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RAGGIUNGERE I PROPRI OBIETTIVI: L’IMPORTANZA DI UN PIANO DI AZIONE

Scritto da dott. Paolo Roccuzzo

ANALIZZIAMO LE PECULIARITÀ DEL PROCESSO DI GOAL SETTING


Ogni persona ha obiettivi da raggiungere, talvolta vaghi e nebulosi, talaltra chiari e definiti. Nel coaching, definire un piano di azione per raggiungere obiettivi espressi uno per uno dal coachee fa parte del processo di settaggio o goal setting. Nel corso di questo processo, occorre ragionare sul fatto che alcuni obiettivi non sono acquisibili e che gli ostacoli che si interpongono potrebbero costituire una problematica. La chiarezza nella comunicazione è fondamentale, a maggior ragione se si vuole determinare ciò a cui si ambisce: ti interessa migliorare un tempo sui 100 metri o vuoi solo divertirti? Si tratta di obiettivi diversi, oggettivi e soggettivi, la cui logica si riconduce a finalità differenti: per cui io potrei correre perché voglio vincere la gara, o potrei correre per fare una buona prestazione e classificarmi fra i primi tre, o potrei correre per migliorare il gesto della corsa. Gli ostacoli tra noi e l’obiettivo sono di diverse tipologie: sentirsi poco capaci, aver subito un infortunio, attraversare una crisi personale, aver perso l’interesse per lo sport; si tratta di quattro esempi appartenenti ad aree diverse.
Nel mondo dello sport ci si allena per mantenersi in forma, o per questioni di salute, o per avere più prestazione, ma ci si può anche allenare per tutti e tre gli obiettivi, così come insegna la “Teoria dell’Allenamento”. La psicologia evidenzia il cambiamento o l’adeguamento del comportamento umano a seconda dell’obiettivo, ma anche l’influenzabilità del comportamento umano rispetto
all’obiettivo. Essere più orientati alla performance non è uguale ad essere maggiormente orientati al risultato: alcuni di noi parteciperanno ad una competizione per confrontarsi con i migliori, altri per vincere la gara. Queste riflessioni sono molto importanti per comprendere come sia basilare capire l’orientamento del coachee, per evitare fraintendimenti. Il lavoro condiviso fra coach e coachee prende il nome di “piano d’azione”, alla cui base deve esserci una precisa strategia, un focus chiaro, l’individualizzazione attorno alla persona del coachee. Esso può essere considerato come un tracciato che vincola sia il coach che il coachee nei modi, nei tempi, nella ricerca degli obiettivi stabiliti.
Capita spesso che ciò che trasmettiamo non venga interpretato correttamente e tendiamo ad attribuire la colpa all’ascoltatore, dando per scontato che l’errore sia suo. A volte, ignoriamo completamente ciò che l’interlocutore sta dicendo e lo interrompiamo con le nostre parole, generando solo confusione. Comunicare significa condividere con gli altri un messaggio con l’intento di ottenere una determinata reazione, che può essere una risposta verbale o un’azione specifica. Se chiediamo a qualcuno di svolgere un’attività e otteniamo un consenso, il nostro obiettivo è raggiunto. Se invece riceviamo un rifiuto, la risposta non è quella desiderata.
Il riscontro ottenuto da un’interazione comunicativa è noto come feedback, ovvero una reazione al messaggio trasmesso. Il termine “feedback”, ampiamente utilizzato non solo in ambito comunicativo ma anche in discipline tecniche e scientifiche come la medicina e la cibernetica, indica un processo in cui l’effetto generato da un’azione influisce sul sistema stesso, correggendone o modificandone il comportamento. Un riscontro negativo mantiene la stabilità interna del sistema (concetto di omeostasi), mentre uno positivo lo induce a cambiare. Nel contesto della comunicazione, un feedback è considerato negativo quando il messaggio ricevuto produce l’effetto desiderato, mentre è positivo quando la risposta non corrisponde alle aspettative e si rende necessaria una modifica del messaggio per ottenere il risultato voluto.
Tra i principali studiosi della comunicazione, uno dei più influenti è stato Claude Elwood Shannon, ingegnere e matematico statunitense, noto come il padre della teoria dell’informazione. In un celebre articolo, poi trasformato in libro, Shannon ha identificato i componenti fondamentali della comunicazione: la fonte (origine del messaggio), il messaggio stesso (contenuto, codificato in un certo modo), il canale di trasmissione e il destinatario. Quest’ultimo decodifica il messaggio, lo interpreta e produce una reazione, che per la fonte rappresenta un feedback.
Nel processo comunicativo, possono intervenire diversi fattori di disturbo che ostacolano la chiarezza della trasmissione. Tra questi, si annoverano lo stato emotivo di chi comunica e di chi ascolta (che potrebbe non essere predisposto al dialogo in quel momento), l’uso di un linguaggio poco comprensibile, il volume della voce inadeguato, problemi fisici come la sordità, rumori ambientali o altre distrazioni. Un buon comunicatore deve essere consapevole di questi elementi e pronto a riconoscerli mentre dialoga. Uno dei principi cardine della programmazione neuro-linguistica afferma che il significato di una comunicazione dipende dall’effetto che produce. Per valutare l’efficacia di un messaggio, è essenziale stabilire in anticipo l’obiettivo che si vuole raggiungere, ovvero la reazione desiderata nel destinatario.  Il feedback ricevuto può manifestarsi in forme diverse: verbale (una risposta parlata), paraverbale (tono e ritmo della voce), non verbale (gesti, espressioni, postura) o una combinazione di queste. Si può scegliere tra un approccio comunicativo unidirezionale, ignorando le reazioni dell’interlocutore, oppure un atteggiamento interattivo, in cui si presta attenzione ai segnali di ritorno. Valutare attentamente i feedback consente di misurare l’efficacia del proprio messaggio, adattarlo alle circostanze e massimizzare le possibilità di ottenere la risposta desiderata.  Un feedback ben interpretato può persino indurre a rivedere il proprio punto di vista su un argomento, arricchendo così la propria prospettiva. Mantenere un atteggiamento di ascolto attivo, come sosteneva lo psicologo Thomas Gordon, è utile sia nella vita personale che in ambito professionale. Tuttavia, per essere efficace, un feedback deve rispettare alcune condizioni: deve essere richiesto e non imposto, deve stimolare il miglioramento anziché concentrarsi sull’errore, deve suggerire alternative piuttosto che giudicare, deve essere obiettivo e non condizionato da elementi personali, deve essere tempestivo, descrittivo anziché etichettante e deve essere formulato con un linguaggio comprensibile per il destinatario.
Chi si occupa di cultura del corpo oggi, diversamente anche solo da una decina di anni addietro, non può ignorare questi elementi che sottopongo alla vostra attenzione: il personal trainer, il preparatore atletico, l’ osteopata, il nutrizionista... sono tutte figure che si confrontano con una clientela che deve essere motivata con strumenti attuali e rispetto ad esigenze mutate.
Ma se la nostra attenzione ai casi clinici non è supportata da strumenti adeguati a lavorare sulla mente delle persone, anche il miglior lavoro tecnico potrà servire solo fino ad un certo punto. ■

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