Di primo mattino, si verifica uno dei picchi quotidiani di Gh (Growth Hormone), l’ormone della crescita, e anche di cortisolo, anch’esso molto attivo nel consumo dei grassi.

Nel pomeriggio, invece, si impennano il testosterone (oltre che di mattino tra le 6 e le 7), e l’adrenalina, per cui è il momento giusto per il lavoro di potenziamento e di tonificazione muscolare. Il pomeriggio è anche il momento della giornata in cui i muscoli sono più elastici e al massimo della loro efficienza. Va bene, quindi, lavorare con i carichi elevati. Meglio invece evitare di fare sport quando lo stomaco è impegnato nella digestione. Dopo le 19 i ritmi del corpo cambiano, per predisporre al riposto notturno. La temperatura corporea inizia a diminuire e i livelli ormonali si abbassano. Chi lo desidera può comunque andare in palestra, e allenarsi è meglio che non farlo. Occorre però tener conto del fatto che l’attività fisica, soprattutto se intensa, può interferire con i ritmi circadiani e rendere più difficile il sonno. Meglio quindi prevedere almeno un paio di ore prima di andare a letto, dedicare l’ultima fase della sessione allo stretching e al defaticamento e concedersi un bagno caldo e rilassante. 

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PER I BAMBINI SOTTO I 6 ANNI NON SARÀ PIÙ OBBLIGATORIO PRESENTARE IL CERTIFICATO MEDICO SPORTIVO.

Lo hanno stabilito, in un decreto congiunto, i ministri della Salute Beatrice Lorenzin e dello Sport Luca Lotti. La decisione parte da una richiesta della Federazione Italiana Medici Pediatri (Fimp), che già nel 2015 aveva segnalato la necessità “di escludere dall’obbligo della certificazione medica l’attività sportiva per la fascia di età compresa tra 0 e 6 anni, al fine di promuovere l’attività fisica organizzata dei bambini, di facilitare l’approccio all’attività motoria costante fin dai primi anni di vita, di favorire un corretto modello di comportamento permanente, nonché di non gravare i cittadini ed il Servizio sanitario nazionale di ulteriori onerosi accertamenti e certificazioni”.

Per questo, si legge nel decreto, “Non sono sottoposti ad obbligo di certificazione medica, per l’esercizio dell’attività sportiva in età prescolare, i bambini di età compresa tra 0 e 6 anni, ad eccezione dei casi specifici indicati dal pediatra”.

Va ricordato per quel che riguarda l'Emilia-Romagna, che in questa regione le certificazioni di idoneità per l'attività sportiva non agonistica per i minori e per le persone disabili di ogni età sono rilasciate GRATUITAMENTE dal medico di famiglia e dal pediatra di libera scelta, o su loro richiesta, dai Servizi pubblici di medicina dello sport e vengono registrate direttamente sul libretto sanitario dello sportivo. 

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Martedì, 23 January 2018 16:26

Allenamento mirato per pazienti reumatici

Esercizi a basso impatto traumatico e stretching per migliorare la mobilità articolare.

Artrite è un nome generico che indica diverse malattie articolari infiammatorie. Una di queste è l'artrite reumatoide, una malattia infiammatoria cronica e sistemica del tessuto connettivo la cui eziologia è tuttora sconosciuta, i cui sintomi sono simili ad altre patologie quali il ‘lupus eritematoso sistemico’, l’artrite psoriasica e la fibromialgia. A soffrirne sono soprattutto le donne, a partire dall'età adulta, che “accusano” dolore e gonfiore articolare, rigidità e perdita della mobilità articolare (soprattutto al mattino e dopo l'attività lavorativa/sportiva), deformità articolari (soprattutto alle piccole articolazioni delle mani), febbre, ritenzione idrica, ingrossamento dei noduli, perdita di peso, ipotrofia muscolare e anomalie tendinee. Da notare che dolore, gonfiore, bruciore e indolenzimento interessano contemporaneamente più articolazioni, anche se all’inizio l’artrite reumatoide tende a colpire prevalentemente le piccole articolazioni, come quelle di polsi, mani, piedi e caviglie, per poi estendersi con il passare del tempo ad articolazioni più grandi come spalle, anche, gomiti, ginocchia e persino la mandibola. Scoperta nel lontano 1800 dal medico francese Augustin Jacob Landre-Beauvais, a soffrirne sono oggi circa 400 mila persone in Italia. La malattia ha in genere un andamento ciclico recidivante, passando quindi da periodi molto dolorosi e fastidiosi ad altri dove gli stessi sintomi scompaiono totalmente. Ma è stato riscontrato che i sintomi spesso peggiorano con il riposo assoluto, motivo per cui si consiglia uno stile di vita attivo. Anche l’allenamento in sala pesi, se ben programmato, può essere molto positivo.

L’ATTIVITÀ FISICA PER I PAZIENTI REUMATICI
L’attività fisica per chi è affetto da artrite reumatoide è molto importante perché aiuta a conservare la mobilità articolare, anche se è necessario “rallentare” durante le eventuali fasi di riacutizzazione della malattia. La prevenzione dell’artrosi si basa sul controllo dei fattori di rischio: si dovranno quindi evitare il sovrappeso e le posizione errate dovute da cedimenti strutturali scheletrici che potranno traumatizzare l’articolazione e modificare la postura. Saranno inoltre da limitare le attività ad alto impatto ed i carichi eccessivi e ripetuti. In caso di artrosi conclamata l’attività fisica mirata è in grado di alleviare il dolore e di migliorare la mobilità dell’articolazione. L’allenamento corretto migliora l’aspetto fisico aumentando di conseguenza l’autostima e migliorando l’umore, aumenta inoltre l’elasticità e tiene sotto controllo il peso corporeo (- FAT), migliora l’equilibrio e le capacità funzionali del soggetto. L’allenamento dovrà basarsi sul mantenimento della FFM utilizzando esercizi a basso impatto articolare. Sarà fondamentale il mantenimento o il recupero della mobilità articolare e uno stretching graduale per salvaguardare la salute delle articolazioni. Nell’allenamento in sala pesi quindi, come per qualsiasi altro tipo di allenamento, si inizierà con un riscaldamento muscolare di tipo aerobico prima di dedicarci alla parte centrale dell’allenamento, attenzione però a esercizi ad alto impatto (tipo Run) anche per escludere a monte il rischio di cadute. A contrario dell’osteoporosi lieve, dove invece si consigliano attività a impatto come corsa, camminata in salita e sport con balzi e salti in cui le articolazioni (ginocchio in primis) vengono sovraccaricate, in presenza di artrosi è consigliabile la pratica del ciclismo, nuoto, aquagym e tutte quelle attività dove il muscolo lavora ugualmente ma il ginocchio, anca e caviglia sono in scarico. L’allenamento con i pesi stimola in maniera importante i tessuti (muscolare e connettivo) che vengono rinnovati e irrobustiti, mentre l’inattività li rende sempre più deboli, atrofici edipotonici favorendo anche l’osteopenia oltre all’inevitabile calo di massa muscolare.

I punti chiave per stilare una scheda di allenamento possono essere cosi riassunti:
• Iniziare sempre con un riscaldamento adeguato e a basso impatto traumatico, prediligendo esercizi di mobilità e propriocezione.
• Evitare carichi massimali, anzi iniziare con carichi “moderati”.
• Svolgere un numero di ripetizioni abbastanza elevato (15/20).
• Intensità non troppo elevata che non sovraccarichi troppo l’apparato osteoarticolare, successivamente si potrà aumentare l’intensità anche fino all’80% di 1RM.
• La frequenza cardiaca da utilizzare deve essere media (60/80% FCMax).
• Volume di allenamento medio-elevato, questo per contrastare la rigidità articolare di questa patologia e per creare allenamenti che possano stimolare un maggiore EPOC e di conseguenza una maggiore attività lipolitica, vista l’intensità non elevata non vi saranno rischi di Overtraining.
• La tipologia degli esercizi deve essere prevalentemente Base (pluriarticolari). Distribuire il carico su più articolazioni le solleciterà meno rispetto l’esecuzione degli esercizi di isolamento.
• La tipologia dell’allenamento consigliata è quella a Circuito, meglio ancora se si alterna un esercizio per i distretti superiori ad un esercizio per i distretti inferiori (Top/Down o PHA), questo per alternare i momenti di stress al quale sono sottoposte le articolazioni.
• Praticare discipline Olistiche come Yoga e Pilates, molto utili perché migliorano la propriocezione, il rilassamento, la flessibilità.
• Concludere sempre con una sessione di stretching per preservare la mobilità articolare e l’estensibilità muscolare.
• La frequenza allenante ottimale sarà di 3/4 allenamenti settimanali da 60/75 minuti ma si apprezzano comunque importanti miglioramenti anche con una frequenza allenante inferiore.

Il protocollo ovviamente andrà adattato all'utente in base alle caratteristiche soggettive quali: stadio della patologia, livello di allenamento, capacità motorie. È bene sempre ricordare che nelle fasi “acute” della malattia l'attività fisica andrà moderata, se non totalmente sospesa, in base al parere del medico.

scheda pha

UN OTTIMO SUPPORTO PER QUESTA PATOLOGIA VIENE DALLA NATUROPATIA
Maria Grazia Piazza allieva all’ultimo anno della Scuola di Naturopatia
Dopo una sessione di attività fisica, è indicato un bel massaggio rilassante, che oltre ad avere un effetto benefico per il corpo aiuta anche a livello mentale.
Utilizzo un olio di base, tipo quello di arnica, perché svolge un'azione lenitiva, riduce l’infiammazione e decontrae la muscolatura. Aggiungo all’olio di base, gli oli essenziali di camomilla blu, camomilla romana, lavanda che hanno proprietà antiinfiammatorie, donano sollievo alle articolazioni affaticate e sono un ottimo rilassante dopo l'attività sportiva.
• OLIO BASE: OLIO DI ARNICA 30 ML
• OLIO ESSENZIALE: LAVANDA 4 GOCCE
• OLIO ESSENZIALE: CAMOMILLA BLU 3 GOCCE
• OLIO ESSENZIALE: CAMOMILLA ROMANA 3 GOCCE

 

Pubblicato in Performance n. 1 - 2017

Il decreto ministeriale che conferma l’obbligo di dotazione e impiego dei defibrillatori per le ASD/SSD a partire dal 1 Luglio è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28/6/2017.

L’obbligo è assolto quando:
a - le ASD/SSD utilizzino un impianto sportivo a carattere permanente dotato di defibrillatore

e quando
b - sia presente una persona debitamente formata all’utilizzazione del dispositivo.

ANCORA UNA VOLTA CI TROVIAMO DI FRONTE AD UNA NORMA NON CHIARA
Sembrerebbe che il campo di applicazione sia circoscritto alle gare e alle attività agonistiche: tuttavia il condizionale è d’obbligo in quanto le finalità dichiarate dalla legge del 2012 che ha introdotto tali novità, rinviando a decreti ministeriali l’emanazione delle linee guida, era quello di salvaguardare la salute dei cittadini che praticano un’attività sportiva non agonistica o amatoriale. Si auspicano quindi ulteriori precisazioni (soprattutto dopo gli oneri non indifferenti che sono stati posti a carico delle società sportive per attrezzarsi!!!).

Semplificando si desume che:
Negli “impianti sportivi” (*nota) deve esserci un defibrillatore (e non necessariamente un operatore in grado di usarlo, quindi a cosa serve?!).
Nel caso di attività competitive (gare) ci deve essere un operatore in grado di usarlo, tranne che per manifestazioni all’aperto (al di fuori degli impianti sportivi) es. se faccio corsa campestre e fatte salve le attività espressamente escluse a basso impatto cardiocircolatorio (allegato).

È invece precisato (finalmente un chiarimento!) che l’obbligo non si applica:
per le attività outdoor (cioè al di fuori degli impianti sportivi)
per le attività a ridotto impegno cardiocircolatorio (come da elenco allegato al decreto)

vedere elenco delle attività escluse allegato PDF

(*nota) DEFINIZIONE di impianto sportivo? Spazio di attività sportiva. Spazio conformato in modo da consentire la pratica di una o più attività sportive.

Scarica Allegati G.U._DEL_28_06_17

Ricordiamo che la legge prevede per i soggetti associativi la possibilità di consorziarsi per adempiere agli obblighi di legge. Se un’associazione sportiva dilettantistica, ad esempio, opera all’interno di una palestra pubblica dove agiscono anche altre, è possibile unirsi con queste per acquistare e utilizzare un defibrillatore in comune. Lo strumento potrà in ogni caso essere impiegato solo da chi ha partecipato agli appositi corsi di formazione (qualunque associato a prescindere dal ruolo che esercita all’interno dell’associazione e/o della societa’ sportiva potrà prendere parte agli appuntamenti formativi).

Qualora ancora non abbiate provveduto, ricordiamo la convenzione ASI per l’acquisto dei defibrillatori ad un costo notevolmente agevolato. Vuoi acquistare un defibrillatore con la speciale convenzione ASI?
1. invia mail a: ; ed a  (entrambe)
2. specifica nell’oggetto della mail: acquisto defibrillatore
3. specifica: codice 237001 CONVENZIONE ASI
4. compila il modulo di richiesta

Download file (clicca per download)

 

Pubblicato in Fitness news
Martedì, 14 November 2017 11:51

Mal di schiena - Mal comune

QUALI SONO LE PRINCIPALI CAUSE E I FATTORI PREDISPONENTI. IL DOLORE È UN PREZIOSO CAMPANELLO D’ALLARME.

La patologia del mal di schiena colpisce tutte le tipologie di persone, dai sedentari agli sportivi, e ha una diffusione così ampia che è seconda solo alle cefalee. La principale causa d’insorgenza della lombalgia è legata a una postura non corretta. Purtroppo lo stile di vita del XXI secolo, tende a far assumere alle persone degli atteggiamenti posturali protratti in flessione che si potrebbero evolvere anche in vere e proprie patologie. La giornata tipica di una persona, infatti, si può riassumere nel seguente modo: al mattino ci si flette in avanti sul lavandino per lavare il viso, successivamente ci si siede a tavola per la colazione, poi ci si sposta in macchina per raggiungere il luogo di lavoro, per continuare la giornata dietro a una scrivania. La sera, tornati a casa, stanchi per la lunga giornata, ci si metterà a tavola per cenare e successivamente ci si adagerà sul divano.

Da questa breve descrizione si può comprendere come la giornata di una persona ‘comune’ sia caratterizzata da prolungati periodi di tempo trascorsi con la colonna vertebrale in posizione di flessione. Questo atteggiamento scorretto causa inizialmente solo delle limitazioni del movimento e della funzionalità, ma se protratto nel tempo in modo ripetitivo, tenderà a creare una modificazione di tutte le curve fisiologiche della colonna vertebrale (in particolar modo causerà una riduzione della lordosi lombare) sino a provocare l’insorgenza del sintomo doloroso. Dopo di che l’insorgere del dolore tenderà ancor più a creare limitazione nel movimento, incrementando così il ‘vizio posturale’ e le problematiche a esso legate. Inoltre la resistenza assiale della colonna vertebrale, che viene calcolata con una semplice formula fisica descritta di seguito, varia proprio in funzione della presenza delle curve fisiologiche. Cioè a una riduzione della lordosi corrisponde una minor capacità di ammortizzare i carichi esterni.

R=N2+1
R: resistenza assiale della colonna vertebrale
N: numero di curve presenti nella colonna vertebrale

IL DISCO INTERVERTEBRALE E IL DANNO
Il disco intervertebrale è costituito da due diverse strutture: l’anulus fibroso e il nucleo polposo. Quest’ultimo è contenuto nell’anulus in una posizione leggermente posteriore rispetto al centro geometrico. L’anulus fibroso è formato da strati concentrici di fibre di collagene disposte ad angolo l’una rispetto all’altra, in modo da formare una fitta rete intrecciata. La totale porzione posteriore dell’anulus è spessa la metà rispetto alla parte laterale e anteriore, così che risulta più debole e naturalmente meno resistente alla protusione o estrusione. Grazie alla sua struttura, l’anulus fibroso permette i movimenti della colonna vertebrale in tutte le direzioni, sebbene in modo limitato. Il nucleo polposo è costituito da una massa gelatinosa trasparente formata in gran parte da acqua. Queste caratteristiche chimiche gli permettono di assumere un comportamento altamente viscoso. L’aumento del volume del nucleo si riscontra facilmente al mattino quando, misurando l’altezza, ci accorgiamo di essere un po’ più alti. La spiegazione è semplice: l’acqua defluita durante il giorno tende a rientrare nel nucleo quando siamo distesi a riposo e quindi in assenza di carichi. La dimensione e la capacità di idratarsi, invece, si riducono quando si eseguono degli sforzi ripetuti in modo rapido: i movimenti veloci schiacciano il nucleo polposo ‘spremendolo’ e non consentono al liquido di rifluire in modo completo, determinando così una riduzione del volume del nucleo. I dischi intervertebrali della zona lombare sono quelli che sopportano un maggior carico e, per questo motivo, sono i più esposti al rischio di lesione. In età giovanile, compatibilmente con una corretta postura, il disco intervertebrale sano in modo particolare il nucleo gelatinoso, permette di distribuire i carichi in modo uniforme su tutte la strutture articolari.

I movimenti della colonna vertebrale, producono uno spostamento del nucleo polposo all’interno dell’anulus: durante la flessione del busto esso si sposta posteriormente, mentre in estensione avviene il contrario. Il nucleo polposo si allontana, in funzione del movimento, dal punto in cui i dischi vertebrali comprimono l’anulus (flessione, estensione o flessione laterale). Quindi durante una postura in flessione, si crea una sommatoria di forze in cui i due corpi vertebrali schiacciano anteriormente il disco intervertebrale, e spingono così il nucleo polposo posteriormente. Ripetendo continuamente questa postura viziata, in un primo stadio si avrà un’alterazione della morfologia dell’anulus (protrusione), sino poi ad arrivare addirittura a un danneggiamento del disco stesso (erniazione: il nucleo polposo fuoriuscire nel canale vertebrale). A questo punto il soggetto assumerà differenti posizioni viziate a seconda della localizzazione della protrusione o erniazione. Quando il nucleo polposo protrude centralmente, infatti, il soggetto tenderà ad assumere una posizione accentuata in cifosi, mentre se il danno interessa la regione postero-laterale del disco intervertebrale, si tenderà ad assumere un atteggiamento scoliotico. Nel caso in cui, invece, si abbia un’estrusione del nucleo polposo (ernia), la funzionalità del disco viene compromessa quasi totalmente proprio perché viene a mancare l’essenziale meccanismo idrostatico che permetteva al nucleo polposo di spostarsi in funzione del carico. Una volta attenuato il dolore acuto, il successo della riabilitazione è basato sulla mobilizzazione precoce della colonna vertebrale, in modo da garantire un giusto grado di estensibilità ed elasticità alla cicatrizzazione dell’anulus. In caso contrario, il tessuto cicatriziale che si viene a formare presenterebbe un’importante rigidità, che non consentirebbe il totale movimento articolare. Allo stesso modo se la cicatrice venisse forzata eccessivamente o in modo troppo rapido, verrebbe ulteriormente danneggiato il disco intevertebrale. Se manteniamo una posizione fisiologica della colonna vertebrale, invece il carico viene equamente distribuito, impedendo così lo sviluppo di sollecitazioni tangenziali che creerebbero pericolosi spostamenti del nucleo polposo. Quindi, se il disco intervertebrale non presenta lesioni che ne alterino il comportamento idrostatico, con il movimento in estensione del rachide si riuscirà a ridurre la spinta posteriore del nucleo polposo, facendolo migrare in avanti. In questo modo si impedirà di lesionare l’anulus e si migliorerà la sintomatologia dolorosa. Quando il nucleo polposo invece si disidrata, come succede quando si invecchia o si abusa con carichi eccessivi, non possiede più una buona capacità di ammortizzare i carichi e si viene a diminuire anche la possibilità che esso ha di ritornare nella posizione di partenza dopo essersi spostato all’interno del disco intervertebrale di conseguenza a una sollecitazione. A questo punto la distribuzione dei carichi non sarà più uniforme, così come la funzionalità del rachide si ridurrà notevolmente.

RICONOSCERE IL DOLORE E LA SUA IMPORTANZA NEL TRATTAMENTO RIABILITATIVO
Il dolore non presenta sempre la stessa natura: si può manifestare in seguito a cause chimiche, meccaniche o a entrambe. Nel primo caso il dolore è prodotto in conseguenza a processi infiammatori e si avverte quando la presenza delle sostanze chimiche irritanti aumenta fino al punto di stimolare – con una certa intensità – le terminazioni nervose nocicettive presenti nel tessuto; in questo caso la sensazione del dolore sarà continua e non diminuirà variando la posizione. Con il progredire della guarigione, il dolore costante creato dal processo infiammatorio sarà sostituito da un dolore intermittente, che identifica quello meccanico. Riprendendo la posizione corretta, si eliminano le alterazioni meccaniche e di conseguenza anche il dolore. Il dolore va pertanto considerato come un prezioso campanello d’allarme che segnala una postura scorretta e invita a correre ai ripari, correggendola nel modo appropriato. Con la comparsa di una protusione, si determina, in un primo momento, un’irritazione della fitta rete nervosa (nervo seno-vertebrale di Luschka) che circonda il disco intervertebrale, causando così un dolore che può interessare la stessa unità funzionale come le altre vicine, anche in assenza di compressione dei tronchi nervosi radicolari. Come risposta allo stimolo dolorifico si instaurerà una contrattura dei muscoli del dorso. La protrusione, nella sua evoluzione, inizierà a irritare anche le radici dei nervi spinali, causando un dolore maggiore, intorpidimento e parestesie distribuite lungo il decorso del nervo interessato. Nel caso del nervo sciatico, per esempio, il dolore dapprima si manifesta centralmente nel rachide e, aumentando d’intensità, si protrae prima sulla natica, poi lungo la coscia, fino ad arrivare, nel momento peggiore, fino al piede. Naturalmente, il miglioramento del paziente è determinato dal percorso inverso della sintomatologia. Se il dolore, quindi, si avvicina sempre più alla linea centrale (fenomeno della centralizzazione), stiamo sicuramente intraprendendo la giusta strada verso la guarigione. Il successo del percorso riabilitativo si ottiene anche nel caso in cui la terapia meccanica produca un momentaneo aumento del dolore centrale, però a discapito di quello distale o laterale.

FATTORI PREDISPONENTI
Il dolore lombare è favorito dalla presenza di tre fondamentali fattori predisponenti: l’errata postura da seduti, la perdita di articolarità in estensione e l’aumento della frequenza in flessione. Per quanto riguarda la colonna vertebrale, la postura corretta da seduti dovrebbe essere simile alla posizione in stazione eretta (devono essere presenti le tre curve fisiologiche). Nella realtà questo non accade: in posizione seduta, solitamente, ci si rilassa assumendo una posizione in flessione. Gli eccessivi atteggiamenti in flessione causano una riduzione dell’articolarità in estensione, un’eccessiva tensione delle strutture passive posteriori (legamenti interspinosi) e un aumento del carico intradiscale nella porzione anteriore del disco intervertebrale. Tale condizione favorisce, in primo luogo, uno spostamento posteriore del nucleo polposo che potrebbe continuare a migrare, se non si corregge l’errata postura, sino a causare un danno del comparto posteriore del disco intervertebrale. Questa è definita da Robin Mckenzie, noto fisioterapista neozelandese, come sindrome da derangement, spostamento del nucleo polposo in conseguenza a una squilibrata posizione dei corpi vertebrali). Al contrario, aumentando sia la frequenza che l’entità dell’estensione del rachide con esercizi specifici, si creano delle forze che facilitano il ritorno anteriore del nucleo polposo, riducendo cosi la tensione che quest’ultimo aveva creato sulla parte posteriore del disco intervertebrale.

© Performance Magazine - Settembre 2017

Pubblicato in Performance n. 2 - 2017
51.254.197.122