CAMPIONE DI CULTURISMO E SOLLEVAMENTO PESI, È STATO UNO DEI PADRI FONDATORI DEL FITNESS IN ITALIA. NELLA SUA PALESTRA ATLAS CLUB A BOLOGNA, PER LA PRIMA VOLTA SONO ENTRATE ANCHE LE DONNE.

Luigi Lodi, detto più semplicemente Gigi, classe 1936, è stato uno dei padri fondatori del fitness in Italia. La sua straordinaria carriera nel settore come atleta e imprenditore parte nel lontano 1958, quando apre ufficialmente la sua palestra Atlas Club in via Oberdan, in pieno centro a Bologna a pochi metri dalle due Torri, rivelatasi una delle più longeve sul territorio nazionale oltre che punto di riferimento per tutti gli amanti del fitness e non solo. Nella sua palestra sono entrati campioni come il pilota di Formula 1 Phil Hill e il motociclista Tarquinio Provini. L’adesivo con il nome di Gigi Lodi in posa plastica era molto ambito e tutti volevano averlo sulla propria Vespa... era una nota di vanto. È stato anche il primo a mettere manubri e bilancieri in mano alle donne.

Brillante è stata, la sua carriera di culturista: dopo aver vinto il titolo di Mister Italia ed essere diventato campione italiano di sollevamento pesi nella categoria ‘Massimi’ nel 1965, nel 1967 ha conquistato il primo posto nel Concorso internazionale “Mister Europa” a Lione, alla presenza del presidente francese Charles De Gaulle, mentre nel 1969 è arrivato terzo a “Mister Universo” a Londra, mentre Arnold Schwarzenegger arrivava primo negli ‘Junior’. Era un vero e proprio culturista, e gli piacevano le gare più che altro per scommessa, per mettere alla prova la sua forza esplosiva, un po’ come si fa oggi con il crossfit. La sua grande avventura nel mondo del fitness è iniziata quando era giovanissimo, appena 18 anni e mezzo, durante il servizio militare nei Corpi Incursori di La Spezia, quando ha scoperto la boxe e l’attitudine per il combattimento. Grazie a queste sue doti, è stato presto inserito in un corpo speciale che gli consentiva di collaborare con la Marina Americana.

Per un lungo periodo ha combattuto – con successo – per un colonnello all’interno delle navi americane. Allenandosi con gli yankee ha scoperto la possibilità di potenziarsi con i primi attrezzi isotonici, mai visti fino ad allora in Italia. Lì è scoccato un vero e proprio colpo di fulmine. Così, una volta rientrato in Italia, nel 1958 ha aperto – insieme all’ex culturista Marcello Nori, scomparso nel 2011 – la palestra Atlas Club, circa 800 metri quadrati di spazio suddiviso in più sale. Aiutato da esperti universitari, negli anni successivi Lodi ha approfondito le sue conoscenze in ambiti quali la dietologia, l’anatomia, la filosofia dell’allenamento. I primi frequentatori della palestra sono stati gli amici e poi gli amici degli amici, con il classico passaparola. Le prime palestre avevano uno ‘stampo’ prettamente maschile, una cosa che non convinceva del tutto Gigi. Da vero innovatore, ha cominciato a rivolgersi anche a un pubblico femminile, alternando le attività per uomini con quelle rivolte alle donne. Chi lo conosceva, scuoteva la testa e gli ripeteva spesso: “Sei matto ad allenare le donne, a far loro sollevare i pesi!”. Ma lui ha continuato per la sua strada, spingendosi oltre. Quando durante gli anni Sessanta, nello stesso edificio in cui sorgeva la palestra, si liberarono i piani inferiori fino ad allora riservati a parcheggio, li affittò per allargare il centro e dedicare alcune sale solo alle donne. Indimenticabile è l’immagine di Gigi Lodi che si piazzava nel cortile Settecentesco per accompagnare, o meglio quasi ‘scortare’, le donne che frequentavano la sua palestra per evitare che gli uomini le prendessero di mira con commenti salaci. Gigi Lodi aveva un fisico bello, segnato, armonioso, che gli ha consentito di essere notato anche dall’universo magico del cinema. Ha frequentato Cinecittà a Roma dove, fra la fine degli anni Sessanta e gli inizi anni Settanta, imperversava il filone dei kolossal di ‘spade e sandali’ ambientati soprattutto nell’antica Roma, ben rappresentato da Gordon Scott, dopo il grande successo di “Tarzan”. I bicipiti scolpiti sono valsi a Lodi diverse ‘comparsate’ per arrotondare e la possibilità di conoscere molti artisti famosi, di cui però non ha mai fatto cenno a causa della sua proverbiale umiltà e timidezza. Pur non essendo stato un padre molto presente durante la prima infanzia, Lodi ha trasmesso la sua grande passione anche ai figli Emilio, Maurizio (scomparso nel 1994) e Laura. «Quando eravamo adolescenti – ricorda Emilio Lodi – dimostrò di capire i nostri problemi e temendo che potessimo prendere una brutta strada, ci portava sempre in palestra per ‘catechizzarci’ come si fa con i figli d’arte. Così ci ha trasmesso i suoi valori, facendoci capire l’importanza della fatica e dell’allenamento per rafforzare il carattere». Nel 1997, l’Atlas Club si trasferisce da via Oberdan a via Vezza, in una posizione più defilata dal centro, in un edificio palladiano con un ingresso imponente ma poco funzionale. Un ‘mezzo suicidio’ economico soprattutto perché si impuntò a voler sale distinte strutturalmente per uomini e donne, scelta che comportò altissimi costi, anche se poi l’attività è risorta, proseguendo fino al 2015. «Mio padre non è mai stato particolarmente interessato dal lato economico della sua attività – aggiunge Emilio Lodi -. Accumulare soldi come garanzia per il futuro non era una sua priorità. Finché ha goduto di energia e buona salute, ha continuato ad allenare le persone con entusiasmo, consigliando loro anche come curare l’alimentazione e il benessere in generale». Nulla di che stupirsi se, a chi gli chiede un consiglio per i giovani desiderosi di aprire una palestra, Gigi Lodi è solito rispondere: «È difficile dare consigli, però prima di tutto viene il cuore. Nel tempo la passione sportiva può diventare passione professionale. Personalmente, ho iniziato a correre in bicicletta che avevo 12 anni, e poi ho cambiato spesso attività, provando di tutto fra cielo, terra e acqua. Cos’altro avrei potuto fare nella vita se non quello che ho fatto?». Nel 2015, la palestra Atlas Club è stata data in gestione a terzi (ndr, oggi è Atlas AreaFit), mentre il figlio Emilio dal 1983 si occupa del suo centro, Lodi Club, insieme ad altri soci, dove porta avanti con orgoglio lo spirito pionieristico del padre. «Mi ha trasmesso la dedizione, la passione e l’essere di esempio ai giovani – conclude Emilio Lodi – , così come l’importanza di condurre una vita sana e di benessere. L’obiettivo è tenere ‘alto’ ciò che mio padre ha fatto, per non disperdere il suo immenso patrimonio. Il fitness, come lo conosciamo oggi, nasce dagli errori della cultura fisica».


Novità LE PALESTRE STORICHE

“Performance” dà spazio alle palestre più antiche d’Italia, quelle che hanno fatto la storia del settore. Avere una storia significa poter guardare al futuro con solide basi, affrontare le sfide dell’innovazione con la qualità della tradizione e avere valori e strategie da trasmettere. Potete segnalarci le vostre storie a Su ogni numero ne pubblicheremo una!

Pubblicato in Performance n. 1 - 2018

L'ATTIVITÀ FISICA SANA E REGOLARE SONO UN ELISIR DI LUNGA VITA. PAROLA DI DINO PICCINI, CLASSE 1920.

UN GRANDE SPORTIVO. DOPO AVER PRATICATO PUGILATO E CANOTTAGGIO, È STATO IL PRIMO A INDOSSARE IL KARATEGI IN ITALIA, DIVENTANDO UN PUNTO DI RIFERIMENTO. LA SUA PALESTRA, GESTITA INSIEME AL FIGLIO ROBERTO, CELEBRA QUEST'ANNO I 42 ANNI.

Che la pratica sportiva sia salutare, è cosa risaputa. A maggior ragione se la si fa per passione, per attitudine, in definitiva con il cuore. È il caso di Dino Piccini, 97 anni appena compiuti e ottimamente portati che ha consacrato la sua vita allo sport nelle sue molteplici forme: pugilato, canottaggio, judo, karate. Da ben 42 anni, insieme al figlio Roberto – a dimostrazione che le vere passioni sono spesso contagiose – gestisce una palestra a Sesto Fiorentino, in provincia di Firenze, dove continua ad andare e anche ad allenarsi con regolarità. La sua storia è un esempio per tutti, soprattutto per i tanti giovani che continua a formare ed educare. Perché il rispetto è alla base di tutto, ieri come oggi.

Dino Piccini, se dovesse riassumere il suo personale stile di vita, come lo definirebbe?
«Ho sempre condotto una vita tranquilla, fatta di abitudini credo sane e senza mai incorrere in stravizi. La mia alimentazione è equilibrata, senza eccessi, anche se sono fortunato perché posso mangiare di tutto. Tutti i giorni faccio un po’ di ginnastica. Uso ancora il vogatore e ancora, mentre ‘remo’, mi vengono in mente pensieri e ricordi preziosi di una vita».

La sua è una filosofia di vita improntata al
«Rispetto verso me stesso e gli altri, in modo da vivere bene solo e in compagnia».

Il segreto della sua longevità?
«Lo scorso 20 novembre, ho compiuto 97 anni. Vivo da solo ma mio figlio Roberto è sempre presente per qualsiasi necessità. Francamente, non so come sono riuscito ad arrivare a questa età. Forse grazie alla palestra».

Cosa intende?
«Devo ringraziare mio figlio che mi porta sempre nel Dojo, un ambiente a me ideale, in cui parlo con i giovani che vengono educati al rispetto così come insegniamo da 42 anni. E forse è proprio questo il mio “segreto”!».

Lei è stato e continua a essere un grande sportivo. Cosa ama dello sport?
«Sono sempre stato affascinato dalla possibilità di misurare le capacità del mio fisico e di confrontarmi con gli altri. Questo è il motivo che mi ha spinto a iniziare a fare sport e a continuare nel tempo. C'è poi da dire che quando ero giovane, non c'erano molte distrazioni e lo sport era l'unico sfogo».

Ripercorrendo la sua storia, ha cominciato con il pugilato che è riuscito a continuare anche durante la seconda guerra mondiale. Perché le piaceva il pugilato e cosa ricorda maggiormente di quegli anni?
«Ho iniziato a fare pugilato nel 1940. A quell'epoca c'erano tanta buona volontà e molti pugni. L'ho praticato a lungo, a livello dilettantistico, nelle palestre fiorentine. Una disciplina a me molto cara, malgrado il mio viso non potesse nascondere i lividi per i pugni ricevuti. Era un'ottima distrazione in quei difficili anni. Durante la guerra sull’incrociatore Garibaldi, per cinque anni, l’ho praticato con gli amici marinai e appena riuscivo a scendere a terra in permesso, in qualsiasi porto fossi, andavo nella prima palestra che trovavo per allenarmi anche con perfetti sconosciuti. Era una pratica che mi rendeva felice e appagato».

Ma nella sua vita è entrato molto presto anche il canottaggio, scoperto poco oltre la metà degli anni Trenta, verso i 17 anni. Tant'è che nel 1940 ha conseguito il titolo di campione italiano della categoria jole a otto rematori con timoniere per la Canottieri Firenze…
«Sì. Quel giorno a Venezia, venne fuori una grande gara, di cuore, dimostrando di essere bravi atleti. Una bellissima vittoria di squadra! Avevo scoperto il canottaggio già prima di imbarcarmi sulla nave, provando un po' tutti i tipi di barca, ma è stata la jole a otto a darmi molte soddisfazioni. Certo, non era facile, perché in otto tutti avevamo il dovere di remare e, se uno non era in forma e si riposava, ne risentivamo tutti e il risultato finale era fortemente compromesso».

Può raccontare qualche aneddoto di quando faceva canottaggio? Come vi allenavate?
«Remare è stata la prima passione! Da ragazzo abitavo vicino alla Società Sportiva Canottieri Firenze. Mi incantavo a guardare il fiume Arno visto che passavo molto tempo ad ammirare e invidiare i vogatori e le loro barche che scorrevano sull’acqua, con i remi degli equipaggi che si muovevano in perfetta sintonia, come se fossero legati l’uno con l’altro, seguendo le dritte del timoniere. Il giorno in cui mi presentai a una prova e fui accettato, si realizzò il mio sogno. L’allenamento era molto duro, soprattutto in inverno: alle sei del mattino, senza curarci del fatto che ci fosse vento, ghiaccio o pioggia, vogavamo con tanta volontà sotto la guida di severi allenatori. Per un periodo, ci ha anche allenato un bravissimo atleta ex olimpionico».

Si ricorda di aver trascorso un solo giorno senza allenarsi?
«Non sono mai mancato al mio posto in barca. All’epoca vigevano regole ferree: anche se si era molto bravi, se si mancava una volta, si rischiava di essere sostituiti. Tutti eravamo orgogliosi di appartenere a quell'armo, la 'Otto Yole con timoniere’. E finito l’allenamento… docce fredde per tutti ovviamente… Ma eravamo giovani e forti. Poi, ciascuno di noi partiva a piedi o in bicicletta, per arrivare puntuali al lavoro alle 8».

Dopo la seconda guerra mondiale, si avvicina invece alle arti marziali, al judo e poi al karate. Voglia di cambiare, di novità?
«Uscito indenne da quei cinque massacranti e pericolosi anni di guerra, sono tornato a Firenze, dove ho trovato miseria e ben poco lavoro… Ho avuto un figlio, Roberto, che già a due anni portavo con me nella palestre ad assistere a lezioni di judo che, in quel momento, sembrava la pratica sportiva più adatta a me. Richiedeva molto rispetto ed era in grado di infondere la giusta disciplina per cui, grazie anche al maestro Vladimiro Malatesti che non risparmiava nessuno nei rimproveri, mi iscrissi a un corso di judo che seguii poi con passione e continuità. In un secondo momento, è arrivato anche il karate».

Cosa l’ha fatta appassionare al karate, al punto da diventare il primo a mettere il karategi (ndr, divisa di allenamento del karate) in Italia? Com'è stato essere pioniere di questa disciplina?
«Ho mosso i primi passi in palestra con il maestro Malatesti nel 1954 che mi prendeva spesso come esecutore in quanto ero il praticante più giovane. Ma è stato il maestro francese Edmond Voyer ad aprirmi ufficialmente la “strada” di questa disciplina. Riuscii anche a coinvolgere un gruppo di amici, già praticanti di judo. Un altro importante tassello è stato l'arrivo in Italia, nel 1960, del maestro Tetsuji Murakami, inviato dal Giappone in Europa per diffondere il karate. Sul momento non mi rendevo conto dell'importanza di ciò che stavo vivendo, ma a posteriori – essere definito un pioniere – mi fa molto piacere. Ma ho sempre cercato di mantenere un profilo basso come si suol dire, senza mai vantarmi. Certo oggi che ho 97 anni, vedere gli altri che mi ringraziano, mi rispettano e mi rendono omaggio, mi rende felice. Questo mi allunga la vita e mi fa capire che ho fatto bene a proseguire!».

Com'è stato conoscere un grande maestro come Murakami? Cosa ricorda di più?
«Era forte, veloce, duro, carismatico. Murakami è venuto molte volte a Firenze. Pretendeva decisione, rispetto, un impatto duro con… poco controllo, ci spingeva al confronto con lui. Le sue lezioni erano molto dure, quanto le sue punizioni che dovevamo accettare per poter crescere. Il karate di allora funzionava così. Ma lui era un grande “Maestro” e mi preparò con altri quattro amici per meglio capire e affrontare questa arte marziale. Ricordo che davamo pugni e calci al Makiwara, un’asse di legno fissata a poca distanza dal muro, a volte con corde intrecciate ma anche direttamente sul legno. Questi erano gli allenamenti a cui dovevamo sottostare, per poi prepararci al Tameshiwari, ossia la rottura di tavolette o mattoni, con cui mi sono prodotto diverse fratture alla mani e ai piedi. Chi mi conosce, lo sa bene basta guardare le mie estremità dove si vedono benissimo i danni prodotti da quella pratica. Oggi ovviamente sarebbe impensabile una tale pratica nelle palestre!».

È felice di aver trasmesso anche a suo figlio Roberto la passione per lo sport? Insieme, nel 1975, avete aperto la palestra G.S. Karate Sesto Fiorentino, poi diventata nel 1994 Renbukan Sesto Fiorentino. Com'è condividere una passione?
«Quanto appreso mi ha portato poi a diffondere a mia volta il karate in varie regioni d’Italia. A loro volta, ex allievi, poi amici, sono diventati maestri e hanno aperto le loro palestre. Poi sono nate le federazioni, tanti campionati e numerose gare. Mio figlio Roberto ha iniziato nel 1962 e, dopo tre anni di judo a intervalli vari, è arrivato a indossare il “Gi” nel 1970. Accomunati dall'amore per lo sport, abbiamo aperto insieme una palestra dove sono nati atleti e istruttori, maestri di ottimo livello. In questi quarant'anni, abbiamo condiviso impegno, sudore, iniziative, amore per la disciplina e per gli allievi. Credo proprio di avergli trasmesso il mio ‘cuore’ e lui mi ha sempre dimostrato il suo riconoscimento».

Com'è cambiato il modo di gestire una palestra negli anni?
«Direi che oggi è molto più complicato. In passato nessuno si preoccupava più di tanto, a parte me, sempre abituato per lavoro a contabilizzare quanto speso e incassato. Adesso è obbligatorio tenere libri contabili ed è necessario rispettare numerose normative fiscali. Anche se le associazioni sportive dilettantistiche non a fini di lucro hanno delle agevolazioni, ci sono però tanti obblighi a cui è bene prestare attenzione. Molto diverso è oggi anche il rapporto con i genitori dei tanti bambini e ragazzi minorenni che frequentano le palestre. Il problema è rappresentato principalmente dal fatto che, un po' in tutte le discipline, loro tendono a vedere il proprio figlio come un campione e quindi a volersi troppo intromettere nel nostro lavoro. Mentre è compito di noi tecnici decidere le “competenze” senza antipatiche ingerenze. In passato, nessuno si sognava di interferire con giudizi, decisioni, promozioni, bocciature, esclusioni, espresse dai tecnici, mentre ora dobbiamo usare il sorriso e l’educazione, cercando di ottenere il rispetto del nostro compito, molto difficile, in quanto ci troviamo a dovere insegnare, oltre la disciplina, anche l'educazione di “base”, che spetterebbe invece proprio ai genitori».

Cosa ne pensa delle palestre di oggi? Troppo sofisticate con uno spirito mirato all'estetica e all'apparire piuttosto che al piacere della prestazione come una volta?
«Prima di essere chiamato per il servizio militare, nel 1940, mi sono impegnato nel pugilato: era uno sfogo necessario per il carattere che avevo… Davo e prendevo pugni, prima con i miei compagni di voga nei locali di rimessa delle imbarcazioni, poi in una palestra – forse l’unica a Firenze – dove, visti i tempi 'magra', mancava un po’ di tutto: c’era solo il ring e lì salivamo, anche poco pronti al combattimento, ma ci sentivamo ‘campioni’... Oggi ci sono palestre dove non manca niente, ci sono bravi maestri, ma gli allievi non sempre vogliono faticare e aspirano ad arrivare il più velocemente possibile al successo».

Se dovesse consigliare ai giovani perché fare sport, cosa direbbe loro? Come scegliere la pratica più adatta a ciascuno?
«Da maestro, oltre che da padre, consiglio sempre di seguire il proprio cuore, di assecondare le proprie passioni, perché solo così si riesce ad affrontare i sacrifici che ne conseguono. Oggi è molto difficile dire quale sia la pratica più adatta a ciascuno anche perché c'è una grande scelta ormai. Bisogna un po' interrogarsi sulle proprie motivazioni. Qualsiasi sport si scelga poi, va affrontato con volontà e determinazione, senza alcuna forma di costrizione e senza pressioni esterne. Poi chiaramente, si sa che per raggiungere un qualsiasi risultato, bisogna fare sacrifici e non arrendersi alle prime difficoltà che si presentano».

Prima parlava del fatto che i genitori di oggi non sono più quelli di una volta. Come sono i ragazzi di oggi? Quali sono le motivazioni con cui si avvicinano alla pratica sportiva, rispetto a quando ha iniziato lei?
«Sono passati ormai molti anni da quando ho iniziato io, per cui i cambiamenti sono inevitabili. Certo, non in tutti i casi l'evoluzione è stata positiva... Se i giovani in passato iniziavano a fare sport, era per portarlo avanti nel tempo, appassionandosi e praticandolo con caparbietà perché magari non avevano molte altre alternative. Oggi le scelte sportive sono innumerevoli e i giovani preferiscono provare un po' di tutto senza magari praticare uno sport, tantomeno una disciplina, con assiduità e serietà. Vogliono divertirsi in quello che fanno e non mirano, almeno per la maggior parte, a raggiungere un risultato personale di crescita».


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Pubblicato in Performance n. 3 - 2017