LIPEDEMA E MOVIMENTO: DALLA CONOSCENZA ALLA PRATICA
Scritto da dott.ssa Sara SergiQUANDO IL CORPO NON RISPONDE A DIETA ED ESERCIZIO, NON È SEMPRE UNA QUESTIONE DI IMPEGNO, MA DI COMPRENSIONE.
Molte donne convivono per anni con la sensazione di non fare mai abbastanza. Si allenano, modificano l’alimentazione, cercano soluzioni, ma il corpo non cambia nella direzione attesa. A questo si aggiungono sguardi, commenti, suggerimenti non richiesti: serve più volontà, più disciplina, più costanza. Nel tempo, questa narrazione si trasforma in frustrazione, senso di colpa, perdita di fiducia. Eppure, il problema non è lì. Quella che viene spesso interpretata come una difficoltà legata allo stile di vita è in realtà una condizione clinica chiamata Lipedema riconosciuta anche dall’OMS nella classificazione ICD-11.
Si tratta di una patologia cronica e progressiva del tessuto adiposo sottocutaneo, caratterizzata da un accumulo anomalo, simmetrico e bilaterale di grasso, localizzato prevalentemente negli arti inferiori e talvolta superiori, con risparmio di piedi e mani. Ne deriva una sproporzione evidente tra la parte superiore e quella inferiore del corpo, spesso accompagnata da dolore, senso di pesantezza e facilità alla comparsa di ematomi nelle aree interessate.
Il tessuto coinvolto non è semplicemente in eccesso, ma presenta caratteristiche alterate: è infiammato, meno efficiente nel drenaggio dei fluidi e associato a modificazioni del microcircolo. In questo contesto, la mancata risposta a dieta ed esercizio rappresenta uno degli aspetti più disorientanti per chi lo vive.
Nel tempo, il quadro tende ad evolvere, spesso in concomitanza con momenti chiave della vita ormonale femminile, come pubertà, gravidanza o menopausa. Nelle fasi iniziali la superficie cutanea può apparire ancora regolare, ma il tessuto sottostante è già sensibile e modificato. Con il progredire, emergono irregolarità sempre più evidenti, nodularità più profonde e una progressiva componente fibrotica. Negli stadi avanzati, il tessuto può organizzarsi in veri e propri lobuli, modificando in modo più marcato il profilo corporeo e, in alcuni casi, associandosi a un coinvolgimento del sistema linfatico, con edema persistente e maggiore limitazione funzionale.
Anche la distribuzione non è uniforme. In alcune persone il tessuto si concentra prevalentemente a livello di bacino e glutei, in altre si estende alle cosce fino al ginocchio o lungo tutta la gamba fino alla caviglia, mantenendo il tipico risparmio del piede; talvolta può interessare anche gli arti superiori. Non si tratta di categorie rigide, ma di diverse espressioni della stessa condizione. Tuttavia, la localizzazione può influenzare in modo significativo il movimento: una distribuzione più prossimale può incidere sul controllo del bacino e sulla stabilità lombare, mentre una distribuzione più distale può alterare l’appoggio, la gestione del carico e la dinamica della deambulazione.
Nella pratica quotidiana, alcuni segnali possono orientare l’osservazione dell’occhio non esperto: sproporzione tra tronco e arti inferiori, presenza di nodularità palpabili, facilità agli ematomi e una sensazione costante di tensione o pesantezza. Il ruolo del professionista del movimento non è fare diagnosi, ma riconoscere un possibile quadro e indirizzare la persona in modo adeguato. Accanto agli aspetti fisici, esiste un impatto profondo sul vissuto. Molte donne si sentono fraintese, giudicate, non credute. Il corpo viene percepito come un problema da correggere, più che come uno spazio da abitare. Questo influisce direttamente sulla relazione con il movimento, che può essere vissuto come fatica, fallimento o obbligo. Ed è proprio qui che il ruolo del movimento cambia significato. Non si tratta più di uno strumento per modificare l’aspetto, ma di un mezzo per migliorare la funzione e la qualità della vita. In questo contesto, l’obiettivo non è la perdita di peso, anche perché il tessuto adiposo patologico risponde poco agli stimoli lipolitici. Il movimento diventa invece un alleato per sostenere la circolazione, ridurre il dolore, mantenere attiva la muscolatura e migliorare l’organizzazione del gesto. Il lavoro deve essere costruito in modo progressivo, rispettando la risposta del corpo. Le attività a basso impatto risultano generalmente più tollerate, così come i contesti che favoriscono il drenaggio, come l’ambiente acquatico. Al contrario, intensità elevate non adattate possono aumentare dolore e gonfiore. Non è raro che alcune persone riferiscano un peggioramento dopo l’attività: per questo diventa fondamentale modulare il carico e integrare momenti di recupero. Un elemento centrale è la percezione. Il corpo, spesso vissuto come distante o poco affidabile, ha bisogno di essere nuovamente ascoltato. Lavorare sulla consapevolezza, sulla respirazione e sulla qualità del gesto permette di costruire un movimento più accessibile e sostenibile. In questo senso, la precisione diventa più importante dell’intensità: non si tratta di fare di più, ma di fare meglio. La gestione richiede uno sguardo integrato. Il movimento si inserisce all’interno di un percorso più ampio che coinvolge intervento medico, terapia compressiva, linfodrenaggio e supporto nutrizionale. Il professionista del movimento ha il compito di tradurre queste indicazioni in esperienza concreta, accompagnando la persona verso un corpo più funzionale e meno doloroso. Non è una condizione da combattere, ma da comprendere. E il movimento, quando è guidato con consapevolezza, può diventare uno strumento per ritrovare fiducia, autonomia e una nuova relazione con il proprio corpo.
“Quando il movimento diventa ascolto, il corpo smette di essere un limite e torna a essere un luogo da abitare”. ■
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